PERCHE’ ISRAELE SI SENTE MINACCIATO DALLA RESISTENZA POPOLARE IN PALESTINA

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di Ramzy Baroud

11 aprile  2018

Perché Israele ha ucciso molti dimostranti di Gaza disarmati e ne ha feriti oltre 2000, venerdì 31 marzo e i giorni successivi, quando chiaramente essi non costituivano nessuna  minaccia ai soldati israeliani?

Centinaia di militari israeliani, molti dei quali erano cecchini, sono stati zona cuscinetto che l’esercito israeliano ha creato tra Gaza assediata e Israele, quando decine di migliaia di famiglie palestinesi tenevano massicce manifestazioni al confine.

“Ieri abbiamo visto 30.000 persone,” ha scritto in un tweet l’esercito israeliano il 31 marzo. “Siamo arrivati preparati e con precisi rinforzi. Nulla è stato eseguito senza controllo, ogni cosa era accurata e misurata, e sapevamo dove toccava terra ogni pallottola.”

Il tweet, che è stato “catturato” dal gruppo israeliano per i diritti umani, B’Tselem, è stato subito cancellato. L’esercito israeliano deve essersi reso conto che uccidere i bambini e  vantarsene sui media sociali è troppo crudele, anche per loro.

La mobilitazione popolare palestinese preoccupa profondamente Israele, in parte perché è un incubo per le Pubbliche Relazioni. Uccidendo e ferendo un tale numero di Palestinesi, Israele aveva sperato che le masse si sarebbero ritirate, le proteste sarebbero diminuite  e che sarebbero finite. Naturalmente, non è stato così.

C’è di più, però, che la paura di Israele. Il potere dei Palestinesi, quando sono uniti al di là di lealtà tra fazioni, è immenso. Interrompe del tutto la tattica politica e militare di Israele, mette Tel Aviv completamente sulla difensiva.

Israele ha ucciso quei Palestinesi precisamente per evitare questo scenario da incubo. Dato che l’uccisione a sangue freddo di persone innocenti non è passata inosservata, è importante che scaviamo più profondamente nel contesto sociale e politico che ha portato diecine di migliaia di Palestinesi ad accamparsi e a manifestare al confine.

Si sta soffocando Gaza. Il blocco di Israele lungo dieci anni, unito all’incuria araba e a una faida prolungata tra le fazioni palestinesi, sono tutte servite a spingere i palestinesi sull’orlo della fame e della disperazione politica. Qualcosa deve succedere.

L’azione di mobilitazione di massa della settimana scorsa, non aveva soltanto lo scopo di sottolineare il Diritto del Ritorno per i rifugiati palestinesi (come è sancito nella legge internazionale), né di commemorare la Giornata della Terra, un evento che ha unito tutti i Palestinesi fin dalle sanguinose proteste del 1976. La protesta voleva rivendicare l’agenda, trascendere la conflittualità politica interna e ridare la voce alla gente.

Ci sono molte analogie logiche tra questo atto di mobilitazione e il contesto che ha preceduto la Prima Intifada (o ‘insurrezione’) del 1987. In quel tempo, i governi arabi della regione avevano relegato la causa palestinese in uno status di ‘problema di qualcun altro’. Alla fine del 1982, essendo già stata esiliata in Libano, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, insieme a migliaia di combattenti palestinesi, sono stati spinti ancora più lontano, in  Tunisia, Algeria, Yemen e in vari altri paesi. Questo isolamento geografico ha lasciato la tradizionale leadership della Palestina, estranea  a ciò che stava accadendo sul terreno.

In quel momento di totale disperazione, qualcosa si è spezzata.  Nel dicembre 1987, la gente (per lo più bambini ed adolescenti) sono scesi nelle strade in una mobilitazione in gran parte non violenta che è durata 6 anni, culminando nella firma degli Accordi di Oslo nel 1993.

Oggi, la leadership palestinese è in un analogo stato di crescente estraneità. Isolata, di nuovo, dalla geografia (Fatah ha la Cisgiordania e Hamas, Gaza), ma anche da una divisione ideologica.

