Palestinesi: problemi con i visti di ingresso in Italia. Il consolato smentisce

29 mar 2014

A 5 mesi dalla direttiva UE che impone la raccolta delle impronte digitali per l’ingresso in Europa, secondo i gazawi il sistema non è partito. Il Consolato Generale: “Risolviamo con un funzionario itinerante”. 

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di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Gaza City, 28 marzo 2014, Nena News – Come se non bastassero assedio israeliano e restrizioni del governo egiziano, ora a bloccare Gaza ci si mettono pure i ritardi dell’Unione Europea. Lo segnalano alcuni gazawi, da mesi in attesa di risposte da parte del consolato italiano, ancora non adeguatosi alla nuova normativa europea del 14 novembre scorso.

La normativa prevede la creazione del sistema Visa Protection System per l’acquisizione dei dati biometrici di extracomunitari che chiedono un visto di ingresso nella Ue. Fotografia e impronte digitali. La procedura permetterà di verificare l’autenticità dei documenti presentati per entrare in Italia e in Europa.

Cosa succede nei Territori Occupati? Il nuovo sistema obbliga il richiedente a presentarsi personalmente negli uffici dei consolati per essere fotografato e lasciare le impronte digitali. Facile, se non si è residente a Gaza o in Cisgiordania. Tutti i consolati europei hanno sede a Gerusalemme, inaccessibile se non dietro il difficile ottenimento del permesso di ingresso da parte delle autorità israeliane. La soluzione trovata è semplice: se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.

A Gaza ogni consolato ha previsto l’apertura di un ufficio dove sono state portate le attrezzature necessarie. A cinque mesi dall’emissione della normativa Ue, però, l’Italia non è ancora riuscita a far partire il nuovo sistema nella Striscia. «I consolati europei si sono adeguati – ci spiega Majed Abusalama, attivista del gruppo Intifada Youth Coalition – Quello italiano no e per ora non collabora con gli altri per utilizzare le loro attrezzature. Da novembre sono decine i gazawi impossibilitati a richiedere il visto per l’Italia, per turismo o perché invitati a eventi e conferenze. Hanno in mano i documenti necessari ma non possono fare domanda. E alcuni inviti sono scaduti».

I consolati europei sono a conoscenza della normativa da novembre, «ora siamo a marzo e non hanno ovviato al problema. Dal consolato ci rispondono che la situazione si dovrebbe risolvere entro un mese. Non vogliamo che l’Italia sia parte dell’occupazione ».

«A giorni il problema dovrebbe essere risolto – risponde la vice console italiana a Gerusalemme, Elena Clemente – Dal 14 novembre non si opera più via posta, per cui abbiamo cercato soluzioni alternative per chi non può entrare a Gerusalemme, ma i fondi a disposizione non sono molti. Abbiamo aperto un ufficio a Ramallah con la Vfs Globe, con cui apriremo l’ufficio di Gaza che ha iniziato a lavorare sperimentalmente. Il problema è logistico, di elettricità per far funzionare le apparecchiature venute dall’Italia. Gaza è un’incognita».

Un problema non solo italiano, spiega la Clemente, che si tenta di superare nei casi di emergenza: «Se si tratta di visti di massima urgenza, entriamo a Gaza con un macchinario speciale».

Due muri più in là, a Ramallah, a gestire le richieste di visto è la Vfs Globe. Raccolgono dati biometrici e documenti e consegnano tutto a Gerusalemme. Il costo sfiora i 100 euro, un terzo dello stipendio medio di un palestinese della Cisgiordania. E c’è chi parla di normalizzazione del conflitto: invece di fare pressioni su Israele perché permetta l’ingresso a Gerusalemme, l’Europa bypassa l’occupazione spostandosi a Ramallah, nei fatti trattata come capitale palestinese nonostante il diritto internazionale.

«Una scelta obbligata – spiega la vice console – Il costo è alto, ma l’alternativa è farli andare ad Amman o al Cairo. Permessi per entrare a Gerusalemme? Non dipende da noi, ma dalle autorità israeliane, sono pochissimi i palestinesi che riescono ad ottenerli».

