Perché la Palestina rimane il problema

 

Quello che fa infuriare coloro che colonizzano e occupano, rubano, opprimono, vandalizzano e deturpano, è il rifiuto delle vittime di sottomettersi. E questo è il tributo che tutti noi dovremmo rendere ai palestinesi.

di John Pilger, 13 luglio

Quanto segue è una versione ridotta di un intervento di John Pilger all’Expo palestinese a Londra l’8 luglio 2017. Il suo film “La Palestina è ancora il problema” può essere visto qui (visionné ici)

La prima volta che sono andato in Palestina da giovane giornalista negli anni ’60, alloggiai in un kibbutz. Le persone che ho incontrato lavoravano sodo, erano piene di entusiasmo e si dicevano socialiste. Le amavo molto.

Una sera a cena chiesi chi fossero le figure di persone in lontananza, al di là del nostro perimetro. Degli “arabi”, dissero, dei “nomadi”. Le parole furono quasi sputate. Israele, dissero – il che significa la Palestina – per la maggior parte non era stato che terre incolte e uno dei più grandi exploit dell’impresa sionista era fare rinverdire il deserto.

Mi fecero l’esempio dei loro raccolti di arance Jaffa, esportate in tutto il mondo. Che trionfo contro i capricci della natura e la mancanza di cura dell’umanità.

Fu la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e vigneti apparteneva ai palestinesi che avevano coltivato la terra ed esportato arance e uva in Europa a partire dal XVIII secolo. L’antica città palestinese di Giaffa era conosciuta dai suoi precedenti abitanti come “il luogo delle aranci tristi”.

Nel kibbutz, il termine “Palestina” non era mai usato. Chiesi il perché. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonizzato, la vera sovranità dei popoli indigeni è temuta da chi non può mai nascondere del tutto il fatto, e il crimine, che vive su terre rubate.

Negare a queste popolazioni la loro umanità è il passo successivo – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Dissacrare la loro dignità, la loro cultura e il loro orgoglio segue tanto logicamente quanto la violenza.

A Ramallah nel 2002, in seguito ad un’invasione della Cisgiordania del defunto Ariel Sharon, mentre andavo al Centro Culturale Palestinese attraversai strade di automobili schiacciate e case demolite. Fino a quella mattina soldati israeliani erano stati accampati lì.

Fui accolto dalla direttrice del centro, la romanziera Liana Badr, i cui manoscritti originali giacevano sparsi sul pavimento e strappati. Il disco rigido che conteneva la sua narrativa e una biblioteca di testi teatrali e di poesie erano stati presi da soldati israeliani. Quasi tutto era rotto e imbrattato.

Nessun libro sopravvissuto con tutte le sue pagine, non un singolo nastro analogico di una delle migliori collezioni di cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e le opere d’arte. Avevano sporcato con le feci i dipinti di bambini e scritto – con della merda – “Born to Kill” (nato per uccidere).

Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma teneva alta la testa. Disse: “Rimetteremo a posto.”

Quello che fa infuriare coloro che colonizzano e occupano, rubano, opprimono, vandalizzano e deturpano, è il rifiuto delle vittime di sottomettersi. E questo è il tributo che tutti noi dovremmo rendere ai palestinesi. Rifiutano di sottomettersi. Continuano. Aspettano – fino a quando non riprendono la lotta. E lo fanno anche quando coloro che li governano collaborano con i loro oppressori.

In pieno bombardamento israeliano di Gaza nel 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non ha mai smesso i suoi reportage. Lui e la sua famiglia erano messi a dura prova, faceva la coda per il cibo e l’acqua che trasportava tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla sua porta. Si è rifiutato di sottomettersi.

I reportage di Mohammed, accompagnati da immagini realistiche, erano un modello di giornalismo professionale che facevano vergognare i reportage docili e senza spina dorsale dei media detti “mainstream” [dominanti] in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di oggettività della BBC – amplificare i miti e le menzogne dell’autorità, pratica di cui va fiera – è quotidianamente messa in ridicolo da giornalisti come Mohammed Omer.

Da oltre 40 anni registro il rifiuto del popolo di Palestina di sottomettersi ai suoi oppressori: Israele, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione Europea.

Dal 2008, la sola Gran Bretagna ha concesso licenze per l’esportazione in Israele di armi, missili, droni e fucili di precisione per un valore 434 milioni di sterline.

Quelli che hanno affrontato tutto questo senza armi, quelli che hanno rifiutato di sottomettersi, fanno parte dei palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere:

il mio amico ora scomparso, Mohammed Jarella, che si è attivamente impegnato per l’agenzia delle Nazioni Unite, l’UNRWA, nel 1967 mi mostrò per la prima volta un campo profughi palestinese. Era un giorno gelido d’inverno e gli scolari tremavano per il freddo. “Un giorno …”, disse. “Un giorno …”

immagine del film: « Palestine is still the issue »

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane intatta, che ha descritto la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, come mi ha detto, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi “.

