Perché i palestinesi non sono sorpresi per l’umiliazione di Rashida Tlaib – di Daoud Kuttab

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Sintesi  personale

Ogni volta che i miei cugini palestinesi americani vengono a trovarci, a Gerusalemme, vengono sempre preparati. Oltre al pacchetto a dimensione familiare del caffè Dunkin ‘Donuts, portano libri e un’importantissima serie di carte da gioco. ‘Sanno che al terminal controllato da Israele del King Hussein (Allenby) Bridge, saranno sottoposti a una lunga attesa prima di ottenere l’approvazione per entrare. Invece di permettere a questa umiliazione israeliana di consumarli, i miei parenti giocano a carte mentre aspettano ore.

A differenza della maggior parte dei visitatori americani, gli americani di origine palestinese sono regolarmente discriminati. Sono costretti ad aspettare lunghe ore e a sottoporsi a  domande rigorose e umilianti.

Naturalmente, non tutti gli americani palestinesi sono ammessi, come abbiamo visto nel caso di Rashida Tlaib (D-Mich.).

La lettera umiliante che è stata costretta a firmare, dove chiede considerazioni “umanitarie” per visitare sua nonna novantenne al fine di convincere gli israeliani a permetterle di visitarla, è la strada obbligata per i palestinesi  da  oltre mezzo secolo. Non c’è da stupirsi che ora abbia ripensato alla sua decisione decidendo di ritirarsi dal viaggio.

Ogni volta che mio fratello – un avvocato sulla sessantina  e  membro dello stato di New York, viene fermato a un posto di blocco israeliano, esegue gli ordini dell’esercito israeliano. “Rispetto la tua pistola”, a volte dice, dopo aver risposto a qualsiasi domanda ridicola del militare.

Naturalmente molti che vi sono nati o che desiderano visitare la Palestina non si preoccupano nemmeno di provare. Non è solo perché non vogliono sperimentare l’esercizio arbitrario da parte di Israele dei suoi diritti “sovrani”, ma anche perché non sopportano di vedere la loro patria sotto l’occupazione.

Conosco queste arbitrarie decisioni israeliane. Quando le mie due figlie si sono sposate, abbiamo cercato di organizzare un gruppo di familiari e amici dalla Giordania per la felice occasione. Ma anche se abbiamo inviato l’elenco degli invitati agli israeliani per l’approvazione con largo anticipo, quando alla fine abbiamo ricevuto il permesso, all’ultimo minuto a un certo numero di invitati è stato negato, senza alcuna ragione ovvia. Un marito era autorizzato, ma sua moglie no, così come a  un amico di famiglia di 70 anni.

Anche se deve essere stato difficile, posso simpatizzare con la decisione iniziale che Tlaib ha preso di firmare una lettera chiedendo al ministro degli interni israeliano di consentirle l’ingresso per motivi “umanitari”. Sono sicuro che Tlaib abbia scelto di mordersi il labbro e, come tutti noi, accettare l’umiliazione israeliana per soddisfare il desiderio della sua famiglia. Mentre una visita a un parente è generalmente un atto normale che non richiede un appello umanitario, questo non è il caso di molti palestinesi. Ovviamente si è ribellata alle restrizioni aggiunte e ha cancellato la visita.

I palestinesi a Gerusalemme con residenza israeliana, come ad esempio le mie due figlie, hanno difficoltà a crescere le loro famiglie. Il governo israeliano non riconosce la necessità per una coppia di vivere insieme come un diritto umanitario, una regola draconiana affermata dall’alta corte israeliana. Pertanto, un coniuge palestinese della Cisgiordania non può ottenere il permesso di pernottare con il coniuge a Gerusalemme est fino a quando non avranno compiuto i 25 anni (per una femmina) e i 35 (per un maschio).

Viaggiare in Palestina, un paese riconosciuto da 140 membri delle Nazioni Unite, non dovrebbe aver bisogno dell’approvazione israeliana.

Se qualcuno ha ancora dei dubbi sul fatto che la Palestina sia un paese sotto l’occupazione, ciò che il governo israeliano ha fatto ai rappresentanti degli Stati Uniti dimostra esattamente quello che l’amministrazione Trump ha cercato di negare.

Le decisioni sull’ingresso nei territori occupati (compresa la Striscia di Gaza) non dovrebbero automaticamente essere il diritto esclusivo di Israele. Fino a quando non viene trovata una soluzione permanente, ciò che forse è necessario è un insieme di linee guida trasparenti, monitorate da un forum internazionale.

Preoccupante vedere gli israeliani inserire condizioni, molto preoccupante.

La seconda metà della lettera di Tlaib al ministro degli interni israeliano, che le imponeva “di non promuovere boicottaggi contro Israele durante il mio soggiorno”, subordina il Congresso degli Stati Uniti alle autorità israeliane, nonostante i diritti del Primo emendamento di Tlaib sulla libertà di parola e sul suo status di legislatore americano. Non ero sorpreso da questa condizione, ma sono sicuro che molti americani saranno rimasti scioccati nel sapere che un alleato fa una tale richiesta a un rappresentante eletto al Congresso.

