Pellegrini di Giustizia – un Ponte per Betlemme 2014 ( le esperienze del viaggio)

Martedì 4 Marzo 2014 Betlemme. 

UNTIL WHEN? FINO A QUANDO?

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Arriviamo alle cinque e un quarto di questa mattina al check point che da Betlemme porta a Gerusalemme. Qui molti palestinesi con il permesso per poter lavorare sottopagati dall’altro lato del muro si ammassano in coda aspettando di poter andare dall’altra parte.
Il cancello dovrebbe aprire alle cinque.. Dovrebbe perché alle cinque e mezza i soldati non si sono ancora decisi ad aprire.

Cinque e mezza.
IMG_20140304_080906IMG_20140304_080843Cancelli aperti. Gente in coda già da due ore, altri che arrivano ora, altri che per arrivare in orario la saltano passando sopra le lamiere della gabbia in cui, sono costrette ogni giorno migliaia di persone.
Stipati peggio di galline in gabbia. Sguardi vuoti i nostri.
C’è chi scoppia in lacrime, chi non parla più fra di noi.
Chi se ne va per rabbia e chi per l’impotenza.
Chi, come me, sente dentro di sé salire già lo schifo per chi, una volta tornato a casa, risponderà a questi racconti con indifferenza.

Le ore passano, sono le sette.
IMG_20140304_080733La coda non accena a diminuire. Lenta solo come la pazienza che ha questa occupazione.
Ci parla un ragazzo, ci racconta che per avere il permesso si devono pagare 200 dollari al mese.
Io sono fortunato ci dice, ho un permesso personale, per quello che sto aspettando qui fuori che la coda cali. La maggior parte dei sui amici invece ha un permesso rilasciato dalla compagnia per cui lavorano. Se arrivano in ritardo lo perdono il lavoro.
Li fanno diventare matti dice. Quando vanno a letto la sera hanno l’ossessione di alzarsi presto, di arrivare in tempo di là per non perdere il lavoro: è questa la cosa peggiore ci dice.
Quando succede qualcosa in politica aggiunge, quando ci sono problemi tra Israele e l’autorità nazionale palestinese o qualsiasi altro paese arabo, qui lo vediamo subito. La gente paga sulla propria pelle le decisioni della politica. Fino a quando sarà così si chiedono.
Until when?
Fino a quando?

Ma nessuno qui ha più la forza di sperare in un futuro diverso da questo.
Gli hanno RUBATO la speranza.

Sette e mezza.
Quelli di noi che hanno deciso di fare la fila e passare i controlli tornano con le stesse nostre facce spente. Non avete idea di quanto sia peggio dopo aver passato la gabbia.
No, non ne ho idea, non ce l’ho fatta.
Sono senza parole.
Anzi una si: Vergogna.

Ci rendiamo conto, rileggendo, che siamo impotenti a trasmettervi questa drammatica realtà.
Non ci sono parole, racconti, video, foto che possano far capire cosa abbiamo visto e provato oggi.
Bisogna necessariamente esserci.

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Venerdi 28 febbraio 2014

RAMALLAH

Arriviamo a Ramallah, la capitale amministrativa della Palestina e appena arrivati facciamo una veloce visita al mausoleo di Arafat, già capo dell’OLP e fondatore di Al-Fatah.

In seguito visitiamo il centro pastorale Melchita (chiesa cattolica di fede bizantina) dove ci accoglie Lina, una donna romana trasferitasi da 50 anni in Palestina. Per aiutare altre donne Palestinesi disperate dalla sorte dei compagni uccisi o incarcerati, ha iniziato un laboratorio di ricamo utilizzando antichi disegni tradizionali. È sorta così nel 1988 una cooperativa che aggrega ben trecento donne musulmane e cristiane, con la collaborazione di qualche volontaria. Il ricamo a punto croce si trasmette da una generazione all’altra e rappresenta in modo stilizzato le colline, gli alberi, i fiori e gli animali del territorio. Il loro catalogo contiene circa 500 manufatti che vengono venduti soprattutto all’estero a persone che vogliono incoraggiare le donne palestinesi. Queste rappresentano una forza trainante, fonte di rigore, tenacia, spinta al cambiamento anche della cultura prevalentemente maschilista degli uomini. Come ci aveva già raccontato Kiffa al villaggio di At-Tuwani.