Mona El-Farra, medico a Gaza, la cui passione è stata quella di raccogliere fondi per finanziare interventi di chirurgia plastica per i bambini sfigurati dai proiettili israeliani e dalle schegge di granata. Il suo ospedale è stato raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini che la violenza israeliana ha reso quasi folli – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser, coppia la cui casa era in un villaggio vicino a Gerusalemme classificato “zona A e B”, che significa che si era proclamata quella terra riservata esclusivamente agli ebrei. I loro genitori avevano vissuto lì … I loro nonni avevano vissuto lì. Oggi le ruspe costruiscono strade riservate agli ebrei, protetti da leggi che si applicano solo agli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando cominciò il travaglio del parto del loro secondo bambino. Il neonato era prematuro e quando sono arrivati ad un posto di blocco in vista dell’ospedale il giovane soldato israeliano ha detto loro che dovevano presentare un altro documento.

Fatima perdeva molto sangue. Il soldato si mise a ridere e a imitare i suoi gemiti e disse loro: “Andate a casa”. Il bambino è nato lì, in un camion. Era tutto blu per il freddo e poco dopo, non avendo potuto ricevere cure, è morto per ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.

Per i palestinesi saranno storie ben note. La domanda è questa: perché non lo sono a Londra, Washington, Bruxelles e Sydney?

In Siria, una recente causa progressista – sponsorizzata da George Clooney – raccoglie fondi generosi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, anche se i beneficiari, i cosiddetti ribelli, sono dominati da jihadisti fanatici, prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della Libia moderna.

Eppure, l’occupazione più lunga dei tempi moderni e la resistenza che le si oppone non vengono riconosciute. Quando all’improvviso l’ONU si muove e definisce Israele come uno Stato di apartheid, come è avvenuto quest’anno, questo suscita indignazione – non contro uno stato la cui “vocazione essenziale” è il razzismo, ma contro una commissione dell’ONU che ha osato rompere il silenzio.

“La Palestina”, ha detto Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo.”

Perché questa verità è soffocata, giorno dopo giorno, un mese dopo l’altro, anno dopo anno?

Per quanto riguarda Israele, lo Stato di apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di violazione del diritto internazionale più di qualsiasi altro stato, quelli che sanno e il cui compito è quello di metterere le cose in chiaro, rimangono in silenzio.

Per quanto riguarda Israele, tanto giornalismo si lascia impressionare e controllare dal pensiero unico che esige il silenzio sulla Palestina, quando il giornalismo che si rispetta è diventato dissenso: un’avanguardia metaforica.

Una sola parola – “conflitto” – permette questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano,” intonano i robot davanti ai loro suggeritori. Quando un giornalista di lunga data della BBC, un uomo che conosce la verità, parla di “due narrazioni”, la contorsione morale è totale.

Non c’è conflitto, non ci sono due narrazioni con la loro articolazione morale. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dalla più grande potenza militare del mondo; e c’è un’enorme ingiustizia.

La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma il ricordo della verità storica non può essere vietato: quello dell’espulsione sistematica dei palestinesi dalla loro patria. “Il piano D”, come lo chiamavano gli israeliani nel 1948.

Lo storico israeliano Benny Morris riferisce come uno dei generali di David Ben Gurion, il primo premier israeliano, gli chiese: “Che ne faremo degli arabi?”

Il primo ministro, scrive Morris, “fece con la mano un gesto sprezzante e vigoroso”. “Espellerli!”, rispose.

Settanta anni dopo, questo crimine è soffocato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è una questione discutibile o semplicemente controversa. Giornalisti pagati profumatamente e che accettano con entusiasmo i viaggi offerti dal governo israeliano, la sua ospitalità e le lusinghe, protestano con veemenza se la loro indipendenza è messa in questione. Il termine “utili idioti” è stato coniato per loro.

Nel 2011 sono stato colpito dalla facilità con cui uno dei romanzieri più acclamati di Gran Bretagna, Ian McEwan, un uomo tutto irradiato dei Lumi della borghesia, ha accettato il ‘Premio per la letteratura’ di Gerusalemme, nello Stato di apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sudafrica dell’apartheid? Gli hanno pure rimborsato i costi, tutte le spese pagate. McEwan ha giustificato il suo gesto in termini ambigui, parlando di indipendenza della “società civile”.

La propaganda alla McEwan – con una piccola pacca simbolica sulle dita dei suoi ospiti rapiti – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero si insinua quasi ovunque oggi.

Comprendere e decostruire la propaganda statale e culturale è il nostro compito più importante. Ci conducono con la forza verso una seconda guerra fredda, il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e di intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin si sono intrattenuti privatamente per più di due ore nel corso della riunione del G20 ad Amburgo, apparentemente sulla necessità di non farsi la guerra a vicenda, gli obiettori più accesi sono stati quelli che si fanno fautori del liberalismo, come il giornalista politico sionista del Guardian.