Eppure questo è un evento comune per coloro che lottano per i diritti dei palestinesi.  Poeti palestinesi sono stati incarcerati, giornalisti sono stati colpiti e picchiati e eventi culturali sono stati banditi da Israele con una serie di dubbie giustificazioni.

Mentre i palestinesi potrebbero essersi abituati alla costante discriminazione e umiliazione israeliana, ciò non significa che sia giusta o accettabile. Queste umiliazioni non fanno che aumentare la determinazione palestinese a combattere, usando mezzi non violenti, per uno stato indipendente o uno stato condiviso con pari diritti. Vivere sotto l’occupazione non è, e non dovrebbe essere, tollerato.

Whenever my Palestinian American cousins come to visit us, in Jerusalem, they always come prepared. In addition to the family-size package of Dunkin’ Donuts coffee, they bring books and an all-important set of playing cards. From past experience, they know that at the Israeli-controlled terminal of the King Hussein (Allenby) Bridge they will be subjected to a long wait before getting the approval to enter. Instead of allowing this Israeli humiliation to consume them, my relatives play cards as they wait for hours.

Unlike most American visitors, Americans of Palestinian origin are routinely discriminated against. They are forced to wait long hours and to undergo rigorous and humiliating searches and questioning.

Of course, not all Palestinian Americans are allowed in, as we have seen with the case of Rep. Rashida Tlaib (D-Mich.). The humiliating letter she was forced to sign, where she asks for “humanitarian” consideration to visit her 90-year-old grandmother in order to get the Israelis to allow her to visit, is par for the course for Palestinians who have experienced the travel blues for more than half a century. Small wonder that she has now rethought her decision by deciding to withdraw from the trip.

Whenever my brother — a lawyer in his sixties who is a member of the New York state and Israel bars — is stopped at an Israeli checkpoint, he follows the orders of the 18- or 19-year-old Israeli army conscript religiously. “I respect your gun,” he sometimes says, after responding to whatever ridiculous question the soldier manning the checkpoint would ask.

Naturally, many who were born in or who wish to visit Palestine don’t even bother trying. It’s not only because they don’t want to experience Israel’s arbitrary exercise of its “sovereign” rights, but also because they can’t stand seeing their homeland under occupation.

I am familiar with these arbitrary Israeli decisions. When my two daughters married, we tried to organize a group of family and friends from Jordan to join us for the happy occasion. But even though we sent the list of invitees to the Israelis for approval well in advance, when we finally received permission at the last minute, a number of the invitees were denied, without any obvious reason. A husband was allowed but his wife was not. A pastor and his wife were arbitrarily denied, as was a 70-year-old family friend.

While it must have been difficult, I can sympathize with the initial decision Tlaib took to sign a letter asking the Israeli interior minister to allow her entry for “humanitarian” reasons. I am sure Tlaib chose to bite her lip and, like all of us, accept the Israeli humiliation in order to fulfill her family’s desire as well as her own legislative duty. While a visit to a relative is generally a normal act not requiring a humanitarian appeal, that is not the case for many Palestinians. Obviously, she soon rebelled at the added restrictions and canceled the visit.

Palestinians in Jerusalem with Israeli residency, such as my two daughters, for example, have a hard time raising their families. The Israeli government doesn’t recognize the need for a couple to live together as a humanitarian right, a draconian rule affirmed by the Israeli high court. As such, a West Bank Palestinian spouse cannot get permission to stay overnight with his or her spouse in East Jerusalem until they are over 25 (for a female) and over 35 (for a male).

Travel to Palestine, a country recognized by 140 members of the United Nations, shouldn’t need Israeli approval. If anyone still had any doubts that Palestine is a country under occupation, what the Israeli government did to the U.S. representatives proves precisely the point that the Trump administration has been trying to deny. Decisions on entry to the occupied territories (including the Gaza Strip) should not automatically be the exclusive right of Israel. Until a permanent solution is found, what is perhaps needed is a set of transparent guidelines monitored by an international forum.

It was also troubling to see the Israelis inserting a much more troubling condition. The second half of the Tlaib letter to the Israeli minister of interior, which required her “not to promote boycotts against Israel during my stay,” subordinated the U.S. Congress to the Israeli authorities — despite Tlaib’s First Amendment rights to freedom of speech and her status as a U.S. legislator. I wasn’t surprised by this condition, but I am sure many Americans would be shocked to know that an ally would make such a demand from a duly elected representative to Congress.

Yet this is a common occurrence for those who fight for Palestinian rights. Palestinian poets have been imprisoned, journalists have been shot at and beaten, and cultural events have been banned by Israel under a variety of dubious justifications.

While Palestinians might have gotten used to constant Israeli discrimination and humiliation, that doesn’t mean it is right or acceptable. These humiliations only increase the Palestinian resolve to fight, using nonviolent means, for an independent state or a shared state with equal rights. Living under occupation is not, and should not be, tolerated.

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Informazioni su questo sito web

 

WASHINGTONPOST.COM
A U.S. congresswoman experiences life in occupied territory — without leaving the U.S.

 

 

Perché i palestinesi non sono sorpresi per l’ umiliazione di Rashida Tlaib – di Daoud Kuttab

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2019/08/daoud-kuttab-perche-i-palestinesi-non.html

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