Parlare di autodifesa di Israele contro i palestinesi è contro la logica

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Greg Shupak, 26 luglio 2018

Frequentemente gli organi d’informazione presentano gli scoppi di violenza su vasta scala in Palestina-Israele in termini di “diritto di Israele di difendersi”. Questa narrativa dice che quale che sia la colpa di Israele, quello stato è giustificato nell’usare la forza militare per rispondere agli attacchi palestinesi.

Ma tali narrative dei media sul “diritto di Israele di difendersi” ingannano i lettori con il loro ignorare la permanente violenza della colonizzazione israeliana della Palestina e l’aggressiva ricerca di supremazia etnica che questa colonizzazione comporta.

Lo stato di Israele è stato fondato massacrando e facendo pulizia etnica dei palestinesi. Da quando Israele è stato creato ha ripetutamente massacrato palestinesi e arabi in altri paesi, in particolare in Libano.

Gli organi d’informazione non raccontano una storia corretta quando inquadrano Palestina-Israele in termini di “diritto di Israele di difendersi”. Non è possibile vedere un’autodifesa dello stato quando questo ha compiuto le più frequenti e micidiali uccisioni nella storia delle sue relazioni con palestinesi e arabi nei paesi limitrofi.

L’insostenibile narrativa che descrive l’uso della forza da parte di Israele come una forma di “autodifesa” dalla minaccia della violenza palestinese cancella i modi che l’intero progetto sionista, di gran lunga precedente all’esistenza di Israele come uno stato, ha adottato nel soggiogare con violenza i palestinesi.

In un articolo del 2012 sul Journal of Palestine Studies, lo storico israeliano Avi Shlaim osserva che “la violenza era implicita nel sionismo fin dall’inizio, che il conflitto arabo-israeliano è stato una inevitabile conseguenza del programma sionista” perché “il sionismo cercava di creare uno stato ebraico in una terra che era già abitata da un altro popolo”.

Le ricerche di Shlaim indicano che “dal 1920 il movimento sionista ha avuto una chiara strategia nel trattare con gli arabi – la strategia nel contare sul potere militare per raggiungere i propri fini politici”, nota come “la strategia del muro di ferro”.

Poiché lo stato di Israele e i suoi precursori nel movimento sionista hanno perseguito i loro obiettivi attraverso l’uso perpetuo della violenza contro i palestinesi, i palestinesi per definizione non possono dare inizio alla violenza contro Israele. Ciò significa che l’idea di “autodifesa israeliana” è un’impossibilità logica.

Massimo di arabi su minimo di terra

Darryl Li, ex attivista dei diritti umani a Gaza e ricercatore presso Human Rights Watch ora all’Università di Chicago, descrive analogamente l’impresa sionista come “la creazione, mantenimento, con (quando possibile) l’espansione di uno stato per il popolo ebraico” che, quando si trova davanti l’opposizione della popolazione indigena non ebrea, “mette in scena un noto mantra operativo di lunga data che guida le politiche di insediamento e annessione sionista: massimo di terra, minimo di arabi”.

“Quando le circostanze proibiscono a Israele di spingere i nativi al di là del territorio che controlla, questo motto produce un corollario: massimo di arabi su minimo di terra”, afferma Li in un articolo pubblicato nel Journal of Palestine Studies nel 2006.

Ricercare la massima quantità possibile di terra e il minor numero possibile di arabi ha comportato la presa con la forza di terra palestinese, separando i palestinesi gli uni dagli altri e impedendo loro di avere una società vitale e indipendente.

Nel 1970 Israele iniziò a creare una “Grande Gerusalemme” ridisegnando i confini della città per includere insediamenti solo ebreaci e limitando la crescita naturale dei quartieri palestinesi a Gerusalemme Est. Tre anni dopo lo stato israeliano autorizzò legalmente un vantaggio demografico  74,5- 25,5 per il popolo ebraico a Gerusalemme.

Per un palestinese ottenere un permesso di costruzione risulta proibitivo in quanto molto costoso e perché non viene rilasciato per aree con scarsità di infrastrutture – problema creato da Israele in molti quartieri palestinesi.

Poiché queste case palestinesi sono considerate illegali, Israele ha il pretesto per demolirle. E’ gravemente fuorviante assegnare a uno stato che demolisce case e prende terra sotto la minaccia di un cannone la parte di chi si difende da un popolo oppresso.

In Cisgiordania vaste aree sono state effettivamente annesse ad Israele con il muro e l’espansione di insediamenti e loro infrastrutture in modo che ora i palestinesi non possono accedere alla maggior parte delle terre della Cisgiordania per uso residenziale o economico.

Tali muri sono costruiti, spiega Li, perché la nozione di “sicurezza” di Israele è intrinsecamente espansiva: la sicurezza della popolazione ebraica richiede che il movimento dei palestinesi sia controllato e che i palestinesi siano tenuti lontani dagli ebrei. Garantire questo assetto richiede di mettere quei palestinesi dietro a un muro. E un tale muro, a sua volta, richiede di essere protetto. Il modo ideale per proteggere una barriera è attraverso una “zona cuscinetto” disabitata.

