Perché Israele sta sostenendo sette gruppi ribelli in Siria?

 

FEB 20, 2018  

 

Lo sviluppo della guerra siriana, che vede Assad vincente sui suoi nemici, mette in stato di agitazione in Israele, preoccupata di ritrovarsi miliziani di Hezbollah o dell’Iran ai propri confini, dato il consolidarsi l’asse sciita che va da Teheran al Mediterraneo.

Finora Israele si era limitato a intervenire direttamente nella guerra siriana attraverso raid aerei, spiega su Haaretz di oggi Hamos Arel. Ma “ora sta modificando il suo dispiegamento per prepararsi a quello che verrà”.

Il cronista del giornale israeliano riprende quanto scritto sul suo blog dall’analista Elizabeth Tsurkov, ben informata sulla Siria. Secondo la blogger decine di ribelli “hanno descritto un cambiamento significativo nella quantità di aiuti che ricevono da Israele”.

E sarebbero almeno sette le “organizzazioni ribelli sunnite nel Golan siriano che stanno ricevendo armi e munizioni da Israele, oltre a denaro per comprare ulteriori armamenti”.

Tale cambiamento, si legge ancora su Haaretz “si è verificato in un momento in cui l’America ha notevolmente ridotto il suo coinvolgimento nella Siria meridionale. A gennaio, infatti, l’amministrazione Trump ha chiuso il centro operativo della Cia ad Amman, la capitale giordana, che ha coordinato gli aiuti alle organizzazioni ribelli nel Sud della Siria. Di conseguenza, decine di migliaia di ribelli che avevano ricevuto un regolare sostegno economico dagli Stati Uniti ne sono stati privati”.

Un quadro, quello descritto dal cronista israeliano, che manda in frantumi la narrativa corrente, che ha sempre parlato del conflitto siriano nei termini di una guerra civile. Come si vede non è stata una guerra civile ma una guerra per procura, nei quali miliziani al soldo dagli Stati Uniti (ma anche dei sauditi e di altri) hanno fatto guerra ad Assad.

Ma torniamo a Israele e alle sue preoccupazioni: stando a quanto riporta Arel, “Israele ha anche aumentato i suoi aiuti civili nei villaggi controllati dai ribelli, compresa la fornitura di medicine, cibo e vestiti. L’estate scorsa, Israele ha ammesso per la prima volta di fornire aiuti civili ai villaggi del Golan siriano, ma ha rifiutato di confermare le affermazioni secondo cui fornisce aiuti militari”.

Un no comment che, non smentendo, conferma. Tuttavia, riporta la Tsurkov, mentre i “ribelli si aspettano un supporto illimitato da parte di Israele, e alcuni sperano addirittura di essere aiutati nei loro sforzi per rovesciare il regime. I piani di Israele sono molto più modesti e sono intesi come azione di contenimento”.

Alcune di queste fazioni sunnite vigilano per conto di Tel Aviv i confini israeliani. E da qualche tempo, riferiscono sempre i ribelli, Israele li ha aiutati direttamente nelle battaglie contro l’Isis, “lanciando attacchi di droni e missili anticarro”.

L’analisi di Ariel è puntuale, anche se minimizza un po’ troppo il sostegno di Tel Aviv alle milizie jihadiste, che stato ed è ben più profondo. Ma ovviamente si tratta di operazioni più coperte, sulle quali la riservatezza è norma.

Tale analisi arriva dopo l’abbattimento del jet israeliano da parte della contraerea di Damasco, avvenuto il 10 febbraio scorso.

Un evento che ha segnato una svolta strategica importante nel complesso rebus siriano: l’aviazione di Tel Aviv finora aveva bombardato con estrema libertà obiettivi posti in territorio siriano, allorquando lo riteneva necessario.

Dopo quell’abbattimento le cose sono cambiate. E ciò porta Israele a intensificare gli sforzi per sostenere  le milizie ribelli, o tagliagole jihadisti che dir si voglia (tali sono considerati dai siriani; e non solo da loro).

Alcuni giorni fa Bashar Assad aveva provato a rassicurare i suoi vicini, con un messaggio riportato nel segreto da un mediatore internazionale: Damasco si proponeva di presidiare con il proprio esercito i confini israeliani, tenendone lontano Hezbollah e miliziani iraniani.

E, allo stesso, tempo, aveva assicurato che non aveva alcuna intenzione di muovere guerra al potente vicino. D’altronde, dopo sei anni di guerra, con un esercito decimato, sarebbe un semplice suicidio (vedi Piccolenote).

A quanto pare quelle offerte e quelle rassicurazioni non sono state nemmeno prese in considerazione.

 

 

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