Perché Obama andrà a Israele?

REDAZIONE 20 FEBBRAIO 2013

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Di Carl Bloice

 

18 febbraio 2013

 

Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dice che lui e il presidente Obama sono d’accordo che quando il presidente degli Stati Uniti visiterà Israele avrebbero discusso di “tre argomenti principali….il tentativo dell’Iran di armarsi di armi nucleari, la situazione instabile in Siria… e gli sforzi di mandare avanti il processo diplomatico di pace tra i palestinesi e noi,” questo non è esattamente quello che altri dicono o a Washinghton o a Tel Aviv.

Non appena è stato annunciato che il presidente avrebbe visitato il Medio Oriente, i sostenitori delle politiche del governo di Netanyahu hanno cominciato a darsi da fare nello sforzo di gettare acqua fredda su qualsiasi idea che la missione diplomatica potrebbe arrivare a una qualche svolta nel “processo di pace” israelo-palestinese.

“Mentre l’ambasciatore degli Stati Uniti a Israele oggi ha detto che Il Signor Obama avrebbe visitato il paese con la missione ‘urgente’ di ripristinare dei negoziati di pace, i diplomatici israeliani hanno detto che i colloqui con Benjamin Netanyahu si sarebbero incentrati sull’Iran,” ha riferito il quotidiano britannico  Daily Telegraph. “Il processo di pace può essere l’argomento che viene inizialmente evidenziato in pubblico, ma ci sono da discutere altri problemi che devono essere trattati prima dell’estate,” ha detto un diplomatico al giornale, alludendo alla scadenza primaverile data da Israele all’Iran per smettere di arricchire l’uranio. “Il patto che faranno probabilmente è sull’argomento della guerra, non della pace.”

“Attualmente ci sono argomenti più importanti e più urgenti da trattare del conflitto israelo-palestinese,” un funzionario israeliano ha detto al Telegraph.

Dire che gli Stati Uniti si sono mossi rapidamente per soffocare qualsiasi aspettativa che la visita del presidente in Medio Oriente potrebbe servire ad  avvicinarsi alla soluzione del conflitto israelo-palestinese sarebbe una minimizzazione. A una sessione informativa della stampa il 6 febbraio, il Responsabile dei rapporti con la  stampa della Casa Bianca, Jay Carney, ha detto che “questo è un viaggio che il presidente non vede l’ora di fare che è opportuno, in parte perché qui abbiamo ovviamente un secondo mandato per il presidente, una nuova amministrazione, e un nuovo governo in Israele, e quindi è un periodo adatto per una visita come questa che non si incentra su specifiche proposte per il processo di pace in Medio Oriente. Sono sicuro che ogni volta che il Presidente e il primo ministro discuteranno, certamente ogni volta che il presidente discuterà con i capi dell’Autorità Palestinese, quei problemi verranno sollevati. Quello però non è lo scopo della visita.

In un articolo sulla rivista Foreign Magazine, l’analista di sicurezza nazionale e di politica estera, Josh Rogin, ha citato l’ex rappresentante del Congresso, Robert Wexler, il presidente del Centro S.Daniel Abraham  per la Pace in Medio Oriente, che ha detto: “Non penso sia prudente suscitare aspettative riguardo al conflitto israelo-palestinese. Il viaggio riguarda la sicurezza di Israele rispetto al programma nucleare dell’Iran, e nel contesto della violenza e del conflitto in Siria. Certamente il conflitto israelo-palestinese è una parte importante della visita, ma non penso che sarebbe corretto metterlo più in risalto rispetto ad altri aspetti della relazione.”

Tutto questo sembrerebbe sollevare la domanda:  perché ci andrà?

E’ come replica alle richieste dei Repubblicani e dei sostenitori di destra del governo di Netanyahu che Obama farà questo pellegrinaggio? Non è probabile.

Per rinforzare  la reputazione di Netanyhau  in seguito alla bocciatura  che lui e il suo partito Likud hanno sofferto nelle recenti elezioni parlamentari israeliane? Questo è stato indicato dai critici israeliani della politica di governo.

Per occuparsi del regime sotto attacco del re di Giordania Abdullah II, con il quale si incontrerà Obama dopo la visita a Israele, come qualcuno ha suggerito?  Questa ultima indicazione non è improbabile. Un elemento su cui finora si è largamente sorvolato parlando della visita di Obama del mese prossimo, è che visiterà anche Amman.

