Perché il Rapporto Goldstone è importante

di Richard Falk

Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale del Sudafrica, procuratore all’Aia del Tribunale Penale Internazionale (International Criminal Court) per l’ex Iugoslavia, e militante contro l’apartheid ha dichiarato di aver esitato molto prima di accettare di presiedere la missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite. Goldstone ha spiegato che la sua riluttanza ad accettare l’incarico era dovuta al tema “molto carico e politicamente sensibile” e che l’ha superata perché lui stesso e i suoi colleghi erano “professionisti impegnati a condurre un’inchiesta obiettiva e basata sui fatti” aggiungendo che “soprattutto ho accettato perché credo fermamente nello Stato di diritto e nelle leggi di guerra nonché nel dovere di tutelare per quanto possibile la popolazione civile nelle zone di combattimento”. Il fatto che Goldstone sia ebreo con stretti legami familiari e affettivi con Israele e il Sionismo, legami rafforzati dalla sua lunga associazione con diverse organizzazioni attive in Israele rendeva ancora più complessa la sua decisione.

Malgrado le credenziali impeccabili dei membri della commissione delle Nazioni Unite e la reputazione di cui gode Richard Goldstone a livello mondiale per la sua integrità e equilibrio politico, Israele ha rifiutato di cooperare fin dall’inizio. Non ha nemmeno permesso alla commissione di entrare in Israele o nei Territori Palestinesi, obbligandola a far capo al governo Egiziano per entrare a Gaza attraverso il punto di passaggio di Rafah. Come osserva Uri Avnery, Israele può attaccare quanto vuole il rapporto della commissione e tacciarlo di unilaterale e sleale, ma l’unica spiegazione plausibile del suo rifiuto a cooperare all’accertamento dei fatti e cogliere l’opportunità di fornire la propria versione della storia è che Israele non aveva elementi per contestare le schiaccianti prove che i suoi attacchi a Gaza lo scorso inverno non hanno rispettato il diritto dei conflitti armati.

Nessuna commissione internazionale credibile potrebbe giungere a conclusioni diverse da quelle cui è giunto il rapporto Goldstone sulle principali denunce.

Nella sostanza il rapporto Goldstone non aggiunge nulla di nuovo. Il suo principale contributo è la conferma delle pratiche militari di Israele ampiamente riferite e analizzate durante la guerra di Gaza. Sono già state pubblicate diverse relazioni affidabili che condannano le tattiche di Israele come violazioni delle leggi di guerra e del diritto umanitario internazionale. Tra tutto il materiale disponibile prima del Rapporto Goldstone, il documento più aggravante è la relazione intitolata “Breaking the Silence,” con le osservazioni di trenta membri delle Forze di difesa israeliane che avevano partecipato all’Operazione Piombo Fuso. Questi soldati hanno parlato in maniera toccante delle scarne direttive impartite dai loro comandanti che spiegano come sia stato fatto ben poco per evitare vittime tra i civili. Dalle osservazioni di questi soldati delle Forze di Difesa Israeliane che non contestavano affatto Israele né la Guerra di Gaza emerge anche che la politica israeliana era soprattutto improntata a ‘dare una lezione agli abitanti di Gaza per il loro sostegno a Hamas’ e a limitare al massimo le perdite delle Forze di Difesa Israeliane anche al prezzo di morte e distruzione su vasta scala per Palestinesi innocenti.

Considerata l’esistenza di un consenso internazionale sull’illegalità dell’operazione Piombo fuso, c’è da chiedersi innanzi tutto perché questo spesso rapporto di 575 pagine è stato accolto con tale allarme da Israele e ha ricevuto tanta attenzione mediatica. Il rapporto ha aggiunto ben poco a quanto già si sapeva. Si può dire che è più sensibile di altri rapporti precedenti alla tesi di Israele secondo cui Hamas con i lanci di razzi sul territorio israeliano si è reso colpevole di crimini di guerra.

Sotto molti aspetti il rapporto Goldstone avalla la fuorviante tesi centrale della narrativa Israeliana accettando il presupposto che Israele ha agito per autodifesa contro un avversario terrorista. Il rapporto critica fortemente l’uso sproporzionato della forza da parte di Israele ed esamina le prove di vari attacchi a civili e a obiettivi non militari. Il rapporto evidenzia anche il blocco illegale che ha ridotto nella zona di Gaza a livelli minimi di sussistenza il flusso di cibo, combustibile e forniture mediche prima, durante e dopo l’ Operazione Piombo fuso.

Questo blocco è un flagrante caso di punizione collettiva, vietata espressamente dall’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra – Protezione della popolazione civile contro gli effetti delle ostilità che enuncia i diritti e gli obblighi di una potenza occupante e vieta esplicitamente che la popolazione civile sia fatta oggetto di pene collettive.

