Pellegrinaggio di giustizia 2015 – Il “grand tour” della coscienza europea

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Anche in terra di Palestina si può fare l’Europa che tutti vorremmo fondata su giustizia, pace e verità. Si può se si viaggia laggiù seguendo la striscia avvelenata della coda di Hitler ed insieme i segni devastanti dell’ultimo colonialismo ottocentesco rimasto attivo. Là ancora si rubano terra e dignità ad un popolo in nome di una pretesa civilizzatrice e di una lettura fondamentalista dei libri “storici ” della Bibbia.

“Ascolta Israele…Quando il Signore ti avrà fatto entrare nella terra che ai tuoi padri aveva giurato di darti..con città grandi e belle che tu non hai edificato, case piene di ogni bene che tu non hai riempito,cisterne scavate ma non da te, vigne e oliveti che tu non hai piantato”. (Deutronomio 6,4-13).

Pensando al Medio Oriente insanguinato viene in mente la sfida coraggiosa di un intellettuale come Pasolini che nell’ormai lontano 1974 sul “Corriere” scriveva, a proposito di delitti politici italiani: “Io so i nomi di coloro che stanno dietro. Lo so  perchè .. metto insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare arbitrarieta’, follia, mistero.”

Viaggiando in Palestina, nel corpo a corpo quotidiano con l’occupazione militare, si capisce come il crimine contro l’ umanità in Cisgiordania e Gaza ha bisogno di legittimarsi con azioni diversive, preventive, che  rendano inoffensivi i paesi vicini, Libano, Siria, Egitto, Giordania, che potrebbero diventare democratici e chiedere il conto ad Israele per le innumerevoli violazioni del diritto a loro danno.

Per questo abbiamo voluto iniziare il viaggio dal nord, dalla Galilea che guarda al Libano, due volte distrutto, e dalle alture siriane del Golan, rubate con la loro acqua quasi 50 anni fa e mai restituite. Ci ha accolti Geries Khoury, “il palestinese che porta la croce”, come ha voluto titolare il racconto della sua vita (ed. EMI), arabo cristiano, uomo del dialogo interreligioso, custode colto delle radici cristiane della sua terra, cittadino israeliano di serie B nell’unica etnocrazia democratica del Medio Oriente: democrazia solo per gli ebrei.

A Betania le fulgide suore comboniane che hanno in casa il muro a dividerle dai  piccoli palestinesi che frequentavano il loro asilo, ci hanno accompagnato nel villaggio beduino sotto minaccia di deportazione (e non sarebbe la prima) per far posto alla gigantesca colonia di Ma’ale Adumim. A loro il muro non impedisce di dividersi fra i più derelitti dei due popoli: beduini palestinesi e senzatetto di Tel Aviv.

Gerusalemme ha una via dolorosa dove portano la croce i poveri cristi che si vedono spuntare volti induriti dall’astio fin nei cortili di casa loro, fin nel loro bagno privato: sono gli occupanti che si prestano a pagamento per fare gli “occupanti” a Gerusalemme est, la parte araba da mordere a bocconi in attesa dell’ultima battaglia: la Gerusalemme unica e indivisibile capitale ebraica. Daoud stavolta non ci può accompagnare, l’hanno esiliato altrove, era una bocca troppo scucita nel denunciare l’occupazione.

Siamo arrivati a Nablus che ancora fumavano le macerie della casa distrutta con i suoi abitanti dalle molotov dei coloni. A noi bruciavano le parole ipocrite del governo israeliano che ha armato quelle mani, autorizzando i coloni a stare dove non dovrebbero stare, secondo il diritto internazionale.

Dal campo di Balata che accoglie i profughi di Jaffa del ’48 a quello di Shuafat che accoglie quelli di Tel Aviv e di Gerusalemme del ’67 ovunque la dignità di persone come il dottor Salim e la sua bella e numerosa famiglia fatta di giovani studenti che escono ogni giorno dal recinto militarizzato per andare a scuola e non sempre ci riescono. Nel campo c’è tensione, circola droga israeliana, come accadeva con l’alcool nelle riserve indiane; bruciano i rifiuti, si litiga; il sovraffollamento e la penuria di servizi rendono la vita infernale; Israele usa così, li rinchiude e li affida all’Onu, cioè a noi, mancando alle stesse regole per ogni potenza occupante.

Hebron, la città dell’amico di Dio, al Khalil, dove si venera il luogo della sepoltura dei patriarchi: ancora una città divisa. Anziché cacciare i 500 intrusi nell’antico souq della più grande città palestinese (180.000 abitanti) si preferì dividere la città in due settori, riducendone una parte a città fantasma: il quartiere dell’oro è oggi una discarica, 800 negozi restano chiusi per la sicurezza degli intrusi. Ci accolgono i giovani resistenti e ci mostrano orgogliosi le immagini delle loro manifestazioni per la riapertura di Shuhada Street, la via che riunirebbe la città e che loro non possono percorrere.

A sud di Hebron nel villaggio di At-Tuwani i pastori hanno scelto la non violenza in risposta alle aggressioni dei coloni religiosi nazionalisti dell’avamposto illegale di Havat Ma’on. Al loro fianco incontriamo i giovani italiani dell’operazione Colomba, volontari per la pace della Fondazione Giovanni XXIII, che scortano i pastori al pascolo, i bambini in cammino verso la scuola dai villaggi vicini, documentano in video quanto accade e può essere usato come prova in tribunale,bassistiti da avvocati israeliani. Grazie anche alla loro presenza At-Tuwani resiste per esistere. Oggi la loro azione rischia di essere sospesa per mancanza di fondi.

La Campagna “Ponti non muri” ha deciso di promuovere iniziative di finanziamento per la loro presenza possa proseguire.

La Valle del Giordano, che percorriamo da nord a sud, resta il manifesto mondiale della sete procurata per sottrazione e sequestro dell’acqua ai legittimi proprietari: a destra della strada l’aridità del deserto, punteggiato da  villaggi assetati e sotto minaccia di demolizione, più in alto sulle pendici dei monti di Giudea vediamo i serbatoi preclusi a loro; a sinistra si stendono floridi palmeti a beneficio dei coloni: il deserto “fiorito” secondo la propaganda sionista.

Nonostante  tutto  anche lì si resiste.

Ovunque riceviamo testimonianze da persone che rifiutano lo sradicamento, hanno radici profonde in quella terra come i loro ulivi e sanno produrre frutti di solidarietà per il loro popolo.

Quanti “abuna”, padri latini o melchiti, ci parlano di fede condivisa, di carità organizzata, di cultura alimentata nelle loro scuole, frequentate da bambini e giovani musulmani: Raed, Julio, Yousef, Jonny, Ibrahim.

Piantare la “Tenda delle Nazioni” sull’ultima collina non colonizzata intorno a Betlemme, rifiutandosi di “essere nemico”, è la forma di resistenza di Daoud, che non si stanca di portare in tribunale i documenti ottomani che attestano la proprietà della sua terra. Centinaia di giovani europei sono ospitati sotto le tende montate per i campi di lavoro sui suoi terreni coltivati ad ulivo e mandorlo.

Anche così, soprattutto lì, prende forma un’ Europa non più matrigna per i popoli del sud del Mediterraneo.

Per questo la Resistenza che abbiamo conosciuto in quei volti, in quelle storie, è anche nostra. Per le colpe del passato e per gli impegni di adesso.

Per questo il pellegrinaggio di giustizia in Palestina e’ il “grand tour” di questi tempi, da fare e da proporre a tutti per formare la propria coscienza europea.

Perché la Palestina viva.

Perché l’ Europa viva.

 

Norberto Julini

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