“Dato che la zona è già in fiamme -l’Egitto non è più affidabile come partner, e la Siria è nel caos totale – la stabilità nel regno hashemita di Giordania e la sopravvivenza di Re Abdullah II è di interesse fondamentale non soltanto per Israele, ma per gli Stati Uniti,” ha scritto Keinon sul Jerusalem Post, aggiungendo che la visita di Obama ad Amman “e il segnale che invia dell’appoggio degli Stati Unitin ad Abdullah, non è trascurabile.” E’ da un po’ di tempo che ci sono prove  che Washington è preoccupata della stabilità del regime giordano.

Lo scorso ottobre, gli Stati Uniti hanno portato in gran fretta truppe sul confine tra Giordania e Siria per rinforzare le capacità militari di quel paese. Cento programmatori militari e altri erano già sul posto, e operavano da un centro militare congiunto giordano-statunitense. Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, hanno detto che questa mossa è stata suggerita dallo sviluppo degli avvenimenti in Siria.

Il 28 gennaio, Abdullah II si è incontrato per la terza volta in un anno, con Khaled Mashaal, capo del movimento politico palestinese Hamas. Si dice che Abdullah abbia detto a Mashaal che negoziati diretti con Israele e la creazione di un programma per la soluzione dei due stati sono “l’unico modo per raggiungere la sicurezza e la stabilità in Medio Oriente.” Hanno riferito che in seguito Mashaal abbia detto che lui e il re avevano discusso la riconciliazione palestinese interna e che avevano esaminato il problema palestinese e il suo futuro alla luce delle allora imminenti elezioni statunitensi e israeliane.

Mashaal che è un cittadino giordano era stato esiliato dal paese nel 1999, con l’accusa di essere un pericolo per la sicurezza della Giordania.

Durante l’incontro il re ha espresso il suo appoggio al tentativo di riconciliazione tra le parti palestinesi, dicendo che essa forma la base per rinforzare l’unità del popolo palestinese e che soltanto per mezzo dell’unità essi potrebbero ottenere i loro diritti legittimi, compresa l’istituzione di uno stato palestinese.

L’anno scorso, re Abdullah II si è incontrato a Ramallah con il Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.

Da una parte si sono fatte delle ipotesi che ci sia, in effetti, un accordo tra Washington e Tel Aviv per un approccio alla questione palestinese.  Si chiama: “fate tornare Israele e i palestinesi al tavolo dei negoziati.” Questo è il modo in cui la settimana scorsa  ha parlato del problema l’ambasciatore statunitense a Israele, Daniel Shapiro.

Herb Keinon corrispondente per le questioni diplomatiche del Jerusalem Post, l’8 febbraio ha scritto che gli Stati Uniti stanno cercando qualche cosa da parte di Gerusalemme da far balenare davanti ai palestinesi e quindi per riportare l’Autorità Palestinese al tavolo dei negoziati.”

Non ha balenato a lungo.

Dopo due giorni un titolo diceva tutto: “Israele approva nuove case per i coloni prima della visita di Obama.”

E’ difficile essere più provocatori di così.

Con sprezzo della legge internazionale che proibisce a una potenza occupante di trasferire i cittadini dal suo territori al territorio occupato – e con sprezzo della maggioranza schiacciante dell’opinione pubblica – il regime di Netanyahu ha deciso di costruire altre 90 unità abitative – le prime di 300 programmate – nell’insediamento illegale di Bet El, proprio a est della città della Cisgiordania, Ramallah, la capitale a maggioranza cristiana dell’Autorità palestinese.

Portare avanti questo programma potrebbe mettere in ombra la visita di Obama,” ha detto ai media  Yariv Oppenheimer, un portavoce di Peace Now (Pace adesso), un gruppo israeliano che si oppone alla costruzione dell’insediamento. “Questa è una decisione sbagliata e inopportuna.”

E’ stata sbagliata ma non ci sono molti motivi per pensare che il tempismo fosse involontario.

Un’idea che si sta proponendo sui media israeliani (ma finora   disconosciuta   dal governo), è che Netanyahu ha offerto di sospendere l’attività di creare degli insediamenti in Cisgiordania, tranne che a Gerusalemme e intorno a blocchi coloniali già esistenti.