Israele ha sempre respinto le critiche internazionali alle sue operazioni militari nella Guerra di Gaza, sostenendo che le Forze di Difesa Israeliane erano la forza combattente più etica della terra. Le Forze di Difesa Israeliane hanno condotto alcune indagini nominali su presunti comportamenti illegali, giustificando sistematicamente l’operato dei militari e hanno sempre promesso di difendere qualsiasi ufficiale militare o leader politico israeliano che venisse accusato a livello internazionale di crimini di guerra.

Alla luce delle accuse confermate e dell’irato rifiuto Israeliano, perché il rapporto Goldstone è stato trattato a Tel Aviv come una bomba che minaccia gravemente il rango di Israele come stato sovrano? Il presidente di Israele, Shimon Peres, ha classificato il rapporto “un travisamento della storia” che non fa distinzioni tra aggressore e uno stato che esercita il diritto di autodifesa ribadendo che il rapporto “legittima l’attività terrorista e azioni di omicidio e morte.” In genere, gli zelanti difensori di Israele hanno condannato il rapporto come unilaterale, fuorviante, che giunge a conclusioni anticipate e come un prodotto derivante dal nucleo anti-Israele del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Questo tipo di reazione a qualsiasi critica del comportamento di Israele nella Palestina occupata, soprattutto se espressa dalle Nazioni Unite o da ONG che si occupano di diritti umani che si limita a lanciare l’accusa di “parzialità”, evitando di esaminare seriamente la sostanza delle accuse è un esempio di quanto io definisco ‘la politica di deviazione’ volta a spostare l’attenzione dal messaggio al messaggero. Più le accuse sono gravi e più le reazioni sono feroci. Sotto questo profilo, il rapporto Goldstone Report ha centrato in pieno il bersaglio!

Un’analisi più attenta mostra l’esistenza di buoni motivi per la reazione di panico di Israele al rapporto. Innanzitutto il rapporto ha il supporto di una personalità nota a livello internazionale che non può essere accusata in modo credibile di parzialità anti – Israele, ed è quindi più difficile distogliere l’attenzione dalle conclusioni per quanto forte si gridi ‘imparzialità’. Qualsiasi lettura imparziale del rapporto mostra che il documento è equilibrato, ha tenuto conto dell’argomentazione di Israele circa la sicurezza e ha lasciato a Israele il beneficio del dubbio su alcune questioni chiave. In secondo luogo, le conclusioni, non sorprendenti, sono abbinate a precise raccomandazioni che vanno ben al di là delle relazioni precedenti. Due rischiano di preoccupare grandemente la leadership Israeliana: il rapporto raccomanda vivamente che se Israele e Hamas non avviano entro sei mesi un’indagine e azioni conseguenti, conformi a standard internazionali di obiettività sulle violazioni del diritto di guerra, si dovrebbe adire il Consiglio di Sicurezza ed invitarlo a deferire eventualmente l’intera questione della responsabilità di Israele e Hamas al Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Anche se gli Stati Uniti e magari qualche governo europeo eserciteranno pressioni diplomatiche per risparmiare al governo di Israele questa vergogna, le implicazioni negative per le relazioni pubbliche in caso di mancato rispetto della raccomandazione del rapporto potrebbero essere gravi.

Già a partire dalla guerra di Gaza il sostegno ebreo a Israele ha cominciato a sfrangiarsi e si sfilaccerà probabilmente di più. A partire dalla Guerra di Gaza è iniziato un forte movimento di boicottaggio e disinvestimento e il rapporto Goldstone non potrà che corroborare queste iniziative. Aumenta nel mondo la consapevolezza che l’unica chance per i Palestinesi di conseguire una certa giusta pace dipende dall’esito legato ai simboli di legittimità, ciò che io ho definito la guerra di legittimità. In misura crescente i Palestinesi hanno vinto questa seconda guerra, non militare. Questo tipo di guerra, portata avanti su un campo di battaglia politico a livello mondiale — che ha infine e repentinamente portato alla disintegrazione del regime di apartheid in Sud-Africa — è diventato molto più minaccioso per il senso di sicurezza israeliano di quanto abbia fatto la resistenza armata dei Palestinesi.

