Perché Gaza?

REDAZIONE 25 NOVEMBRE 2012

di Assaf Kfoury

 

22 Novembre 2012

 

Nota introduttiva

Tre settimane prima che Israele avviasse la sua Porzione Pilastro della Difesa il 14 novembre,  facevo parte di una delegazione accademica in breve visita a Gaza dal 18 al 22 ottobre. Per i media tradizionali, ottobre era un mese “normale” perché   le difficoltà  sopportate dagli abitanti di Gaza non sono degne di notizia quando non ci sono le bombe intelligenti lanciate dagli gli aerei F-16. Il fatto che uno o due abitanti di Gaza venissero uccisi durante le perlustrazioni dell”esercito israeliano da una settimana all’altra di ottobre, perché avevano oltrepassato i limiti dell’assedio di Israele, passava in gran parte inosservato..

Questi però sono gli standard etici dei media tradizionali che si inginocchiano  davanti al potere e ignorano gli oppressi. Un modo di vedere attraverso la nebbia ideologica, è di sperimentare condizioni “normali”da distanza ravvicinata.  All’interno della Striscia di Gaza in ottobre, siamo stati testimoni diretti degli effetti devastanti delle sanzioni, dell’attacco, del blocco navale e – cosa più fondamentale -del lungo sistematico sventramento  che Gaza ha sofferto da diversi decenni.    

Il 14 novembre il presidente israeliano Simon Peres ha spiegato perché Israele avviava la sua Operazione Pilastro della Difesa, dicendo che “negli ultimi cinque giorni c’era stato un costante lancio    di missili verso Israele e che le mamme e i bambini non possono dormire tranquillamente di notte. In risposta alla compassione unilaterale del signor Peres dico;: se anche  le notti insonni delle madri e dei bambini palestinesi contano  qualche cosa, l’onestà impone una cronologia molto diversa.

Il 5 novembre un civile palestinese di 20 anni, Ahmad al-Nabaheen, è stato ucciso da soldati israeliani dopo essersi avvicinato al confine senza accorgersene. L’8 novembre un ragazzo palestinese di 13 anni, Hamis Younis Daqqa, mentre giocava a pallone vicino a casa sua, è stato ucciso dal fuoco di una mitragliatrice proveniente  da elicotteri o da carri armati israeliani  che erano entrati nel territorio di Gaza.  Il 10 novembre, 4 soldati israeliani,  (i veri obiettivi dell’attacco) sono stati feriti quando un missile anticarro è stato sparato verso la loro pattuglia in ricognizione, lungo la recinzione di sicurezza nella parte settentrionale della Striscia di Gaza. Il 10 novembre, colpi sparati da carri armati israeliani hanno ucciso 4 palestinesi e ne hanno feriti 30 proprio a Gaza City; i quattro erano il diciottenne Ahmad al-Dardasawi  e il diciassettenne Muhammad Harara, e due uomini non identificati che sono morti dopo, in seguito alle ferite avute nell’attacco. E l’escalation infernale è continuata

 Nell’articolo che segue ho raccolto distinte impressioni di momenti diversi del nostro viaggio di ottobre. L’ho scritto pochi giorni prima del 14 novembre. La “normalità” di Gaza è una violenza a lungo sopportata i cui effetti in realtà superano e rendono inevitabile il tipo di violenza esplosiva inflitta dall’Operazione Pilastro della Difesa.

 

Ansioso di vedere il mondo – e ritorno a casa.

               Se solo potesse affondare nel mare

– Il defunto Primo ministro Itzhak Rabin riferendosi a Gaza  (1 )

1.