Un’altra visita interessante per la sua importanza educativa é stata la scuola di musica Al Kamandjati fondata dal violonista Ramsi Aburedwan che insegna a molti bambini, soprattutto quelli cresciuti nei campi profughi, l’uso di diversi strumenti musicali tradizionali aiutandoli ad oltrepassare le quotidiane difficoltà dovute all’occupazione militare israeliana attraverso la musica.

www.alkamandjati.com

IMG_20140228_105439_1In seguito abbiamo visitato la tomba del poeta nazionale palestinese Mahamoud Darwish, un libro aperto in cemento e pietra raggiungibile da una lunga scalinata.
La tomba è diventata mausoleo e centro culturale con diverse iniziative (mostre, concerti, spettacoli teatrali) che richiama gente da tutta la Palestina. Nato nel 42 presso Akko, è considerato come uno dei più grandi poeti arabi contemporanei. È autore di una ventina di raccolte di poesie tradotte in varie lingue, tra cui: “All’ultima sera su questa terra”, “Una memoria per l’oblio”, “La Palestina come metafora”, “Il letto dello straniero”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Mahmoud_Darwish

“È un amore che va sui suoi piedi di seta, felice del suo esilio nelle strade.
Un amore piccolo e povero che bagna una pioggia di passaggio
e deborda sui passanti:
I miei doni sono più abbondanti di me.
Mangiate il mio grano
bevete il mio vino
Perché il mio cielo riposa sulle mie spalle e la mia terra vi appartiene”

Muhammad Darwish

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Giovedi 27 e Venerdi 28 febbraio 2014

Le reti sotto il cielo di Hebron

La strada silenziosa del mercato ci accompagna verso la casa della famiglia palestinese che ci ospita per la notte.

La rete di Hebron

A destra case abitate da israeliani, a sinistra da palestinesi.

Ci dicevano: guardate le reti.

Guardavamo a destra e sinistra ma, per la prima volta, invece di muri e reticolati, vedevamo solo decine e decine di negozietti chiusi. Un attimo…… alzata la testa … ecco la rete. Questa volta però e` una rete messa dai palestinesi. Una rete messa per proteggere la strada ed il mercato dall`immondizia che, gli israeliani, con profondo disprezzo buttano giù dalle finestre.

Un vero tappeto di immondizia per chi si affaccia alle finestre…..un cielo di immondizia che anche il sole fatica ad attraversare, per chi vive e lavora sotto.

Finalmente a sinistra il portone della casa che ci accoglie per la notte.

Gli Alberi per la Vita: At-Tuwani

villaggio di At-Tuwani

Arrivare ad At-Tuwani in area C non e’ facile: non e’ presente sulla mappa, non ci sono indicazioni stradali ad indicarlo, ma soltanto un sasso sporco di vernice rossa all’angolo della strada principale.

Ma allora che senso ha andare proprio là, nel deserto?

Ad At-Tuwani non ci sono siti archeologici od altro di apparentemente interessante.

Ad un primo sguardo At-Tuwani sembra solo uno dei tanti villaggi sotto ordine di demolizione della ZONA C dei territori occupati di Palestina: quell`area rurale di terra Palestinese che Israele ha dichiarato sotto il controllo diretto del suo esercito ed in cui vige la legge militare.

In ZONA C non si può fare nulla senza avere l`approvazione dell`esercito. Approvazione che raramente arriva visto che questi villaggi devono scomparire. Questa terra deve essere annessa a Israele.

Ma At-Tuwani non è un villaggio qualunque.

coloniaAt-Tuwani e’ stato il primo villaggio in questa zona che ha scelto la lotta non violenta come forma di resistenza all`occupazione. Grazie a questo At-Tuwani continua ad esistere e, con l`aiuto di volontari internazionali e israeliani, ha ottenuto numerose conquiste. Non solo, grazie al suo esempio sempre più villaggi stanno aderendo alla nonviolenza.

Al nostro arrivo ci accoglie un volontario di Operazione Colomba assieme al figlio diciassettenne di Afef, il capo villaggio e fondatore del movimento nonviolento.

I ragazzi ci conducono in cima alla collina per mostrarci la loro terra presidiata da insediamenti di coloni ebraici ultra ortodossi

e la strada che i ragazzini devono percorrere ogni mattina per andare a scuola, accompagnati dai volontari per garantire la loro sicurezza in caso di attacchi dei coloni.

