Perché Israele voleva morto Arafat

REDAZIONE 15 NOVEMBRE 2013

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Di Jonathan Cook

14 novembre 2013

 

Sembra che ci siano ancora un sacco di parti che preferirebbero che la morte di Arafat venisse trattata come un mistero piuttosto che un assassinio.

E’ tuttavia difficile evitare di trarre la logica conclusione dopo i risultati resi noti la settimana scorsa da scienziati svizzeri, cioè che il corpo del leader palestinese conteneva alti livelli di un isotopo radioattivo, il polonio-210. Anche uno studio non definitivo e molto più limitato condotto da un gruppo di scienziati russi, pubblicato immediatamente dopo l’annuncio svizzero, indica che Arafat era morto per avvelenamento.

E’ora di dichiarare la cosa ovvia: Arafat è stato ucciso. E i sospetti ricadono  esattamente  su Israele.

Israele è l’unica che aveva i mezzi, i precedenti, l’intenzione dichiarata e il motivo. Non avere le impronte di Israele sull’arma del delitto, forse non era del tutto sufficiente per garantire la convinzione in un tribunale, ma dovrebbe essere un prova sufficiente per   condannare  Israele  nella corte dell’opinione mondiale.

Israele aveva accesso al polonio del suo reattore nucleare di Dimona, è ha un lungo passato di attuazione di omicidi politici, alcuni  appariscenti e altri segreti, spesso usando agenti chimici a cui è difficile risalire. E’ soprattutto notorio che nel 1997 Israele ha tentato tranquillamente di ammazzare un altro  palestinese, Khaled Mashal, capo di Hamas, in Giordania, iniettandogli un veleno nell’orecchio. Meshal è stato salvato soltanto perché gli assassini sono stati presi e Israele è stato costretto a fornire un antidoto. I capi politici israeliani sono stati in fila a negare che ci fosse un qualsiasi intento da parte di Israele contro Arafat. Silvan Shalom, il ministro dell’energia, ha dichiarato la settimana scorsa: “Non abbiamo mai preso la decisione di danneggiarlo fisicamente.” Forse Shalom soffre di un vuoto di memoria.

Ci sono molte prove che Israele voleva che Arafat – secondo l’eufemismo che si usava

in quel periodo – venisse “rimosso”. Nel gennaio del 2002 Shaul Mofaz, il capo di stato maggiore israeliano, è stato sorpreso mentre parlava di Aarafat, bisbigliando a un microfono, con il primo ministro Ariel Sharon:”Dobbiamo liberarci di lui.”

Dato che il capo palestinese è stato per più di due anni rintanato nel suo malconcio quartier generale a Ramallah, circondato da carri armati israeliani, il dibattito nel governo israeliano si incentrava sulla scelta di esiliarlo o di ucciderlo.

Nel settembre 2003, quando Shalom era ministro degli Esteri, il gabinetto dei ministri ha anche emesso un’avvertenza che Israele avrebbe “rimosso questo ostacolo in un modo e in un momento a sua scelta.” L’allora vice ministro Ehud Olmert, ha chiarito che uccidere Arafat era “una delle opzioni”.

Ciò che tratteneva Israele – e che alimentava il suo tono equivoco – era l’opposizione irremovibile di Washington. Dopo queste minacce, Colin Powell, il segretario di stato americano, ha avvertito che una mossa contro Arafat avrebbe innescato “rabbia in tutto il mondo arabo, nel mondo musulmano, e in molte altre parti del mondo”.

Tuttavia, nell’aprile 2004, Sharon ha dichiarato che non era più costretto dal suo precedente impegno con il presidente George Bush, a non “danneggiare fisicamente Arafat”. “Mi sono liberato da quella promessa,” ha osservato. Anche la Casa Bianca ha indicato un indebolimento della sua posizione: un portavoce anonimo ha risposto senza convinzione che gli Stati Uniti “erano contrari a un’azione di questo genere”.

Non si sa se Israele sia stato in grado di  eseguire l’assassinio da solo, o se ha  avuto  bisogno di reclutare un membro o dei membri della cerchia ristretta di Arafat, mentre lui era all’interno del suo edificio, come complici che dovevano consegnare il veleno radioattivo.