Il lungo viaggio in macchina dal Cairo è durato più di 6 ore. Attraversare il terminal del confine di Rafah ha richiesto altre 3 ore di attesa e di discussioni. Sul lato egiziano del terminal, la gente spingeva da tutte le direzioni, molti avevano valige pesanti e si tiravano dietro i bambini. La scena caotica non turbava i funzionari egiziani del confine, per lo più gioviali o senza grande considerazione per la densa folla di viaggiatori stanchi e incapaci che continuavano a tenere ai margini.  Coloro che si lamentavano sembrava dovessero aspettare un po’ più a lungo prima che i loro documenti di viaggio venissero timbrati e approvati per attraversare la frontiera.

La striscia di Gaza è circondata  da tutti i lati. Il blocco navale israeliano impedisce tutti i trasporti di gente e di merci dal mare. Il confine di terra con Israele è chiuso ermeticamente. Rafah, al margine meridionale della Striscia, è una degli unici  due punti di entrata/uscita; l’altro è Erez al margine settentrionale. Rafah è l’unica e difficile via di entrata ed uscita, passando per l’Egitto, per la grande maggioranza dei palestinesi. Israele controlla il valico di Erez, monitorando rigorosamente l’entrata dei volontari internazionali, dei giornalisti e per un pugno di palestinesi.

I funzionari egiziani mi hanno fatto il terzo grado  perché non avevo un hawiyya (il documento di identità di Gaza). Ho insistito che il mio passaporto statunitense era il mio unico documento di identità e che non avevo mai avuto un documento di identità di Gaza. “Il suo nome, però, è arabo, vero?” Il funzionario che mi interrogava non era del tutto sicuro. “Sì, è arabo, ma non sono di Gaza. Trattatemi come un qualunque altro straniero, un professore universitario  ospite,” ho detto.  Il mio invito ufficiale avuto dal Dipartimento di Matematica dell’Università islamica non lo convinceva. Il pensiero molto spiacevole  di dover ritornare al Cairo mi passò per la mente. Alla fine hanno acconsentito alla mia richiesta di  telefonare a uno degli assistenti di Eyad Sarraj a Gaza [2]  (uno dei contatti attentamente registrati nel mio porta documenti, ognuno  con accanto il numero di telefono) che in precedenza ci aveva dato consigli su come  preparare il nostro viaggio a Rafah. Questo sembrava aver sbloccato la situazione. Dopo la loro breve conversazione telefonica, mi hanno lasciato passare.

Sapevo che nel corso degli anni molti abitanti di Gaza avevano acquisito passaporti nord-americani ed europei, che permettevano loro una certa mobilità di partire dalla Striscia e di tornarvi. Quello che non sapevo o che non riuscivo a ricordare, era che gli abitanti di Gaza con passaporto straniero dovevano ancora mostrare il documento di identità di Gaza per entrare. In linea di principio, ai visitatori stranieri si permette di entrare, purché siano inviati da un’istituzione di Gaza o da una importante ONG, previo tanseeq(coordinamento), e una lettera che lo dimostri al mukhabarat   (i servizi segreti egiziani). Nel mio caso, un nome arabo mi ha reso sospetto e sembrava squalificarmi come visitatore straniero. Un invito ufficiale e una lettera di tanseeq sono state inutili, fino a quando l’ufficio di Eyad Sarraj ha interceduto per me.

Viaggiavo con Noam Chomsky che doveva essere il relatore ospite a un congresso di linguistica    organizzato dall’Università islamica di Gaza [3]. Facevamo parte di un convoglio di due veicoli che era partito dal Cairo quella mattina presto. Il veicolo proprio dietro di noi era un minibus  che portava  un gruppo internazionale di linguisti radunati da Hagit Bore vari mesi prima, per partecipare allo stesso congresso. Io ero l’unico matematico del gruppo.