Tra la collina e l’insediamento dei coloni ci fanno notare che sono state piantate da poco delle giovani piante di ulivo. Ne vogliono piantare almeno trecento per mantenere la loro terra perchè. ci spiegano, se la terra è coltivata i militari non possono confiscarla facilmente per darla ai coloni.

ulivi per la vita

Ci fanno un regalo grande: ci invitano a piantare alcuni ulivi con loro.

Cosi, con una semplice cerimonia, piantiamo anche noi alberi per la vita…

Per approfondire: http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele.html

 

Alberi per cancellare la memoria

Che bello. Nel deserto del Negev quanti piccoli eucalipti. Gli israeliani stanno rinverdendo il deserto. E poi…. che bello sono scomparsi i villaggi di baracche e sporcizia. Ora diventerà tutto verde.

Ops dimenticavamo un dettaglio. Quelle baracche erano, dalla notte dei tempi, le case dei beduini.

E va bene; e` anche vero che se vogliamo rinverdire il deserto qualcuno dovrà pur rinunciare a qualcosa. In fin dei conti le case dei beduini sono solo delle baracche e la loro terra e la terra dei loro padri e` solo deserto.

Siamo sicuri che, un giorno, quando avranno trovato una sistemazione più civile, ringrazieranno. E, se non lo faranno…..si sa, ringraziare qualcuno non e` mai facile.

E per concludere un appello: 10 anni di muro

Da 10 anni, da quando il 1^ marzo 2004 a Betlemme e’ stato posato il primo blocco di cemento che annunciava la costruzione del muro, i pellegrini si uniscono nella preghiera con le suore del Caritas Baby Hospital.

Si prega insieme ai piedi del muro, si prega insieme per la giustizia sotto gli sguardi dei soldati Israeliani. Cari amici di Bologna, Milano, Bergamo, Varese, Vicenza, Verona, Roma, Venezia, Torino… unitevi a noi.

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mercoledì 26 febbraio 2014

Hebron, Città Fantasma

habron1

hebron2Verso sera siamo arrivati ad Hebron e siamo stati accolti in una casa isolata su una collina nella località di Rumeida dai ‘giovani contro gli insediamenti’ (GCI), che praticano una resistenza non violenta, e dal loro coordinatore Issa Amro. Alcuni di loro ci hanno quindi accompagnato in una decina di famiglie dove abbiamo trascorso la notte e dove abbiamo potuto ascoltare diverse storie di vita. Tra cui questa..

hebron4‘Il mio nome è Mufid. Per altri sei mesi non potrò alzarmi da questo letto. É l’operazione alla schiena che ho subito che me lo impedisce.

Tutto è iniziato questo 11 gennaio, mentre stavo trasportando del materiale verso la mia casa per dei lavori di ristrutturazione. Avevo due borse con me quando i soldati Israeliani mi hanno fermato e mi hanno detto che non potevo trasportare quelle borse. Allora ho mostrato loro il permesso che avevo legalmente ottenuto per ristrutturare la mia casa. Non hanno voluto ascoltare. Mi hanno minacciato e mi hanno ordinato di lasciare li borse e attrezzi, e di andarmene. Altrimenti mi avrebbero arrestato. Mi rifiutai, proseguendo per la mia strada. É stato a quel punto che mi hanno preso e mi hanno portato in caserma. Li trenta di loro mi hanno picchiato, per ore. Il dolore si faceva sempre più insopportabile, fino a farmi perdere i sensi. Da li in poi ricordo poco, vomitavo. É stato quando ho perso coscienza che i soldati hanno capito, e hanno chiamato un medico. Due ore più tardi è arrivata l’ambulanza palestinese, che mi ha portato all’ospedale di Hebron.

Mi hanno diagnosticato un danno alla spina dorsale, non operabile ad Hebron, come in nessun altro ospedale palestinese. Ho quindi richiesto un permesso per essere operato in Israele, permesso che mi è stato negato.

Dopo sei giorni riesco a farmi portare in Giordania, in un ospedale di chirurgia ortopedica. Hebron è divisa dalla Giordania da alcune decine di kilometri, ma sono state necessarie otto ore per passare la frontiera, composta da check point e tre barriere fisiche; la palestinese, seguita dalla israeliana e infine dalla giordana.

hebron5Esco dall’ospedale con un supporto di metallo inserito nella spina dorsale. Per sei mesi devo prendere venticinque diverse medicine ogni giorno. Non posso alzarmi dal letto, e ho dovuto abbandonare la mia attività commerciale. Non solo non posso più mantenere la mia famiglia, ma devo anche provvedere a tutte le spese mediche.

