Palestinesi senz’acqua nella Valle del Giordano

Sara Picardo
Inviato da redazione il Sab, 15/01/2011

REPORTAGE. Le oasi delle multinazionali che esportano i loro prodotti in Europa. E il deserto che circonda le tende dei beduini. Scatta la raccolta di fondi per costruire pozzi e tubature.

La Valle del Giordano è una delle terre più fertili del Medioriente, grazie alla sua particolare posizione sotto il livello del mare, ed è ricca di sorgenti d’acqua. Il “granaio di Palestina” era chiamata un tempo, ora invece è conosciuta come la “striscia dimenticata”. Qui vivevano circa 350mila palestinesi prima della Nakba, la “catastrofe” che ha colpito il popolo palestinese nel 1948, con la distruzione di oltre 550 villaggi da parte del nuovo stato di Israele e l’esilio forzato di circa 750mila persone. Ora in quest’area di 2.400 chilometri quadrati, un terzo della Cisgiordania, rimangono solo 56mila persone secondo l’Onu e l’Unicef, la maggior parte delle quali vive a Gerico. “I più poveri dei poveri”, li chiamano nel resto della West Bank. Tutti gli altri sono stati cacciati in vari modi dall’esercito israeliano, che controlla il 95 per  cento del territorio, impedendo agli antichi abitanti di costruire case, pozzi (ben 162 sono stati distrutti dal 48 a oggi), scuole e persino di raccogliere l’acqua piovana. La lotta è per l’acqua. E per la casa. Due diritti che vengono sistematicamente negati.
 
Ai palestinesi non rimane che il 2 per cento delle risorse idriche, mentre il 98 per cento è di proprietà dell’azienda israeliana Mekorot (che nel resto della West Bank ne controlla il 52 per cento). Per quanto riguarda, invece, le abitazioni, ben il 95 per cento è stato distrutto dall’esercito israeliano. Nel sottosuolo scorre la falda acquifera più abbondante che esista in tutta la West Bank e in Israele, vietata ai palestinesi. Dove un tempo sorgevano terre coltivate e villaggi palestinesi, ora non rimane che deserto. «Quando ti avvicini alle tende di un allevatore o di un contadino, vedrai sempre vicino un pozzo o un impianto per l’ossigenazione dell’acqua chiuso da reti, filo spinato e lucchetti. Se provi a forzarlo, quello che intorno a te sembra deserto si riempirà di divise e spari», racconta Fathi, mostrando le foto di quella che un tempo fu la sua casa.
 
Il Comitato popolare della Valle (Jordan Valley Solidarity) è composto da  cittadini che lottano contro l’occupazione ricostruendo le case distrutte con mattoni di paglia e terra e raccogliendo fondi per portare l’acqua ai contadini a cui è stata tolta. «Il problema è che nella zona C, a controllo israeliano, è vietato anche alle Ong, oltre che costruire, attuare qualsiasi tipo di progetto. Ogni casa, scuola o ospedale costruito ha un’ingiunzione di demolizione. Una ong italiana, Vento di terra, per portare una scuola ai bambini dei beduini, a cui i soldati israeliani l’avevano distrutta, ha dovuto costruirla con i pneumatici dismessi. Un’idea geniale, che ha già avuto un ordine di demolizione da parte dell’esercito», continua Fathi.Anche la casa di Ahshem, anziano coltivatore palestinese, è stata distrutta il 12 luglio scorso insieme ad altre 80 dall’esercito israeliano.
 
Ora lui mostra a tutti la sua terra e le sue piante che stanno morendo. Un lucchetto gli impedisce di usare l’acqua che è sempre stata sua. Il Comitato ha costruito di proprie tasche un tubo lungo 2 km per riuscire a portare l’acqua alle sue serre. Ahshem mostra fiero a chiunque va a trovarlo il piccolo raccolto: «Noi palestinesi non possiamo esportare, dice, ma del resto non abbiamo più niente da poter vendere». Si contano sulle dita di una mano quelli che producono abbastanza per sé e le loro famiglie, in pochissimi esportano attraverso ditte israeliane, le uniche ad avere il permesso, gli altri lavorano per 20 dollari al giorno nelle serre israeliane. In un giorno la frutta e i fiori “made in Israel” arriva in Europa, coltivata su terreno palestinese illegalmente sottratto secondo l’Onu. «L’unica cosa che si può fare contro questo abominio è seguire l’esempio di Nelson Mandela nel sud Africa: boicottare i prodotti dell’apartheid e del furto. È questo che chiediamo alla comunità internazionale», chiede Fathi.
 
«Questa è la mia casa», dice Ahamad, scostando la Kefia che porta sempre sul volto per proteggerlo dal sole e mostrando una tenda costruita con i sacchi del grano. «Prima c’era una vera casa di mattoni, poi una famiglia di coloni è venuta e ha costruito una grande tenda, per farci poi una casa. L’esercito mi ha detto che me ne dovevo andar, con i miei figli. Ma sono rimasto. Sono venuti e mi hanno picchiato, poi hanno distrutto la mia casa. I bambini piangevano. Io allora ho costruito una tenda di fronte a quella dei coloni. La gente del Comitato è venuta ogni sera a controllare che i soldati non mi cacciassero di nuovo. Alla fine i coloni se ne sono andati».
 
Le oasi verdi e le tante serre coltivate intorno alla tenda di Ahamad sono di proprietà israeliana, in  particolar modo della multinazionale Carmel Agrecxo, che esporta tra l’altro datteri, manghi, fiori in Europa attraverso il porto italiano di Savona, al centro della campagna di “Boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti (BDS e StopAgrexco)  per il suo comportamento anti umanitario e per le coltivazioni in territori sottratti con la forza ai palestinesi. Oltre 30 colonie illegali sorgono in tutto il territorio della Valle (150 in tutta la Palestina), una parte del quale è mangiato dal muro che Israele sta continuando a costruire, violando il diritto internazionale. L’unica sorgente della Valle a usufrutto palestinese risale a prima del 67 e serve il distretto di Ramallah, gli altri palestinesi sono costretti a comprare acqua da Israele, a 100 Nis (20 euro circa) a bidone, sufficiente per il consumo di tre giorni di una famiglia. La terra così è impensabile coltivarla. Nel distretto di Tubas il consumo di acqua per i 48mila residenti palestinesi è di appena 30 litri al giorno, mentre per i coloni del vicino insediamento illegale di Beka’or, a soli 12 km di distanza, è di 401 litri. E i palestinesi la pagano il doppio degli israeliani. Se un gruppo di volontari internazionali si avvicina troppo a un insediamento beduino, una camionetta di soldati arriva nel giro di pochi minuti.
 
Il controllo della zona è totale. «Welcome To Holy land». Con questa frase e il mitra tra le braccia, i soldati accolgono tutti gli i volontari. «Preoccupati della santità del luogo, si sono circondati di macerie e armi – sorride amaramente Fathi – ma il nostro simbolo è il fiore Ago, il fiore grasso che nasce vicino al letto del fiume Giordano. Anche se lo strappi rinascerà ancora e ancora. Anche se abbatteranno le nostre case le ricostruiremo ancora e ancora. Senz’acqua troveremo il modo di coltivare, senza libertà continueremo ad esistere. Questa è la nostra resistenza».

TERRA News

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