L’Autorità Palestinese (AP) a Ramallah, sta rapidamente perdendo la sua credibilità tra i palestinesi, grazie ad accuse  di lunga data, di corruzione, con inviti al leader dell’AP Mahmoud Abbas di dimettersi (il suo mandato era tecnicamente scaduto nel 2009).Lo scorso dicembre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha aggravato l’isolamento dell’AP, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, disobbedendo alla legge internazionale e al consenso dell’ONU. Molti considerano questo atto come l’anticamera designata a emarginare ulteriormente l’AP.

Hamas, che in origine era un movimento della gente comune, nato dai campi di rifugiati, a Gaza durante la Prima Intifada, ora è analogamente indebolito dall’isolamento politico.

Di recente, è sembrato esserci un barlume di speranza. Dopo varie iniziative fallite verso la riconciliazione con Fatah, è stato firmato un accordo tra entrambi i partiti rivali, al Cairo, lo scorso ottobre.

Ahimè, come precedenti tentativi, ha cominciato a vacillare quasi immediatamente. Il primo ostacolo è arrivato il 13 marzo quando il convoglio del Primo Ministro dell’AP, Rami Hamdallah, è stato l’obiettivo di un evidente tentativo di assassinio. Hamdallah era in viaggio verso Gaza attraverso un valico di confine israeliano. L’AP ha rapidamente incolpato Hamas per l’attacco, cosa che questo ha negato con veemenza. La politica palestinese è tornata al punto di partenza.

Ma poi, la settimana scorsa, è successo. Mentre migliaia di Palestinesi camminavano pacificamente nella fatale ‘zona cuscinetto’ lungo il confine con Gaza, in vista dei cecchini israeliani, la loro intenzione era chiara: essere considerati dal mondo dei cittadini ordinari, mostrarsi come esseri umani normali, persone che, fino ad allora erano state rese invisibili, dietro ai politici.

Gli abitanti di Gaza hanno piantato le tende, hanno socializzato, hanno sventolato le bandiere palestinesi, non quelle delle varie fazioni. Le famigli si sono radunate, i bambini hanno giocato, anche i clown del circo hanno intrattenuto le persone. E’ stato un raro momento di unità.

La reazione dell’esercito israeliano che usa la tecnologia più recente nel far esplodere le pallottole, era prevedibile. Uccidendo 15 dimostranti disarmati e ferendo 773 persone soltanto il primo giorno, lo scopo era di punire i Palestinesi.

Le condanne per questo massacro sono arrivate in massa da personaggi autorevoli di tutto il mondo, come Papa Francesco e l’Osservatorio per i Diritti Umani. Questo barlume di attenzione può aver fornito ai Palestinesi un’occasione di elevare l’ingiustizia dell’assedio fino all’agenda politica globale, ma è, tristemente, di poca consolazione alle famiglie dei morti.

Consapevole del risalto internazionale, Fatah si è immediatamente preso il merito di questo atto spontaneo di opposizione popolare. Il Vice Presidente, Mahmoud Al-Aloul, ha detto che i dimostranti si erano mobilitati per appoggiare l’AP “di fronte alla pressione e alle cospirazioni escogitate contro la nostra causa,” riferendosi, indubbiamente alla strategia di Trump di isolamento verso l’AP dominata da Fatah.

Questa, però, non è la realtà. Qui si tratta della gente che cerca l’espressione al di fuori dei confini degli interessi delle fazioni; una nuova strategia. Questa volta il mondo deve ascoltare.

Nella foto: cittadini negli US e nel Regno Unito protestano contro le uccisioni di Palestinesi durante la commemorazione della Marcia per la terra.

Ramzy Baroud è un giornalista, scrittore e direttore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è: ‘The Last Earth: A Palestinian Story’ (Pluto Press, London). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi dell’Università di Exeter ed è Studioso  Non Residente presso il Centro Orfalea per gli Studi Globali e Internazionali all’Università della California, sede di Santa Barbara.  Visitate il suo sito web: www.ramzybaroud.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-israel-feels-threatened-by-popular-resistance-in-palestine/

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

PERCHE’ ISRAELE SI SENTE MINACCIATO DALLA RESISTENZA POPOLARE IN PALESTINA

http://znetitaly.altervista.org/art/24776

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