Iniziato come un incontro accademico – di per sé un’ammirevole iniziativa e l’affermazione che Gaza poteva avere un’ apparenza di vita normale malgrado le sanzioni e l’assedio – il congresso è diventato un evento internazionale, con la partecipazione di  Noam Chomsky e di altri linguisti venuti dall’estero. Era un ovvio atto di  sfida e di solidarietà internazionale, era destinato a irritare   tutti gli aguzzini della popolazione di Gaza, a  cominciare dal governo israeliano, proprio perché era inteso a pubblicizzare le terribili condizioni di Gaza nel mondo esterno. Dopo il valico di Rafah c’era un’altra ora di macchina su strade  buie e accidentate prima di arrivare alla nostra destinazione finale (l’albergo Mat’haf) vicino al limite settentrionale della Striscia. A quell’ora fuori era buio pesto. C’era soltanto il tempo necessario per lavarsi e prepararsi per una cena offerta in onore di tutti gli accademici stranieri in visita.

Nella mia camera d’albergo, però, non riuscivo a ottenere della schiuma dalla mia saponetta, anche se la strofinavo molto sotto l’acqua.  Mi sarei dovuto ricordare anche questo, perché spesso avevo letto dell’acqua dura a Gaza – acqua che è diventata sempre più densa negli anni a causa dei minerali dannosi.  Avevo portato la saponetta da Boston, ma l’acqua era così dura che era come un pezzo di legno appiccicoso nelle mie mani. Per quanto mi sciacquassi, sentivo comunque qualche cosa di molle sui miei capelli. Ho usato frettolosamente l’asciugamano  per levarmi dalla faccia e dai capelli il sapone rimasto.

Uscendo, ho detto all’impiegato della reception, che avevo “lottato” con il sapone. Gli ho chiesto se potevo comprare del sapone meno duro lì attorno. “Benvenuto a Gaza!” mi ha detto ridendo. Mi sono sentito un po’imbarazzato per essermi preoccupato dell’acqua e del sapone quando gli abitanti di Gaza avevano vissuto per anni con quel problema. Mi ha detto:”Avrebbe dovuto essere qui nel 2008 e 2009, specialmente dopo l’attacco di Israele . il sapone e ogni altra cosa erano di gran lunga peggiori”.

Forse le cose erano peggiori nel 2009. Sì, naturalmente, non c’è dubbio che le cose siano un poco migliori ora di quanto lo fossero durante  l’assalto furibondo  di Israele nell’Operazione Piombo Fuso.  Questo però non coglie il  quadro più ampio e mostra il problema più grosso di come informare sulla situazione di Gaza. Le cose sono migliori o peggiori in relazione a che cosa? In quale periodo di tempo? Negli scorsi tre anni o negli scorsi tre decenni? E quale sarà il destino finale di Gaza?

2.

Non ci vuole molto perscoprire  quale è la situazione dell’acqua nella Striscia di Gaza. Sono stati pubblicati numerosi rapporti nel corso degli anni. Un rapporto di Amnesty International dell’ottobre 2009 fa notare che:

“L’unica sorgente di acqua dolce di Gaza è la Falda acquifera costiera, un corso d’acqua in comune con Israele che corre lungo la costa fino ad Haifa. La falda acquifera è gravemente deteriorata e il 95 % di questa acqua che viene tirata fuori non è adatta al consumo per le persone avendo livelli pericolosi di nitrati e di cloruri, ben al di sopra di quelli indicati dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, con possibilità  di gravi rischi per la salute del 1,6 milioni di residenti palestinesi della Striscia di Gaza. [4]

Il rapporto avverte profeticamente che Gaza potrebbe restare senza acqua entro questo decennio se non si agisce per trovare sorgenti alternative. La stessa conclusione si applica ad altri settori dell’economia di Gaza.

