Perché Israele vuole che i palestinesi abbiano armi?

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Articolo originariamente pubblicato in inglese su +972, tradotto in italiano da Grazia Parolari per Invicta Palestina

Di Rami Younis

Dalle bande criminali di Lyd alle forze di sicurezza a Ramallah, i palestinesi che spianano le armi gli uni contro gli altri stanno servendo il governo dell’apartheid israeliano.

Cittadini palestinesi ed ebrei di Israele protestano a Tel Aviv contro l’inerzia della polizia e l’aumento della criminalità e della violenza nelle comunità arabe, 13 marzo 2021. (Flash90)

A metà degli anni ’90, “Non date loro pistole!” è stato uno degli slogan più logori lanciati al primo ministro Yitzhak Rabin dopo aver firmato gli accordi di Oslo con il presidente dell’OLP Yasser Arafat che avevano contribuito a creare l’Autorità palestinese e le sue forze di sicurezza finanziate dall’estero. Sebbene non fosse il più severo degli slogan – “Morte ad Arafat” e il classico “Morte agli arabi” erano allora in testa alle classifiche – quella esternazione mi è rimasta impressa. Molti israeliani all’epoca erano terrorizzati, temendo che le armi consegnate ai palestinesi, le persone che avevano violentemente oppresso per decenni, sarebbero state rivolte contro di loro. Se solo avessero saputo.

Durante quegli anni di Oslo, io e i miei amici ascoltavamo regolarmente una canzone di Tupac che includeva il testo “Give ‘em guns, step back, and watch ‘em kills each other”. Sebbene il rapper stesse parlando delle comunità nere negli Stati Uniti, le parole risuonavano tra i giovani palestinesi come noi. A quei tempi, la mia città natale di Lyd, una città binazionale situata nell’attuale Israele centrale, era nel bel mezzo di uno scoppio di criminalità ed era descritta dai media israeliani e dalla polizia israeliana come la “capitale della droga del Medio Oriente”. La città aveva certamente un sacco di armi, ed eravamo famosi per i nostri altissimi tassi di omicidi. I miei ricordi d’infanzia degli anni ’90 sono pieni di storie dolorose di persone che hanno perso amici e familiari. Più tardi, accadde l’inevitabile e anch’io avrei avuto la mia storia.

Quando siamo cresciuti, la storia della comunità palestinese di Lyd, “infestata dalle armi”, che continua fino ad oggi, è diventata la storia di tutte le città e i villaggi palestinesi del ’48 (Israele). I tassi di omicidi superano ogni anno i record dell’anno precedente, con 80 cittadini palestinesi uccisi finora da gennaio, la stragrande maggioranza con armi da fuoco. “Gun Free Kitchen Table”, una coalizione leader che lavora su questo tema, stima che i cittadini palestinesi oggi possano avere senza licenza più armi da fuoco – la maggior parte delle quali provenienti dalle scorte dell’esercito israeliano – rispetto a quelle registrate dall’esercito israeliano, dalla polizia, dalle società di sicurezza private e dai coloni messi insieme (nel 2013, quei numeri erano circa 400.000 rispetto ai 330.000, rispettivamente, e oggi sono sicuramente più alti).

Lo scoppio di questa epidemia di armi è avvenuto per un motivo. Scioccato dalle proteste di massa dei cittadini palestinesi all’inizio della Seconda Intifada nel 2000 – durante la quale la polizia uccise 13 palestinesi in Israele e ne ferì altre centinaia – l’establishment israeliano cercò di contrastare la rivolta nazionale e la minaccia di una futura indebolendo il tessuto sociale della comunità. Un modo chiave per farlo, proprio come con le comunità nere negli Stati Uniti, era costringere i cittadini palestinesi di Israele a concentrare la maggior parte delle loro energie sui “problemi sociali” interni.

Decine di migliaia di cittadini palestinesi di Israele, insieme ad attivisti ebrei, hanno marciato nella città palestinese di Umm al-Fahem per protestare contro la violenza della polizia israeliana e la criminalità organizzata, 5 marzo 2021. (Oren Ziv/Activestills)

Negli anni successivi, la polizia e i servizi segreti israeliani permisero e persino coltivarono un’abbondanza di armi da fuoco illegali in queste città. Alcuni funzionari di polizia hanno iniziato ad ammettere apertamente che oggi non sono in grado di combattere i crimini violenti commessi con armi da fuoco perché molti proprietari di armi, comprese le principali organizzazioni criminali, stanno collaborando e sono “protette” dallo Shin Bet. Ma la strategia ha dato i suoi frutti: secondo numerosi sondaggi tenuti negli ultimi anni, la principale preoccupazione politica dei cittadini palestinesi non è l’occupazione di Israele né le sue leggi razziste, ma il crimine e la violenza armata nelle loro città e villaggi.

Braccio dell’apartheid

L’idea di mettere le armi nelle mani dei palestinesi e “guardarli uccidersi a vicenda” viene applicata con forza anche in Cisgiordania. In base agli Accordi di Oslo, l’Autorità Palestinese ha stretto un patto con l’establishment israeliano per preservare ciò che il presidente Mahmoud Abbas ha descritto come un “sacro” coordinamento della sicurezza: un sistema collaborativo che consente all’AP e all’esercito israeliano di arrestare, sopprimere e persino uccidere qualsiasi palestinese che sia percepito come una minaccia da Israele.