Un quarto motivo di preoccupazione per Israele è che il rapporto autorizza i tribunali nazionali in tutto il mondo a far applicare la legislazione penale internazionale contro indagati Israeliani in viaggio  all’estero e sottoposti a fermo per azione penale o estradizione in un paese terzo. Questi soggetti potrebbero essere accusati di crimini di guerra legati alla loro partecipazione alla guerra di Gaza. Il rapporto incoraggia quindi a far capo alla nozione di ‘giurisdizione universale’, ossia il potere di un tribunale in qualsiasi paese di porre soggetti in stato di fermo per estradizione ed esercizio dell’azione penale a seguito di violazioni del diritto penale internazionale, a prescindere dal luogo dove sono avvenuti i presunti reati. La reazione dei media in Israele rivela che i cittadini Israeliani temono già di essere arrestati se viaggiano all’estero. Come indicato da un commentatore giuridico nella stampa israeliana, “A partire da oggi, non soltanto i soldati dovranno fare attenzione quando si recano all’estero, ma anche i ministri e i consulenti legali.” Va rammentato che l’Articolo 1 delle Convenzioni di Ginevra chiede agli stati in tutto il mondo di “rispettare e far rispettare” il diritto umanitario internazionale “in ogni caso.” L’azione intrapresa nel 1998 da diversi tribunali europei di perseguire Augusto Pinochet per crimini commessi quando era capo di stato in Cile, mostra che è possibile ricorrere a tribunali nazionali per perseguire leader politici e militari per crimini commessi sul territorio di uno stato diverso da quello in cui è formulata l’accusa.Naturalmente, Israele reagirà. Ha già lanciato un’offensiva mediatica e diplomatica volta a presentare il rapporto come un testo di parte che non merita di essere preso in considerazione. Il governo degli Stati Uniti sembra purtroppo aver già adottato questa veduta e respinto la raccomandazione centrale del rapporto Goldstone secondo cui il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere incaricato di implementarne le conclusioni. Il 16 settembre, appena un giorno dopo la pubblicazione del rapporto, l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha espresso in una seduta a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza “serie preoccupazioni riguardo a diverse raccomandazioni del rapporto.” Sviluppando questo tema, l’ambasciatrice Rice ha affermato che il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, che non dispone di poteri esecutivi, è l’unica sede adatta per qualsiasi azione da intraprendere sulla base del rapporto. La battaglia iniziale verterà probabilmente sulla questione di seguire o meno la raccomandazione del rapporto che invita il Consiglio di Sicurezza a deferire la problematica della responsabilità al Tribunale Penale Internazionale, cosa che potrebbe essere bloccata da un veto degli Stati Uniti o di altri membri permanenti.

Deludente è il fatto che il rapporto non tratti il rifiuto di Israele di concedere alla popolazione civile intrappolata nella piccola e affollata zona di combattimento della striscia di Gaza l’opzione di rifugiati.

Durante la Guerra di Gaza, Israele aveva chiuso tutti i passaggi di frontiera e consentito di uscire soltanto ai residenti di Gaza aventi un passaporto straniero. Nelle guerre moderne è raro che non sia concessa alla popolazione civile l’opzione di diventare rifugiati. Anche se nel diritto bellico non esistono disposizioni specifiche che impongano ad un paese in guerra di permettere alla popolazione civile di uscire dalla zona di combattimento, si tratta di un requisito umanitario di base che avrebbe dovuto essere almeno menzionato come parte del diritto consuetudinario internazionale o come una lacuna della legge da colmare. Da rilevare anche che il rapporto dà grande spazio a Gilad Shalit, il soldato delle Forze di Difesa Israeliane detenuto da Hamas a Gaza e ne raccomanda la liberazione per motivi umanitari ma non esprime raccomandazioni simili a Israele che detiene nelle sue prigioni, in condizioni di grande durezza, migliaia di Palestinesi.

Alla fine il rapporto Goldstone difficilmente riuscirà a spezzare il rifiuto inter-governativo di impugnare il blocco della Striscia di Gaza o di indurre le Nazioni Unite a impugnare l’impunità di Israele in modo significativo. In funzione della diplomazia di corridoio, gli Stati Uniti riusciranno o non riusciranno a evitare che Israele debba rispondere del suo comportamento durante la guerra di Gaza e del suo continuo rifiuto di rispettare il diritto umanitario internazionale cessando il blocco che continua a ledere quotidianamente la salute di tutta la popolazione di Gaza.

Malgrado questi limiti, il rapporto costituisce un contributo storico alla lotta Palestinese per ottenere giustizia e fornisce una documentazione impeccabile di un capitolo cruciale nella loro vittimizzazione sotto l’occupazione. Il suo impatto si farà sentire particolarmente sul crescente movimento della società civile in tutto il mondo, volto a imporre un boicottaggio culturale, sportivo, accademico e di disinvestimento, a scoraggiare gli investimenti, il commercio e il turismo con Israele. Come nella lotta contro l’apartheid nelle relazioni  di forza vi sarà un passaggio a favore dei Palestinesi non attraverso la diplomazia o a seguito della resistenza armata ma sul campo di battaglia simbolico della legittimità ormai di portata mondiale e che si può definire come la nuova rilevanza politica della globalizzazione morale e legale.

(tradotto da Adelia Bertetto)

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