Nonostante miglioramenti temporanei, l’infrastruttura economica di Gaza è ancora in una fase di declino a lungo termine. Impennate di breve termine e afflussi di finanziamenti dalla Turchia, dal Qatar e da altri benefattori, non possono da soli invertire la tendenza. La crescita basata sulla beneficenza, nel migliore dei casi è uno sviluppo effimero e insostenibile nel lungo periodo. Il fatto è che Gaza non è stata lasciata in uno stato di sottosviluppo, ma è stata deliberatamente de-sviluppata, per usare le parole di Sara Roy, una ricercatrice molto rispettabile  dell’Università di Harvard, esperta di Gaza [5]. Nei decenni e negli anni passati, l’industria palestinese è stata sistematicamente sabotata a favore di quella israeliana, compresa l’industria (o qualunque cosa  sia degna del nome) a Gaza, la cui economia è fondamentalmente controllata da Israele. E’ estremamente allarmante  un recente rapporto delle Nazioni Unite, Gaza nel 2020, che f indica che Gaza non sarà più un “luogo vivibile” nel  2020. [6]

In Occidente, la situazione di Gaza è per lo più ignorata o distorta. La distorsione può arrivare in vari modi. Possiamo mettere da parte i giornalisti e gli scrittori che allegramente trascurano o falsificano i fatti per negare o minimizzare il deterioramento economico di lunga durata di  Gaza. Questi sono scribacchini a pagamento, criminali che camuffano la realtà.

Alcuni altri, però, distorcono le cose con intenzioni apparentemente buone: nell’ansia di mostrare che Hamas non il male così spesso dipinto in Occidente e che l’Autorità Palestinese controllata da Fatah a Ramallah non merita di vincere il “concorso di bellezza” contro Hamas a Gaza, essi  citano fuori contesto  o mettono in risalto attività economiche e breve termine (sì, realmente ammirevoli, contro ogni previsione) e ignorano inesorabili tendenze a lungo termine (di nuovo, se non accade nulla che le capovolgerà). Ecco una citazione sfacciatamente fuori contesto, di un recente articolo che vuole rappresentare Gaza come un alveare di attività piena di speranza:

La disoccupazione nell’economia formale  è scesa al 29%, il punto più basso in un decennio e un miglioramento di 8 punti percentuali in un anno [7].

Davvero un quadro roseo, che soddisferà chiunque abbia una coscienza. Il contrasto con il rapporto dell’ONU, dove si cita il tasso del 29%, non potrebbe essere più forte:

“La disoccupazione a Gaza era al 29% nel 2011 e da allora è continuata ad aumentare. Le donne e i giovani sono particolarmente colpiti: la percentuale di disoccupazione delle donne era del 47% durante i primi tre mesi del 2012, ed era del 58% per le persone tra i 20 e i 24 anni di età. [8].

Queste non sono statistiche di un’economia fiorente, ma piuttosto di un’economia di sussistenza o quasi. Il rapporto dell’ONU, lasciando da parte qualunque riserva possiamo avere al riguardo, è abbastanza cupo da metterci in guardia riguardo a una situazione catastrofica che ci sarà fra pochi anni, se non si farà qualche cosa prima.

3.

Dei funzionari del municipio di Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza, ci hanno fatto fare un giro dell’impianto di desalinizzazione che si sta costruendo. Gli Accordi di Oslo del 1993 chiedevano la costruzione di due impianti in quella che sembrava un gesto di parità: uno in Israele e uno a Gaza. Quello di Israele è stato costruito ed è un impianto all’avanguardia per la desalinizzazione dell’acqua di mare. L’impianto palestinese deve essere ancora completato e usa la tecnologia più economica di desalinizzare   l’acqua sotterranea, che minaccerà  ulteriormente l’unica falda acquifera ultra usata e molto inquinata.

Il pomeriggio dello stesso giorno, Noam Chomsky ha parlato a una sala zeppa di ascoltatori simpatizzanti  in un incontro organizzato dal TIDA, l”istituzione  attivista e  progressista fondata e diretta da Eyad Sarraj.*  Noam ha fatto un’analisi delle politiche degli Stati Uniti in Medio Oriente e ha raccontato un po’ di quanto avevamo visto la mattina a Khan Younis.