A Gaza, la creazione di zone cuscinetto ha significato lo sfollamento forzato di palestinesi, eliminazione delle loro case e della loro agricoltura negli spazi in cui sono state create.

Secondo la studiosa Sara Roy nel suo saggio del 2006 ‘L’assedio economico e l’isolamento politico: la striscia di Gaza nella seconda Intifada’, gli anni della seconda intifada hanno visto un’intensificazione della politica di chiusura di Israele e la distruzione di risorse fisiche – come case, imprese, edifici pubblici, fabbriche, infrastrutture elettriche, veicoli, strade, scuole, cliniche, sistemi di smaltimento dei rifiuti e fognari, reti di approvvigionamento idrico, attrezzature di telecomunicazioni e agricoltura, terra, colture e infrastrutture – tutto questo ha esaurito il capitale sociale dei palestinesi e immobilizzato la popolazione, lasciando l’economia locale drammaticamente erosa e l’accesso a lavoro, cibo, alloggio e ad altre necessità gravemente minato.

Atti di guerra

In questo modo, la violenza israeliana contro i palestinesi si manifesta non solo nel suo impatto fisico immediato sui singoli individui, ma nelle sue conseguenze sulla capacità di avere una società in cui sviluppare un’economia e servizi sociali.

Inoltre Roy sottolinea che, sia il trasferimento da Gaza nel 2005 che il processo negoziale di Oslo a metà degli anni ’90, sono utili agli obiettivi di Israele di mantenere “il pieno controllo – sia diretto che indiretto – su tutte le terre e le risorse palestinesi; … assicurando, per quanto possibile, la separazione demografica con i palestinesi, garantendo in tal modo una maggioranza ebraica all’interno di Israele … e assicurando che se uno Stato palestinese verrà dichiarato, sarà debole, ridotto e altamente dipendente da Israele”.

Inoltre, gli assedi militari del tipo imposto a Gaza sono atti di guerra. Nel 2006, quando Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi, un alto funzionario israeliano disse che la risposta preparata da Israele “è mettere i palestinesi a dieta, ma non farli morire di fame”.

Funzionari della sanità israeliana hanno calcolato il numero minimo di calorie necessarie per il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione e le hanno tradotte nel numero di camion carichi di cibo a cui Israele avrebbe dovuto consentire l’ingresso giornaliero. Hanno stabilito che Israele dovrebbe consentire l’ingresso di 170 camion al giorno, ma solo una media di 67 è entrata rispetto ai più di 400 camion al giorno che entravano prima che fosse decretato il blocco.

Christian Cardon, allora a capo dell’ufficio di Gaza della Croce Rossa, nell’aprile 2014 disse che i palestinesi a Gaza fanno fronte a uno dei più alti tassi di disoccupazione al mondo: “povertà, carenza cronica di carburante e scarsità di materiali e attrezzature, che influisce negativamente su salute, acqua, infrastrutture igienico-sanitarie e elettriche”. Cardon ha aggiunto che “nel 2013 il prodotto interno lordo di Gaza è sceso di circa il 3% ed è ancora più basso dei livelli degli anni ’90. Infatti il salario medio giornaliero nel 2013 era inferiore rispetto a quello degli anni ’90.”

Ha osservato che “i limiti all’importazione di beni sanitari a prezzi accessibili … hanno creato ulteriori pressioni a medio e lungo termine su un sistema sanitario già fragile. La disponibilità di molti articoli medici, farmaci e articoli usa e getta è diminuita fino al 35% da giugno 2013.” Così, Cardon ha detto: “Le restrizioni pervasive sul movimento delle persone per scopi medici, educativi ed economici dovrebbero essere ridimensionate”.

Dato che il blocco è imposto militarmente, finché il blocco è mantenuto Israele sta effettivamente facendo guerra ai palestinesi. Quindi non si può dire che i palestinesi stiano dando inizio alla  violenza quando invece sono sotto assedio, e nessuna azione intrapresa da Israele contro i palestinesi può essere considerata come difensiva finché un assedio è in atto.

Queste caratteristiche salienti di Palestina-Israele dimostrano che le narrative su di un Israele che esercita il suo legittimo “diritto a difendersi” sono fuorvianti. In effetti ogni aspetto della politica israeliana nei confronti dei palestinesi si regge sulla violenza o sulla sua minaccia.

Il documento qui sopra riportato indica che una versione più corretta della storia di Palestina-Israele descrive come i palestinesi sono stati colonizzati con violenza. Eppure nulla nella mia ricerca indica che i media britannici e americani tradizionali vogliono che il loro pubblico pensi ai palestinesi come a persone, famiglie e comunità con il diritto di difendersi.

FOTO – Ogni aspetto della politica israeliana nei confronti dei palestinesi si regge sulla violenza o sulla sua minaccia. Oren Ziv/ActiveStills

Traduzione: Simonetta Lambertini – Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/israeli-self-defense-against-palestinians-logically-impossible/25066

 

 

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