Perché Khader Adnan non diventa “notizia”

admin | February 19th, 2012 – 12:20 am

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Questa è una storia di numeri. Numeri attorno al destino di un uomo. E attorno a una silenziosissima battaglia mediatica che si combatte negli ultimi giorni. 63 sono, sino alle 24 di sabato, i giorni dello sciopero della fame condotto da Khader Adnan. 33 i suoi anni di vita: panetterie, palestinese, militante della Jihad Islamica. 1999 è l’anno in cui è stato arrestato la prima volta dalle autorità israeliane. 7 le volte in cui Adnan è stato arrestato, e poi detenuto spesso in regime di carcere preventivo. Come è successo il 17 dicembre scorso, quando lo hanno arrestato nella casa di famiglia, di fronte alla moglie e alle due piccole figlie. Detenzione amministrativa, si chiama. Carcere preventivo, è la traduzione italiana. Una pratica contro la quale, da anni, si battono le associazioni  per la difesa dei diritti umani e civili in Israele. Su internet è facile trovare i rapporti di Btselem o di Addamer, tra gli altri, per comprendere quanti sono i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane imprigionati senza un’accusa precisa o un processo. Per Btselem, erano oltre trecento alla fine del 2011, con un incremento del 40 per cento rispetto all’anno precedente.

Khader Adnan, stavolta, ha deciso di non subire il carcere preventivo. E ha cominciato uno sciopero della fame che si concluderà solo con la scarcerazione. O con la scarcerazione, o con la morte. Perché Adnan non ha nessuna intenzione di interrompere il digiuno. O la libertà, o la morte per digiuno.

A prima vista, ci sono varie ragioni per le quali la storia di Khader Adnan ha titolo di essere una notizia. La prima, la più importante: c’è un uomo che rifiuta il cibo da 63 giorni e rischia di morire. Ogni giorno, ogni minuto. Ha già perso oltre 40 chili, ed è legato a un letto di un ospedale, nel nord di Israele, guardato a vista da due poliziotti israeliani. Beve solo acqua, non accetta cibo. Non fa male a nessuno, se non a se stesso, per raggiungere un obiettivo. Si chiamerebbe, nella cultura occidentale, resistenza non violenta. E ad attuarla, è un esponente della Jihad islamica.

Già, anche questa, a suo modo, è una notizia. Così come notizia è che il caso di Khader Adnan ha il sostegno, a piena voce, di Amnesty International, di Human Rights Watch, del Carter Center, di Physicians for Human Rights. Più blanda la dichiarazione di Ms. Pesc,  Catherine Ashton..

Poi c’è la notizia che il caso di Adnan fa arrivare in superficie: e cioè il carcere preventivo, e ancor più in generale, il caso dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

Il caso Adnan, insomma, ha tutti i crismi per ricordare il caso di Bobby Sands, morto dopo 66 giorni – 66 giorni, ripeto – di sciopero della fame. Per i più giovani, il nome di Bobby Sands potrà dire poco. Ad alcuni, anzi, non dice nulla. Basta fare un salto su Wikipedia, però, per sanare le carenze storiche. Salto, così, i preamboli e la contestualizzazione per arrivare ai due elementi più significativi  nelle somiglianze possibili tra Khader Adnan e Bobby Sands, oltre quelli iconografici: così come in questo enorme murale Sands rompe le catene, nella grafica che si sta diffondendo sul web, Adnan rompe le catene della prigione che, nella simbologia palestinese, sono le catene dell’occupazione (c’è anche il richiamo a Gandhi, sottolineato in questo caso dal grande Carlos Latuff).

Il primo elemento che li unisce è che entrambi hanno concentrato la loro battaglia sull’essere riconosciuti come detenuti politici. Il secondo elemento, invece, riguarda quello che noi all’esterno, noi spettatori, pensiamo di entrambi. Sia Bobby Sands sia Khader Adnan rappresentano, nel nostro immaginario, il cattivo. L’uno membro del Provisional IRA, l’altro della Jihad Islamica.  Lo stereotipo del cattivo. Un uomo difficile da difendere. Scomodo, scomodissimo. Anche se usa metodi non violenti e fa lo sciopero della fame per difendere quello che ritiene un suo diritto. Nella sua lettera pubblicata una settimana fa, Adnan dice  “l’occupazione israeliana è arrivata agli estremi contro il nostro popolo, specialmente i prigionieri. Sono stato umiliato, picchiato, molestato da chi mi interrogava senza motivo, ed è per questo che ho giurato a Dio che avrei combattuto la politica del carcere preventivo di cui siamo caduti vittime io e altre centinaia dei miei amici prigionieri”.

Ed è questo secondo elemento che è la vera notizia. Perché se Khader Adnan diventa una notizia, come lo diventò Bobby Sands, allora la notizia diventa automaticamente un’altra, e cioè la riflessione sui detenuti palestinesi. Di sicurezza, come li definisce Israele? Oppure politici, come li definiscono i palestinesi?

Questa notizia è, appunto, la notizia. Ed è quella che non si è letta sui giornali per due  mesi. Oltre due mesi. Non c’è notizia di Adnan. E se Adnan è divenuto una notizia, in questi ultimi giorni, su Al Jazeera e sulla CNN, sui giornali britannici (sensibili, certo, più dei nostri, per il caso di Bobby Sands) lo si deve solo ai social network. Anzi, per la precisione, solo a twitter, che ha premuto, rilanciato, enfatizzato #KhaderAdnan sino a costringere i media a parlare del suo caso. Ed ecco le altre due notizie nella notizia: che twitter è un mezzo d’informazione a tutti gli effetti, e che non ci sono più gli spettatori e i lettori di una volta. Il silenzio attorno a Khader Adnan e al suo sciopero della fame, dunque, è possibile romperlo. Con altri mezzi. Twitter.

Brano irlandese, nella playlist. Tomorrow, U2.

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