Per chi di noi è bigotto: le statistiche sconfortanti sugli attacchi in Cisgiordania

REDAZIONE 14 GENNAIO 2014

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di Amira Hass

13 gennaio 2014

Gli occhi spaventati e il naso insanguinato di alcuni pogromchik (coloni israeliani violenti) in realtà centrano l’obiettivo. Improvvisamente l’esercito nega qualsiasi collegamento con questi, il ministro della difesa definisce queste azioni terrorismo che deve essere eliminato, e i media di tanto in  tanto   ridiscutono l’argomento. Siamo diventati così assuefatti al potere, che un  pogromchik che era stato bastonato a Ousra ci fa provare rabbia e disgusto. Se quei cretini avessero attaccato un agricoltore, se avessero sradicato degli alberi, o avessero dato fuoco a una macchina, sarebbe stata una faccenda normale. L’esercito avrebbe invocato il suo diritto di ignorare il fatto, sarebbe stata da una parte e avrebbe usato gas lacrimogeni e pallottole di gomma per disperdere i palestinesi sotto attacco. La polizia avrebbe trascinato  di proposito l’indagine e avrebbe chiuso il caso. L’inviato si sarebbe chiesto se darsi la pena di scrivere un articolo simile agli altri 107 che lui o lei aveva scritto nell’ultimo anno, e il direttore, preoccupato dello spazio, si sarebbe tormentato per decidere se  riportare  la notizia in fondo a pagina 5,  o mettere una rapida nota sul sito web. E i lettori? L’avrebbero tralasciata.

Qusra come loro obiettivo

Ecco alcune statistiche sconfortanti: dal 3 gennaio 2011 al 15 settembre 2013, i pogromchik che sono scesi dall’avamposto di Esh Kodesh hanno compiuto attacchi di vari tipi. Quindici di questi comprendevano percosse e spari, nove comprendevano danni agli alberi di ulivo, un caso comprendeva l’uccisione di animali, una moschea è stata incendiata, una macchina è stata bruciata, e in un caso ci sono state delle minacce. Dei 28 attacchi, due erano diretti contro il villaggio di Jalud, uno contro Qaryut e, sentite questa, 25 contro Qusra, secondo la lista tenuta da Yesh Din (organizzazione israeliana per i diritti umani). In sette casi non è stata presentato alcun reclamo. La polizia ha perduto tre reclami che erano stati presentati (per i danni agli alberi di ulivo) e ha chiuso 12 casi, 11 con il pretesto che il responsabile era ignoto. Si sta indagando su un altro caso, gli eventi di altri 11 sono ancora sconosciuti, e quattro casi “vengono studiati  dall’accusa.”

L’attacco che ha avuto luogo il 21 ottobre 2011, è ancora all’esame dell’accusa (come è stato riferito su Haaretz il 18 agosto del 2012).

Gli attivisti israeliani del movimento  Combattenti per la Pace  hanno partecipato alla prima raccolta delle olive a Jalud sulla terra che i residenti non erano stati in grado di coltivare per quasi un decennio a causa del terrorismo ebraico. Quattro uomini mascherati e un uomo armato ma senza maschera, sono scesi da Esh Kodesh gridando: “Uscite di qui” Questa è la nostra terra. Non siete stati qui dieci anni e non avete coltivato la terra. Ora appartiene a noi e la coltiviamo.” Una granata che stordisce è stata gettata all’improvviso contro i raccoglitori di olive, si sono sentiti degli spari e delle pietre sono state lanciate da due direzioni. Poi i due uomini mascherati hanno iniziato a usare delle mazze, secondo A., un uomo di 61 anni, che ha pensato che potevano essere indulgenti con lui perché era anziano ed ebreo. “All’inizio hanno pensato che fossi un arabo…e ho tentato di dirglielo: ‘Calmatevi, ragazzi, sono un israeliano, non c’è bisogno di usare violenza.’ Successivamente un tizio con una maschera nera ha afferrato la mia macchina fotografica e ha cercato di portarmela via. Ho discusso con lui, dicendo: ‘Non ti vergogni? Perché mi stai usando violenza? Sei così giovane, che potresti essere mio figlio.’”