E a Gaza si continua ad aspettare.

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Pubblichiamo la risposta del Console Generale d’Italia a Gerusalemme, Davide La Cecilia, pubblicata il 18 marzo 2014 dal Manifesto:

Caro Direttore,

l’articolo comparso sul «manifesto» del 14 marzo scorso, relativo al problema del rilascio dei visti nella Striscia di Gaza, che si apre con l’affermazione che i Paesi dell’Ue contribuirebbero alle situazione già estremamente difficile della popolazione, non riflette come stanno effettivamente le cose.

Alla Striscia di Gaza questo Consolato Generale, come gli altri partner europei, dedicano una attenzione prioritaria attraverso attività di cooperazione e programmi umanitari. L’ultimo intervento d’emergenza è stato effettuato qualche settimana fa, concorrendo ad un progetto del WFP per alleviare gli effetti della tempesta Alexa. Numerose sono anche le visite dall’Italia che organizziamo all’interno della Striscia per innalzare il livello di consapevolezza riguardo alla criticità della situazione.

L’introduzione del sistema biometrico nei Territori Palestinesi ha comportato la necessità di risolvere una serie di problematiche diverse, stante la molteplicità delle realtà su cui operiamo. A Gerusalemme è possibile effettuare la raccolta presso i nostri uffici. A Ramallah abbiamo aperto un ufficio per venire incontro alle richieste di coloro che non possono oltrepassare i checkpoint.

A Gaza si è deciso di provvedere con l’invio di un funzionario itinerante, equipaggiato di un computer portatile ad hoc (che ci siamo praticamente andati a prendere a Roma), addetto alla raccolta dei dati biometrici, ciò che avviene regolarmente ogni qual volta riceviamo una domanda di visto. Si tratta di un intervento dispendioso in termini di mezzi e risorse, che tuttavia svolgiamo prioritariamente proprio perché l’obiettivo è quello di non lasciare neanche una sola richiesta proveniente da Gaza inevasa, ritenendo che questo sia il modo più idoneo per esprimere solidarietà ad una popolazione che patisce ogni giorno conseguenze di una situazione nella quale non ha possibilità di scelta.

Sempre a Gaza, stiamo cercando di realizzare un sistema di raccolta permanente, attraverso un’idonea apparecchiatura, ma incontriamo difficoltà tecniche nell’assicurare la protezione informatica dei dati a causa delle frequenti interruzioni di energia elettrica.

Degli altri partner europei, la Francia può avvalersi di un proprio Centro Culturale; la Spagna ha installato un’apparecchiatura fissa ma applica procedure diverse, che non richiedono gli stessi standard di sicurezza delle nostre; la Germania fa come noi; belgi, danesi e norvegesi si recano con un portatile presso un Centro Comune, cui noi non abbiamo potuto aderire perché costava troppo; altri Paesi, infine, mandano al momento i richiedenti presso le ambasciate all’Ambasciata al Cairo.

In poche parole, non vi è nessuno a Gaza la cui domanda di visto non possa essere e non venga soddisfatta da parte di questo Consolato Generale sempre che, naturalmente, ne sussistano i requisiti di legge.

Con i saluti più cordiali,

Davide La Cecilia, Console Generale d’Italia a Gerusalemme

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La risposta della giornalista Chiara Cruciati:

In merito all’articolo apparso sul nostro giornale riguardante le nuove procedure per la richiesta di visti di ingresso in Europa dai Territori Occupati, abbiamo operato a seguito della segnalazione di alcuni palestinesi residenti nella Striscia, dallo scorso novembre impossibilitati a fare domanda di ingresso in Italia.

Come spiegato nell’articolo, siamo a conoscenza – come ci è stato riportato anche dagli uffici della diplomazia italiana nel Paese – del fatto che il Consolato Italiano di Gerusalemme sta lavorando alla soluzione dei problemi tecnici che impediscono ad oggi le normali procedure.

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