“Mentre non c’è alcuna  garanzia, è difficile credere che Netanyahu abbia fatto un’offerta del genere, e che Obama e il suo nuovo Segretario di stato, John Kerry, abbiano insistito energicamente per Ramallah, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, la rifiuterebbe,” ha scritto Keinon l’8 febbraio. “E’ uno degli argomenti probabilmente usati per pungolare i palestinesi, è che il fallimento nell’ accettare l’offerta, un continuo rifiuto a reintrodurre i colloqui, potrebbe avere ripercussioni negative per la Giordania già in situazione precaria.”

“La posizione palestinese è chiara,” Nabil Abu Rdainah, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas, ha detto come reazione alla nuova costruzione di Beit El. “Non ci possono essere negoziati mentre gli insediamenti continuano.”

Il Segretario generale del Partito del Popolo Palestinese, Bassam al-Salhi ha detto all’agenzia di stampa Ma’an che la visita di Obama può creare la “illusione” di ritornare ai negoziati, ma non avrebbe alcun effetto sul processo di pace. Jamal Muhaisen, membro del Comitato Centrale del partito politico palestinese, Fatah, ha detto che i negoziati si possono riprendere soltanto quando Israele adempirà ai suoi precedenti impegni in base alla legge internazionale, e porrà fine alla costruzione degli insediamenti sulla terra occupata.

Hanan Ashrawi, una funzionaria importante dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e membro del Consiglio Nazionale Palestinese, ha detto che lei e altri palestinesi accetterebbero la visita di Obama  “se essa sarà segnale di una promessa americana di diventare un mediatore di pace onesto e imparziale….che richiede di tenere a freno con decisione le violazioni e le misure unilaterali di Israele, particolarmente l’attività di insediamenti e l’annessione di Gerusalemme, così come l’assedio e le politiche di frammentazione.”

“Negoziare in buona fede significa che non si pongono precondizioni”, ha detto di recente Netanyahu a un gruppo di coloni. “Negli ultimi quattro anni, i palestinesi sfortunatamente hanno posto precondizioni  di volta in volta, una dietro l’altra. La mia speranza è che mettano da parte queste precondizioni e arrivino al tavolo dei negoziati, in modo che non perdiamo altri quattro anni.” Ebbene, non esattamente. Il principale impedimento per raggiungere una soluzione del conflitto, è stata e rimane la continua espansione coloniale dei governi di Israele. Quando il partito di destra di Netanyahu, il Likud, non è riuscito bene quanto sperava nelle recenti elezioni, chi ci ha guadagnato sono stati i soci della coalizione, anche più a destra, che si oppongono a uno stato palestinese e sostengono l’annessione istantanea di importanti parti della Cisgiordania.

“Dovremmo essere felici o no?” ha chiesto la settimana scorsa lo scrittore israeliano Uri Avnery, riferendosi all’ imminente visita del presidente degli Stati Uniti. Scrivendo da Tel Aviv su Counterpunch, ha risposto: “Dipende. Se è un premio di consolazione per Netanyahu dopo la sua battuta d’arresto nelle elezioni, è un brutto segno. La prima visita di un presidente degli Stati Uniti dal tempo di George Bush Junior, di sicuro rafforzerà Netanyahu e la sua immagine come unico leader di Israele di statura internazionale.

Se però Obama arriva con l’intenzione di esercitare una seria pressione su Netanyahu per iniziare una significativa iniziativa di pace, che sia il benvenuto.

Netanyahu cercherà di soddisfare Obama “aprendo negoziati di pace.” Questo significa nulla più nulla.

Sì. Parliamo. “Senza precondizioni. Questo significa: senza fermare l’espansione degli insediamenti. Parlate, parlate fino a quando tutti saranno lividi di rabbia e sia il mandato di Obama che quello di Netanyahu termineranno.

“Se però  Obama questa volta sarà serio, le cose potrebbero essere diverse,” ha scritto Avnery, uno dei fondatori  del movimento di pace Gush Shalom, che da decenni sostiene la soluzione dei due stati. “Un piano americano o internazionale per la soluzione dei due stati, con un programma rigoroso. Forse una conferenza internazionale, per iniziare. Una risoluzione dell’ONU senza il veto americano.”

Carl Bloice, membro del Comitato Nazionale di Coordinamento dei comitati di corrispondenza per la democrazia e il socialismo, è  opinionista per Black.Commentator.com, dove ha è membro del consiglio di redazione. I suoi articoli si possono trovare anche su Left Margin.

 Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/why-is-obama-going-to-israel-by-carl-bloice

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9810

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