Nella sessione di domande e riposte dopo la presentazione, sembrava surreale sentire un volontario britannico che era nel pubblico fare una reprimenda  a Noam per quella che definiva l’opposizione di Chomsky a una soluzione “di un solo stato”. Alla luce dell’urgenza che c’è nel resto di Gaza di pura sopravvivenza, il problema di “uno stato o due stati” sembrava totalmente gratuito e sterile, secondo me, di nessuna importanza per aiutare i palestinesi ad affrontare i loro problemi interni e i loro numerosi nemici esterni.  La risposta di Noam: “Non sono contrario alla soluzione di un solo stato – in effetti la mia preferenza è per una soluzione con nessuno stato – ma ditemi come arrivarci. Non conosco nessuna fase intermedia se non la soluzione dei due stati.”

4.

Al mio ritorno a Boston, un amico mi ha chiesto: “puoi confermare oppure no,  le relazioni ottimistiche riguardo al livello di sviluppo?”  Queste parole sembravano inopportune. E’ molto difficile associare l’ottimismo  o lo sviluppo di qualsiasi genere degno di questo nome, con la realtà di Gaza. Anche senza avere un’ampia conoscenza della storia di quel luogo, prima e dopo il 1948 o di prima e dopo il 1967, un  osservatore onesto e di larghe vedute, senza un programma antecedente da promuovere (del tipo “Gaza è fiorente”, all’opposto, “Gaza si merita il suo destino”?’) sarà sopraffatto.

La popolazione di Gaza in generale, non fa il ruolo della vittima, con loro grande merito, ma una persona esterna compassionevole non può non provare un misto di rabbia e di tristezza quando li incontra  e parla con loro. Lo esprimono, è  palpabile,  e rapidamente si condivide il sentimento, inframmezzato con il caldo benvenuto, gli scherzi, le semplici conversazioni sul cibo e il tempo. Ci sono poche enclave di persone di classe media, per lo  più abitate dalle ultime vecchie famiglie di Gaza, ma il resto è un luogo enorme e povero. E’ caotico,  brulicante di gente, invaso dagli orribili  odori delle fogne non pulite,  solcato da strade  di fango  polverose, e qualsiasi altra cosa abbiamo letto da anni in proposito, ma è comunque  una cosa tremenda  sperimentarla direttamente.

Un’impressione dominante a Gaza è la capacità di resistenza della sua popolazione. E’ ammirevole –

in qualche altra parte del mondo, in condizioni di minori possibilità,  forse è fonte di qualche ottimismo, – ma qui rispecchia la loro determinazione di sopportare  le avversità,  di mantenere la loro terra e le loro case a tutti i costi, di continuare con le loro vite a dispetto delle avversità estreme e, insieme a questo, abbracciano con calore qualsiasi tipo di appoggio o di solidarietà che arrivi da fuori e che sembra possa rompere il loro isolamento.

Questo è stato lo sfondo costante della nostra conversazione, a volte esplicito e talvolta ipotizzato, con amici o in incontri casuali, con l’autista dell’università o con l’impiegato della reception dell’albergo o perfino con il cameriere che una mattina si è scusato  perché erano rimasti senza olive nere per la prima colazione.

No, il cameriere non mi diceva che non c’erano più olive nere a Gaza. Per risarcirmi, mi ha portato un’altra porzione di olive verdi e una quantità  extra di zaatar. (una miscela di spezie tipica del Medio Oriente, n.d.t.). Come gli altri alimenti razionati a Gaza, però, la mancanza di olive nere  quella particolare mattina rifletteva la situazione più ampia e noi ci  abbiamo scherzato sopra tristemente.

Senza dubbio c’è attività economica, a volte impressionante o perfino abbagliante  per qualcuno non disposto a inserirla nel contesto di un assedio che dura da tanto tempo, ma, alla fine, questa è un’attività per resistere e rimandare il risultato catastrofico previsto dal rapporto dell’ONU prima citato. Naturalmente, non è un risultato preordinato, e tutti vogliamo opporci, a cominciare dalla stessa gente di  Gaza con l’appoggio di tutti i loro amici esterni con qualsiasi mezzo disponibile.