Non aveva finito di pronunciare quelle parole, che l’uomo ha sentito “un colpo forte di mazza sulla testa  e ho sentito che il naso sanguinava copiosamente. Sono caduto per terra e hanno continuato a colpirmi coi bastoni su tutto il corpo.” Gli hanno rubato entrambe le macchine fotografiche, le sue registrazioni e i suoi occhiali. In seguito si è reso conto che aveva due costole rotte. “Ho gridato con tutta le mie forze: Aiuto! Smettetela!’ ma nessuno mi ha sentito.” Poi, però, qualcuno ha sentito: i soldati che hanno buttato granate di gas lacrimogeno ai raccoglitori di olive feriti e ai loro accompagnatori.

Non dovremmo evitare di scrivere questo clichè: immaginate che cosa sarebbe successo se gli autori dell’attacco fossero stati palestinesi. L’esercito, lo Shin Bet, la polizia di frontiera, e la polizia israeliana non si sarebbero fermati; al massimo entro una settimana avrebbero portato le persone davanti a un tribunale militare, perché fosse loro  estesa la custodia preventiva fino alla fine del procedimento giudiziario. I titoli avrebbero gridato: “Terroristi.” I nuovi conduttori di notiziari televisivi avrebbero pronunciato il nome completo di ogni assalitore con disgusto.

Signore e signori! Smettiamola con le stupidaggini. Non è un incidente, e non si tratta qui di impotenza o di errore. C’è un’unica mano e una divisione dei compiti tra tutte le persone coinvolte. Grazie ai prepotenti, la valle di Shiloh è nostra, con i suoi vigneti e i vini raffinati di piccoli produttori. Grazie al compito dell’esercito di proteggere i criminali e al compito dell’Amministrazione civile di sviluppare gli insediamenti, i villaggi palestinesi hanno perduto la loro terra e i giovani se ne stanno andando. Grazie ai coloni violenti, il furto organizzato della terra che viene ora perpetrato dallo Stato di Israele su entrambi i lati della Linea Verde, viene considerato “legge”.

Mezzi diversi, stessa intenzione

Ai bigotti che sono tra noi: prendete nota. I soldati che stanno pigramente in disparte mentre  uomini ebrei mascherati rompono le costole alle persone; ufficiali di polizia che non indagano sugli incidenti; un’accusa che non cambia idea, comandanti di brigata che impediscono agli attivisti della partnership arabo-ebraica Ta’ayush di proteggere i pastori e gli agricoltori dai mandriani delle colline meridionali di Hebron, un avvocato dell’ufficio del Procuratore di stato che afferma che i palestinesi hanno torto per non aver protetto i loro alberi di ulivo dagli attacchi compiuti dai coloni contro di loro – la differenza tra voi e i delinquenti è semplicemente nei mezzi dell’espulsione, non nell’intenzione.

Postscriptum: per qualche ragione, recenti servizi giornalistici hanno creato l’impressione che la parte meridionale della Cisgiordania sia “tranquilla.” Avevo sperato di aver corretto quella impressione, enumerando una serie di attacchi il cui proposito era identico a quello della Cisgiordania settentrionale: espandere gli insediamenti “legali” e cacciare via i palestinesi dalla loro terra rendendo la loro vita intollerabile fino a farli emigrare. Ma lo spazio è breve, e la lista è lunga come la disperazione.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/to-the-self-righteous-among-us-the-bleak-statistics-on-west-bank-attacks-by-amira-hass

Originale: Haaretz

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

Per chi di noi è bigotto: le statistiche sconfortanti sugli attacchi in Cisgiordania

http://znetitaly.altervista.org/art/13853

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