E quindi che dire del motivo? In che modo Israele ci guadagnava a “rimuovere” Arafat? Per comprendere il pensiero di Israele, bisogna tornare a un altro dibattito che infuriava in quel periodo tra i palestinesi.

La dirigenza palestinese era divisa in due fronti, con a capo Arafat e Mahmoud Abbas, il suo probabile successore. I due avevano strategie nettamente diverse per trattare con Israele.

Secondo l’opinione di Arafat, Israele si era sottratto all’impegno che aveva preso con gli accordi di Oslo. Era quindi riluttante a investire esclusivamente nel processo di pace. Voleva una strategia gemella: tenere aperti i canali per i colloqui e  allo stesso tempo mantenere l’opzione della resistenza armata per fare pressione su Israele. Per questa ragione, ha mantenuto uno stretto controllo sulle forze di sicurezza palestinesi.

Abbas, d’altra parte, credeva che la resistenza armata fosse un regalo per Israele, dato che delegittimava la lotta palestinese. Voleva concentrarsi esclusivamente sui negoziati e la costruzione di uno stato, sperando di esercitare una pressione indiretta su Israele, dimostrando alla comunità internazionale che i palestinesi meritavano di essere uno stato. Las sua priorità era di collaborare strettamente con gli Stati Uniti e Israele in materia di sicurezza.

Israele e gli Stati Uniti preferivano fortemente l’approccio di Abbas, anche costringendo per un certo tempo Arafat a ridurre la sua influenza nominando Abbas a un incarico creato di recente di primo ministro.

Le preoccupazione principale di Israele era che, per quanto potessero fare di Arafat un prigioniero, egli sarebbe rimasto una figura unificante per i palestinesi. Rifiutando di rinunciare alla guerra armata, Arafat riusciva a contenere – anche se appena – le tensioni che montavano tra il suo movimento  Fatah e il principale rivale di questo, Hamas.

Una volta scomparso Arafat, e installato il  conciliante Abbas al suo posto, queste tensioni sono venite fuori violentemente – come Israele certamente sapeva che sarebbe successo. Questo è culminato in una divisione che ha spezzato il movimento nazionale palestinese e che ha provocato uno scisma territoriale tra la Cisgiordania controllata da Fatah e Gaza governata da Hamas.

Nella terminologia spesso usata da Israele, Arafat era il capo della “infrastruttura del terrore”.  La preferenza di Israele per Abbas derivava però non  dal rispetto verso di lui o dalla convinzione che potesse riuscire a convincere i palestinesi ad accettare un accordo di pace. E ‘noto che Sharon dichiarava  che Abbas non era più notevole di una “gallina senza piume”.

Gli interessi di Israele di uccidere Arafat sono evidenti quando si considera che cosa era successo dopo la sua morte. Non soltanto è crollato il movimento nazionale palestinese, ma la dirigenza palestinese è stata fatta arretrare  verso una serie di colloqui di pace inutili, lasciando Israele libero di concentrasi sugli accaparramenti di terre e sulla costruzione di insediamenti.

Riflettendo sull’argomento che Israele abbia  tratto beneficio dalla perdita di Arafat oppure no, l’analista palestinese Mouin Rabbani ha osservato: “L’impegno esemplare  di Abu Mazen [Abbas] verso il trattato di Oslo dmostrato per molti anni e il mantenimento della collaborazione alla sicurezza con Israele nella buona e nella cattiva sorte, non hanno già risolto il problema?”

Forse la strategia di Abbas adesso sta affrontando la sua ultima prova, dato che il gruppo di negoziatori palestinesi una volta ancora cerca di costringere Israele a fare le minime concessioni riguardo al problema di essere uno stato, con il rischio di essere incolpati per l’inevitabile fallimento dei negoziati. Il tentativo sembra già profondamente fuorviato.

Mentre i negoziati hanno assicurato a Israele una manciata di prigionieri politici avviati verso la vecchiaia, Israele ha ora annunciato in cambio una massiccia espansione degli insediamenti e la minaccia di sfrattare  circa 15.000 palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est.

Senza dubbio è un compromesso di cui Arafat si sarebbe rammaricato.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e  Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare:gli esperimenti di Israele di disperazione umana](Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.net.

Una versione di questo articolo è stato pubblicata la prima volta su The National, di Abu Dhabi.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/why-israel-wanted-arafat-dead-by-jonathan-cook

Originale: Jonathan Cook’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/13158

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