Così si arrangiano con qualunque cosa hanno. Sì, ci sono edifici in costruzione, ma molti altri sono rimasti non finiti, senza i dei piani superiori, o come scheletri senza le mura. Sì, c’è l’elettricità,ma interrotta in diversi momenti ogni giorno. Sì, le università funzionano ma le percentuali di abbandono sono alte, e maggiori tra gli uomini che tra le donne, perché le prospettive di lavoro sono scarse (pressoché nulle  nelle scienze matematiche, e non è una cosa sorprendente, come mi  hanno spiegato i miei colleghi matematici).

5.

Gli studenti  si sono accalcati attorno a me  alla fine della mia lezione al Dipartimento di Matematica all’Università Islamica. facevano a gara per avere la mia attenzione e cercavano di ottenere per primi le risposte. Nessuna delle domande, però – neanche una su almeno una dozzina – era collegata all’argomento sul quale avevo fatto lezione. Tutte le domande riguardavano l’aiuto che varrei potuto fornire loro se avessero richiesto di proseguire gli studi negli Stati Uniti, o, nel caso di un o studente, se volesse raggiungere un cugino che era riuscito ad emigrare negli Stati Uniti, nella zona di Detroit. Ero un po’ deluso, e mi chiedevo se avessi  fatto male le mie spiegazioni di matematica. Sopravvivere a Gaza può essere soffocante per persone giovani ansiose di scoprire il mondo. La matematica non era la loro priorità quando parlavano a un ospite straniero.

Il contrasto con l’Università del Cairo, dove avevo fatto lezione pochi giorni prima, è stato forte e istruttivo. Gli studenti erano ugualmente ricettivi e mi hanno dato un benvenuto cordiale e pieno di esuberanza, come si  fa per qualsiasi ospite che vada a fare lezione in qualsiasi parte del mondo.  Qui al Cairo, però, le domande erano collegate all’argomento della lezione – non una sola domanda aveva a che fare con il voler scappare dall’Egitto.

Un orizzonte bloccato, la sensazione di essere circondati e di non essere in grado di andare molto lontano, pervade Gaza. L’industria della pesca, una volta fiorente e il mare aperto che la rendeva possibile, in passato sempre parte dell’economia e dell’identità di Gaza, sono state sottratte a Gaza e alla sua popolazione – deliberatamente e incessantemente, per anni e decenni, senza che nessuno e nessuna delle parti fosse mai costretta a renderne conto. Voltare le spalle all’entroterra infelice e guadare verso il Mediterraneo e le sue acque scintillanti, dovrebbe di solito essere un’evasione confortante, ma non a Gaza. Le nostre mattine, mentre facevamo  il breakfast, erano punteggiate dagli spari che avvenivano al largo. Non erano  candelotti di dinamite che i ragazzi o la povera gente faceva esplodere sottacqua per raccogliere grandi quantità di pesci storditi, come avevo pensato all’inizio, ma spari delle barche israeliane in perlustrazione per mettere in guardi i pescatori di restare all’interno del limite di tre miglia nautiche. La mattina che abbiamo lasciato la Striscia, ci hanno detto che due pescatori che avevano oltrepassato il limite, erano stati uccisi il giorno prima.

Ero diventato amico di due guardie della sicurezza  che ci hanno  seguito  ovunque, venendo con noi  in macchina o sui piccoli autobus da un posto all’altro. Al principio  ho pensato che fossero dipendenti dell’università.  In seguito ho scoperto che lavoravano per il Ministero degli esteri palestinese, che li aveva incaricati di accompagnare la nostra delegazione di accademici stranieri. Mi hanno detto che avevo torto a ipotizzare che fossero membri di Hamas. Insistevano a dire che erano impiegati indipendenti, sebbene non risparmiassero parole di ammirazione per il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh e totale disprezzo per l’ex capo della sicurezza di Fatah,  Mohammed Dahlan.