Questo patto non è solo considerato un crimine contro la resistenza palestinese; è un’umiliazione dell’intero popolo palestinese. Ricordo quando, circa 10 anni fa, andai con mio padre nella città di Ramallah in Cisgiordania, per riparare la mia vecchia Peugeot scassata. Mio padre aveva stretto amicizia con un prigioniero palestinese appena liberato che era stato rilasciato dal carcere dopo 14 anni. Accademico e ingegnere che lavorava bene manualmente, aveva deciso di iniziare la sua vita post-carcere aprendo un negozio di auto a Ramallah.

Mentre conversavamo con lui,  sentimmo forti grida e rumori.  Guardammo fuori e  vedemmo un corteo di polizia palestinese che sfrecciava lungo la strada, seguito da jeep dell’esercito israeliano. Il corteo si fermò proprio di fronte a noi. Gli ufficiali palestinesi armati rimasero nei loro veicoli, mentre i soldati israeliani  presero d’assalto l’edificio vicino.
Forze dell’AP e lealisti di Fatah, alcuni dei quali si identificano come personale di sicurezza sotto copertura, attaccano i palestinesi che protestano contro l’uccisione di Nizar Banat mentre si dirigono verso il quartier generale dell’AP a Ramallah, in Cisgiordania, il 26 giugno 2021. (Activestills)

Il nostro amico, il meccanico, smise di lavorare e si diresse silenziosamente nel retrobottega per nascondersi, come se fosse una procedura normale. Quattro minuti dopo, i soldati israeliani uscirono dall’edificio con un giovane ammanettato e bendato. Una volta che i soldati e gli ufficiali furono scomparsi, il meccanico tornò silenziosamente davanti al negozio per riprendere il lavoro.

Mio padre ed io eravamo lì, a bocca aperta, completamente scioccati. Il nostro amico era molto più composto rispetto alla mia rabbia visibile, ma sapevo cosa stava succedendo nella sua testa. “Scusa se sono sparito”, ha detto mentre smontava la mia ruota posteriore, con molta calma. “Ma è così che sono iniziati i miei 14 anni di prigione israeliana”. Mio padre lo ringraziò ed espresse solidarietà con alcune frasi arabe educate e tradizionali. Ma sapevamo di essere tutti umiliati, come palestinesi, che una scena del genere potesse accadere in pieno giorno nel centro di Ramallah.

Proprio quando pensavamo che il tradimento dell’Autorità Palestinese nei confronti della sua gente non potesse peggiorare, il suo comportamento brutale si è intensificato. L’uccisione dell’attivista Nizar Banat da parte delle forze dell’AP due mesi fa è diventato l’atto di apertura di una campagna di detenzione di massa contro chiunque critichi Abbas ei suoi compari. Decine di figure di spicco – alcune delle quali erano ex prigionieri o detenuti amministrativi nelle carceri israeliane, come Khader Adnan – sono state arrestate dall’Autorità Palestinese, molte delle quali duramente picchiate. Per aggiungere al danno la beffa, l’AP ha persino chiesto a Israele più “forniture per il controllo della folla” per “sopprimere le proteste” –  vocaboli in codice per indicare più armi con cui sparare contro la propria gente.

Di fronte alle pressioni locali e internazionali, l’AP ha annunciato questa settimana che ha posto sotto inchiesta 14 membri delle sue forze di sicurezza per il loro presunto coinvolgimento nell’uccisione di Banat. Ma questo processo farsa non dovrebbe ingannare nessuno: l’Autorità Palestinese ha dichiarato apertamente guerra al popolo palestinese. Dicevamo che l’AP funzionava come “subappaltatore” per l’occupazione, facendo il suo sporco lavoro in Cisgiordania. Dobbiamo cambiare questa frase: l’AP non è solo un collaboratore, è l’occupazione stessa.

Mentre la criminalità peggiora e diventa più evidente chi l’Autorità Palestinese effettivamente serve e protegge, ripenso a quei cori  di “Non date loro pistole!” e come, oggi, gli israeliani cantino una melodia molto diversa. Da Lyd a Ramallah, i palestinesi che puntano le armi contro altri palestinesi – siano essi giovani, bande criminali o agenti di sicurezza – operano effettivamente come un braccio diretto del sistema israeliano dell’apartheid, prendendo di mira il proprio popolo per mantenere vivo e vegeto il regime. Se gli israeliani avessero saputo, ai tempi di Oslo, che le armi che temevano così tanto sarebbero state effettivamente usate a loro vantaggio, forse avrebbero invece cantato i versi di Tupac: “Dagli le pistole, fai un passo indietro e guarda come si uccidono a vicenda”.

Rami Younis è un giornalista, regista e attivista palestinese di Lydd (Lod) che mira ad amplificare le opinioni locali attraverso vari mezzi. Rami scrive di questioni di interesse e importanza politica per la comunità palestinese in Israele nei territori occupati. Come attivista culturale, è anche uno dei cofondatori del “Palestine Music Expo”. In precedenza è stato consulente per i media e portavoce del parlamentare palestinese Haneen Zoabi. Attualmente risiede a Boston, dove sta ricercando e scrivendo sull’attivismo culturale all’Università di Harvard.

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