Quando potrò tornarne a camminare per le strade, dovrò portare sempre con me il referto medico, per provare ai soldati che non sono armi quelle che fanno suonare i loro metal detector, ma il metallo nel mio corpo. Non mi resta niente, se non aspettare, e non smettere di sperare che le cose cambino.’

Mufid è uno dei tanti palestinesi che vivono a Hebron, una città divisa in due parti, H1 e H2. Questa divisione è sfociata nella chiusura di strade e centinaia di negozi arabi nella zona H2, dove molte migliaia di palestinesi vivono in balia di rigidissime misure restrittive, applicate dall’esercito israeliano a protezione dei 600 coloni ebrei insediatesi nella zona vicino alla tomba dei patriarchi. Questi coloni provenienti da diverse parti del mondo pretendono di avere “diritti biblici” prevalenti sui diritti di famiglie arabe che da secoli vivono stabilmente su quelle terre.

Le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato non solo delle angherie fisiche da parte dei coloni, ma anche dell’accusa infondata di essere estremisti. E’ dimostrato invece che sono alcuni dei coloni a far parte di organizzazioni terroristiche.

Il 25 febbraio la popolazione palestinese della città ha ricordato l’eccidio in cui 29 palestinesi, durante una preghiera in moschea, sono stati uccisi dal colono Goldstein Baruch, ora venerato come martire da parte degli ebrei. Durante la manifestazione, guidata dal GCI, la gente ha chiesto che la zona H2, controllata dall’esercito israeliano, torni a vivere e si riapra Shuhada Street, centro nevralgico e commerciale della città.

Al termine della manifestazione quattro giovani della GCI sono stati arrestati, ed altri feriti. A Tel Rumeida, nella collina dove abbiamo incontrato Issa e gli altri giovani della GCI, sono partiti degli scavi archeologici come ennesima strategia del governo israeliano per sdoganare gli abusi. Come dichiarato anche dall’associazione israeliana Breaking the Silence esperimenti simili sono già stati attuati più volte con la creazione dei Parchi Naturali in tutta la Palestina.

La gente non ha alcuna intenzione di andarsene ed è decisa a resistere, senza abbandonare le loro case, ne la loro causa.

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martedì 25 febbraio 2014

IL SOLE DI BETLEMME

betlemmeSolo mezza giornata e ci ritroviamo dall’Italia alla Palestina.

E’ un viaggio insolito questo. La prima tappa del nostro pellegrinaggio è Betlemme. Betlemme che tutti noi ricordiamo come il luogo di nascita di Gesù di Nazareth, lontano dall’essere il paese incantato del bue e l’asinello, è oggi una città di 25.000 abitanti circondata da insediamenti di coloni e accerchiata da un muro di cemento alto 9 metri che, viscido come un serpente, taglia il territorio palestinese frantumando la comunità.

E’ il segno visibile di un’occupazione che in nome di una difesa, in realtà divide, separa, ghettizza e fomenta risentimenti.

Ma a Betlemme il sole sorge nuovo ogni giorno e il vento della speranza soffia senza sosta:

nel coraggio di suor Donatella e i suoi 220 colleghi palestinesi, mussulmani e cristiani, che operano al Caritas Baby Hospital ( unico ospedale pediatrico in tutta la Palestina) visitando 40.000 bambini l’anno e dando ricovero a 3.500 bimbi affetti da patologie gravi. Immaginate cosa significa gestire un ospedale a ridosso del muro con difficoltà di passaggio per le famiglie e i servizi di soccorso?

nella passione di Jad e dei suoi colleghi del Centro Geopolitico Arij che si impegnano a studiare e analizzare la situazione attuale dimostrando con dati e documenti ufficiali che la Plestina vive in uno stato di occupazione e assedio da parte del governo israeliano;

nella fede di Jeries arabo cristiano, del centro per il dialogo intereligioso “Al-liqa” che senza esitazione ci invita a non patteggiare per i palestinesi o per gli israeliani, ma a schierarsi per la giustizia. E poi rincara la dose: come possiamo dirci cristiani e civili se non abbiamo il coraggio di dire ciò che è giusto e di chiedere giustizia?

Solo una giornata per capovolgere il nostro modo di incontrare questa terra e la sua gente.

Pellegrinaggio di giustizia. “Un ponte per Betlemme” 2014.

 

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