Perchè Israele considera i contadini di Gaza che seminano il grano dei bersagli militari?

Pubblicato il 30 dicembre 2013 da AbuSara

 

28 Dicembre 2013 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson |
Gaza, Palestina Occupata

A dicembre per i contadini di Gaza giunge il tempo della semina.

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Ma per quelli che hanno dei campi vicino alla barriera di sicurezza, è una situazione molto pericolosa. Un’ora prima ci era giunta la notizia che un ragazzo di 18 anni era stato colpito da colpi di arma da fuoco, mentre controllava le sue reti per gli uccelli quì nella zona a sud della Striscia di Gaza, a Khuza. Vendere uccellini può servire a racimolare qualche soldo, ma anche trasformare il cacciatore in preda. Questo è stato fortunato, una giornata all’ospedale è stata sufficiente.

Non c’è dubbio che la nostra presenza e le nostre giacche gialle siano auspicabili. Senza nessuna direttiva, alcuni di noi salgono sul trattore come protezione per il conducente mentre gli altri formano una linea tra il campo e la barriera di sicurezza israeliana. Quì un tempo i campi erano ricoperti di ulivi e altri alberi da frutta, che sono stati devastati dai bulldozer israeliani. Ora i contadini possono coltivare solo il grano, che non richiede una cura giornaliera.

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I campi che dovevano essere arati non erano grandi, e dopo aver seminato, ci siamo avvicinati sempre di più alla barriera. Abbiamo visto il filo spinato arrotolato in larghi cerchi davanti alla barriera, le torrette con le mitragliatrici, i cumuli di sporcizia e i carri armati, le jeep che si fermano per un istante prima di ripartire. Ma abbiamo anche visto i campi verdi oltre tutto questo, dove l’irrigazione è permessa. Il contrasto è molto forte.

Il lavoro ci spinge sempre più vicino alla barriera. Gli attivisti con le giacche gialle sono ancora seduti sui trattori, ma gli altri non sono più posizionati in riga. Ora siamo molto vicini alla barriera, così camminiamo direttamente accanto alle persone che stanno seminando a mano. Se fossimo in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe una scena divertente, ma qui è terribilmente serio. A forse 70-80 metri dalla barriera, il suolo è completamente distrutto dai bulldozer e dai carri armati.

Le tracce profonde dei cingolati sono dappertutto, alcune ci dicono che risalgono a qualche giorno fa. Lì i trattori non possono arare, e i contadini non ci provano nemmeno. E possono solo sperare che i soldati israeliani non distruggeranno i loro campi e schiacceranno il grano prima della raccolta. E’ successo in passato e molto probabilmente succederà ancora.

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A fine giornata, torniamo indietro. Non una singola pallottola ci è stata sparata addosso questa volta. Ma ne trovo una per terra, una che non ha trovato il suo bersaglio, e mostro il mio souvenir israeliano agli altri.
Ma nessuno reagisce. Qualcuno fa segno col braccio verso i campi: quì è pieno di tipi diversi di munizioni sparate dai soldati.

Provo ad immaginare come abbia ragionato il soldato che questa mattina ha sparato. Cosa lo ha fatto sparare? Si è sentito di aver svolto il suo dovere? Ha creduto di aver cancellato una potenziale minaccia allo stato di Israele? Ha forse ricevuto una pacca sulla spalla da parte del suo comandante, o da suoi commilitoni alla base? Quando tornerà a casa, la sua madre orgogliosa gli servirà il suo piatto preferito, e suo padre aprirà il suo armadio segreto per invitare suo figlio ad assaggiare qualcosa di più forte ora che suo figlio è diventato un uomo?

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Ma sopratutto, mi chiedo cosa gli fa credere che dei contadini che seminano a mano rappresentino delle minacce per le quali i soldati si sentono in dovere di sparare. Cosa li rende a tal punto spaventati da rifugiarsi in torrette di guardia o nei carri armati? Come può essere protetto lo stato di Israele devastando i campi palestinesi con i bulldozer e distruggendo le loro coltivazioni?

E come si fa a convincere una nazione intera che questi contadini rappresentano una minaccia alla sua esistenza? Non lo capisco. Ma capisco che la nostra presenza quì può significare la differenza tra la vita e la morte.

 

http://reteitalianaism.it/public_html/index.php/2013/12/30/perche-israele-considera-i-contadini-di-gaza-che-seminano-il-grano-deibersagli-militari/

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ARTICOLO ORIGINALE

Why does Israel treat Gaza farmers sowing wheat by hand as military targets?

in GazaJournals December 28, 2013

28th December 2013 | International Solidarity Movement, Charlie Andreasson | Gaza, Occupied Palestine

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(Photo by Charlie Andreasson)

December is the time for farmers in the Gaza Strip to sow. But for those with fields near the Israeli separation barrier, it is highly dangerous. Sure enough, we were met by news that an 18-year-old was shot an hour earlier when he was checking his bird nets here in Khuza’a in the southern part of the Gaza Strip. To sell small birds can earn a few bucks, but also makes the hunter the hunted. This one was lucky. For him, a day’s hospital visit was enough.

That our presence and our yellow vests are desirable cannot be mistaken. Without any directive, some of us get up on the tractors as protection for the drivers while the rest form a row between the field and the Israeli barrier. Here the open fields were once interspersed with olive and other fruit trees, trees devastated by Israeli bulldozers. Now they can only plant wheat, a crop that grows without daily care.

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(Photo by Charlie Andreasson)

The fields to be plowed were not large, and after they been sowed, we came closer and closer to the fence. We saw the barbed wire rolled out in large circles before the fence, the towers with machine guns, the large mounds of dirt and tanks coming up behind them, the military Jeeps that stop for a moment before continuing. But we also saw the green fields behind all this, where irrigation is permitted. The contrast is great.

The work takes us closer and closer to the barrier. Activists with yellow vests still sit on tractors, but the rest of us are no longer in a row. We are now very close to the fence, so we walk directly beside those sowing by hand. It would look funny at any time, in any other part of the world, but here it is deadly serious. Maybe 70-80 meters from the fence, the ground is completely disturbed by bulldozers and tanks. Deep traces of crawlers are everywhere, some of them made earlier in the week, we are told. The tractors cannot plow there, and the farmers are not trying, either. And they can only hope that the Israeli soldiers will not tear up their fields and plow down the wheat before they reap. It has happened in the past and will most likely happen again.

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(Photo by Charlie Andreasson)

Done for the day, we walk back. Not a a single bullet has been fired at us this time. But I find one in the ground, one that didn’t find its target, and show my Israeli souvenir for the others. But no one reacts significantly. Someone strikes out with his arm over the fields: there are plenty of different kinds of ammunition fired here.

I try to understand how the soldier who shot early that morning reasoned. What made him shoot? Did he feet that he did his duty, believe that he erased a potential threat to the state of Israel? Did he get a pat on the shoulder from his commander, or backslapping by his peers in the barracks? When he comes home, will his proud mother serve him his favorite dish, and will his father open the forbidden cabinet to invite his to taste something stronger now then he has become a man?

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(Photo by Charlie Andreasson)

But above all, I wonder what makes them think that farmers who sow by hand are really a threat forcing the soldiers to shoot them. What makes them so afraid that they take shelter in bulletproof guard towers or tanks. How the State of Israel can be protected by bulldozing Palestinians’ fields and destroying their crops. And how to get an entire nation to believe that these farmers are a threat to their existence. I do not understand it. But I understand that our presence can mean the difference between life and death.

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