Per Vespa è una “fortuna” non essere stata uccisa

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RaiawaduniaBY  · SET 19, 2019

Due episodi in poche ore a distanza uno dall’altro.

Due uomini che potrebbero essere definiti di cultura.

Uno si chiama
Bruno Vespa, l’altro Fabio Volo. Televisione pubblica e radio.

Entrambi parlano di donne. Di rapporti tra uomini e donne.

Entrambi dovrebbero chiedere scusa. E forse non basterebbe.

Il signor Volo vede un video di Ariana Grande e si dice preoccupato per il messaggio che l’artista manda alle giovani generazioni.

Questo il suo linguaggio: “a quattro zampe, in ginocchio, impecorata che muove il c*lo e fa l’ho visto, mi piace, lo voglio, ce l’ho, lo prendo”…

Dentro si suoi discorsi forbiti mi ha colpito una frase: “Le donne sono come i fiori, in base ai colori e ai profumi attirano un certo tipo di uomo. Se tu hai paura perché sei insicura e quindi esageri con la sessualità attirerai solo gente che ti vuole sdraiare”.

Sdraiare!

Se le mie figlie avessero ascoltato le sue parole a Radio Deejay, una sventurata mattina, cosa avrebbero immaginato di sé stesse? Cosa avrebbero pensato?

Cosa avrebbero pensato i ragazzi e, soprattutto, le ragazze del suo illuminato insegnamento?

Una cosa è certa, avrebbero capito, che la violenza di un uomo su una donna dipende dalla donna, da come si comporta, da come si veste.

Siamo noi che attiriamo un certo tipo di uomo. Un uomo che si può sentire libero di “sdraiarci”.

Il signor Volo non sa che la nostra insicurezza, come la chiama lui, dipende da un sistema sociale che ci vuole belle fin da bambine, non sa che è parte dello stesso disegno di schiavitù patriarcale e che dovremmo essere libere, di poter vestire, comportarci camminare, come desideriamo senza essere stuprate, violentate, uccise.

Poi, arriva il signor Vespa, e io non posso che collegare i linguaggi. Non posso che collegare attraverso un filo rosso il pensiero con cui veniamo “educate” continuamente.

Il signor Vespa intervista Lucia, una donna che venne brutalmente aggredita, accoltellata e presa a calci sulla testa (con le scarpe da lavoro), da un uomo con cui aveva avuto una breve relazione e non contento, in carcere, promise al compagno di cella, 25 mila euro, un trattore e un’auto per finire ciò che lui aveva cominciato.

Venticinque mila euro. Un trattore. Un’auto.

Un uomo che oggi è già libero.

A un certo punto dell’intervista, il signor Vespa le dice: “Lei è fortunata perché è sopravvissuta mentre molte donne vengono uccise”.

Lucia, secondo il giornalista ha un sacco di fortune: “Lei peraltro, è fortunata perché a differenza di tante altre donne è protetta”.

Lucia ribadisce incredula: “Devo chiamare i carabinieri ogni volta che voglio uscire di casa”.

Lucia non si sentirà mai più al sicuro. Questo lui non l’ha ancora capito.

Lei racconta, la immagino seduta su quella poltrona, il cuore sbranato dall’ansia, la voglia di giustizia e verità.

Un uomo che la guarda, e ancora una volta insinua il dubbio, che in fondo, è colpa sua e chiama amore qualcosa che non è.

E la storia di negazione si ripete.

Non sto ad andare oltre, a raccontarvi quella squallida conversazione in una televisione che è nostra.

Ma quello che mi chiedo è quante volte ancora dovremmo assistere alla negazione della violenza sulle donne, quante volte dovremmo sentire uomini che solidarizzano con il carnefice invece che con la vittima. Quante volte dovremmo sentirci dire che è colpa nostra se veniamo uccise.
Quante volte si assolverà l’uomo. Quante volte ancora chiameranno troppo amore, ciò che ha un solo nome: violenza.

La trasmissione incomincia con in sottofondo un brano Bang Bang (My Baby Shot Me Down): «Il mio tesoro mi ha colpito».

Quante volte dovremmo sentir chiamare “tesoro”, “gigante buono” un uomo che agisce violenza su una donna?

Sono altri uomini, a volte giornalisti, a volte scrittori, con parole “pubbliche” che permettono al femminicidio e alla violenza di essere socialmente giustificati. E, permettono, alla stessa, di esistere.

No, le scuse non basteranno. Mai.

La pressione deve essere così alta che, prima o poi, dovranno fermarsi.

Noi non ci fermeremo.

Penny

 

 

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