“Nessuna meraviglia che Putin fosse sorridente ad Amburgo”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di avere raggiunto il suo obiettivo principale: ha restaurato la debolezza dell’America.” Segno di disprezzo per l’Incompetente Vlad.

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma adorano il gioco della guerra imperiale. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventata una fonte ricca di propaganda correlata.

Prendete un termine spesso usato dai guardiani della società civile – “diritti umani”. Analogamente ad un altro concetto nobile, quello di “democrazia”, il termine “diritti umani” è stato quasi privato del suo senso e del suo scopo.

Analogamente al “processo di pace” e alla “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati deviati dai governi occidentali e dalle ONG di imprese che finanziano e rivendicano un’autorità morale chimerica.

Così, quando i governi e le ONG chiedono a Israele di “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla perché tutti sanno che non c’è nulla da temere; nulla cambierà.

Si noti il silenzio dell’Unione Europea, che soddisfa i desideri di Israele mentre si rifiuta di rispettare i suoi impegni verso la popolazione di Gaza – come mantenere l’ancora di salvezza che è l’apertura del valico di Rafah: misura che lei ha accettato per adempiere alla sua parte dell’accordo in vista dell’arresto dei combattimenti nel 2014. La costruzione di un porto marittimo a Gaza – concordato a Bruxelles nel 2014 – è stato abbandonata.

La commissione delle Nazioni Unite di cui ho parlato, il cui nome completo è Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale, ha descritto Israele come, cito, “concepito con la vocazione essenziale” alla discriminazione razziale.

Milioni di persone lo capiscono. Ciò che i governi di Londra, di Washington, di Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità al livello della strada sta cambiando, forse come mai prima.

Le persone, ovunque, si stanno muovendo e hanno una maggiore consapevolezza, a mio parere, come non mai. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità di Grenfell Tower a Londra ha riunito le comunità in una resistenza dinamica quasi nazionale.

Grazie ad una campagna popolare, la magistratura oggi esamina le prove per un eventuale perseguimento di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se dovesse fallire, è un’evoluzione decisiva che abbatte una nuova barriera tra il pubblico e la sua presa di coscienza della natura vorace dei crimini del potere statale – il disprezzo sistematico dell’umanità perpetrato in Iraq, nella Grenfell Tower, in Palestina. Questi sono i punti che attendono di essere collegati.

Per gran parte del 21° secolo, l’inganno del potere d’impresa mascherato da democrazia è dipeso dalla propaganda dell’effimero: in gran parte basata sul culto del “io prima di tutto” progettato per confondere la nostra facoltà di prenderci cura degli altri, di agire insieme, di preoccuparci di giustizia sociale e internazionalismo.

Classe, genere e razza sono state separate a forza. Il personale è diventato la politica e i media il messaggio. La promozione di privilegio borghese è stata presentata come una politica “progressista”. Non era il caso. Non lo è mai. Questa è promozione del privilegio e del potere.

Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo vasto pubblico. Si guardi al sostegno a Jeremy Corbyn e all’accoglienza riservata al circo del G20 di Amburgo. Comprendendo la verità e le esigenze di internazionalismo, e rifiutando il colonialismo, capiamo la lotta della Palestina.

Mandela l’ha formulato così: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Nel cuore del Medio Oriente, c’è l’ingiustizia storica in Palestina. Fino a quando non sarà risolta, e i palestinesi non avranno la loro libertà e la loro patria e  israeliani e palestinesi non saranno uguali davanti alla legge, non ci sarà pace nella regione, e forse da nessun’altra parte.

Quello che ha detto Mandela, è che la libertà stessa è precaria finché i governi potenti possono rifiutare la giustizia agli altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri in nostro nome. Israele capisce certamente la minaccia che un giorno possa dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, ben noto ai giornalisti come propagandista di professione, e perché il “grande bluff” di accuse di antisemitismo, come Ilan Pappe l’ha chiamato, ha potuto contorcere il partito laburista per screditare Jeremy Corbyn quanto leader. Il fatto è che non c’è riuscito.

Gli eventi ora stanno cambiando rapidamente. La straordinaria campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) riporta successi giorno dopo giorno; città e centri urbani, sindacati e organizzazioni studentesche vi aderiscono. Il tentativo da parte del governo britannico di limitare la libertà di consigli locali nell’adottare il BDS è fallito nei tribunali.

Non sono foglie al vento. Quando i palestinesi si leveranno di nuovo – ciò che faranno – non ci riusciranno forse subito, ma alla fine lo faranno se noi comprenderemo che loro sono noi e noi siamo loro.

 

Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org

fonte: http://arretsurinfo.ch/pourquoi-la-palestine-demeure-lenjeu/

 

 

Perché la Palestina rimane il problema

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