Erano contenti di parlare con me in arabo e hanno riconosciuto il mio accento come se fosse di un qualche posto più a nord. Ho detto loro dei miei rapporti con il Libano e la Palestina e dei primi anni della mia istruzione trascorsi in Egitto. A loro forse sembrava un inviato di un paese delle meraviglie irraggiungibile, perché facevo racconti affascinanti di Beirut, del Cairo e di Alessandria. Boston e New York,  ancora più estranei, erano un pianeta del tutto diverso. Erano desiderosi di sentir parlare di questi luoghi  lontani. Gli facevo una cosa gradita, ma mi dispiaceva che essi potessero soltanto sognare i miei privilegi.

Sebbene fossero entrambi nati a Gaza, uno si considerava originario di Majdal (Ashkelon nell’attuale Israele, a pochi chilometri dalla striscia di Gaza) e l’altro di Beer al-Sab’e (beer Sheba, nell’attuale Israele). Entrambi avevano un’età compresa tra i 27 e i  30 anni , e   non avevano messo mai piede fuori dei 360 chilometri quadrati della Striscia.

Quando si esce dalla Striscia al confine di Rafah e si arriva nel vasto [deserto del] Sinai, il paragone con l’Egitto è inevitabile. Si va dai dolori e dagli inquietanti orizzonti di Gaza agli ampli panorami dell’Egitto che si estendono per centinaia di chilometri in tutte le direzioni e che sono liberi per tutti. L’Egitto ha la sua porzione di povertà, in alcuni luoghi peggiore di qualsiasi cosa che c’è a Gaza, ma i più poveri tra i poveri del Cairo possono sempre camminare sulla strada in riva al Nilo e godere la vista  maestosa del fiume.

Notes

1. Amira Hass, , Drinking the Sea at Gaza, Days and Nights in a Land under Siege,   [Bere il mare a Gaza, giorni e notti in una terra sotto assedio], Metropolitan Books, 1999, page 9.

2.  Eyad Sarraj è uno psichiatra con base a Gaza e  da lungo tempo attivista per i diritti umani. E’ il fondatore del Programma di salute mentale per la comunità di Gaza e del TIDA, un’istituzione     progressista che è incentrata sui diritti dei palestinesi. L’ufficio di Eyad Sarraj ha fornito consigli e informazioni prima e durante la nostra visita a Gaza.

3. Noam Chomsky ha registrato alcune delle sue impressioni altrove: Impressions of Gaza  [Impressioni di Gaza], 4 novembre 2012.

4. Amnesty International, Israel rations Palestinians to trickle of water,  [Israele concede soltanto un filo  d’acqua ai palestinesi ], 27 Ottobre  2009.

5. Sara Roy, The Gaza Strip, the Political Economy of De-development, [ La Striscia di Gaza, l’economia politica dello sviluppo] Institute of Palestine Studies,1995; Failing Peace, Gaza and the Palestinian-Israeli Conflict, Pluto Press, 2007; [La pace precaria: Gaza e il conflitto israelo-palestinese] and Hamas and Civil Society in Gaza, Princeton University Press, 2011[Hamas e la società civile a Gaza]

6. Un rapporto del country team delle Nazioni Unite nel territorio palestinese occupato: Gaza in 2020: A Liveable Place? [Gaza nel  2020:Un luogo vivibile?] 27 Agosto  2012.

7. Nicolas Pelham, “Gaza: A Way Out?” [Gaza: una via d’uscita?], New York Review of Books, Blog, October 26, 2012.

8. Un rapporto del Country Team delle   Nazioni Unite  nel territorio palestinese occupato, op.cit.

 *Tida era il nome arabo del porto di Gaza nel XII° secolo.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/ why-gaza-by-assaf-kfoury

Originale: Assaf  Kfoury’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY -NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/8734

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