Pescatori imprigionati

News – 21/4/2012

Gaza – Pchr.  Venerdì 13 aprile 2012, nella parte nord della Striscia di Gaza le forze armate israeliane hanno aperto il fuoco contro un peschereccio. Ogni settimana migliaia di pescatori entrano nel mirino delle forze navali israeliane proprio mentre questi cercano si assicurarsi il sostentamento.

Nehad Raja Mohamed Al Hissi, 29 anni, è un pescatore. È sposato e ha due figli, Mohamed (5), Mohamed Abdel Mena’m (4), e 2 figlie, Ghazal (3) e Victoria (1). Fin da bambino, Nehad ha pescato con suo padre e suo fratello ed è da loro che ha imparato il mestiere. Ricorda la sua infanzia, prima gli accordi di Oslo e le restrizioni marittime più marcate: “Le condizioni erano buone e pescavamo molto pesce”.

Ricorda che tutto ciò di cui un pescatore avesse bisogno per pescare era disponibile: “Potevamo andare a pescare liberamente ogni giorno.” Oggi la situazione per Nehad e tutti i pescatori della Striscia di Gaza è sempre più difficile.

Dopo la seconda Intifada, le forze armate israeliane iniziano a confinare l’area pescabile, violando gli accordi di Oslo, che fissano i limiti di pesca autorizzata a 20 miglia nautiche. Oggi i pescatori non possono oltrepassare le 3 miglia nautiche dalla spiaggia. Nehad afferma che il problema è che “non abbiamo strumenti di misurazione precisi per identificare la distanza e a volte, anche se ci troviamo entro le 3 miglia, ci arrestano e portano via le nostre barche e tutta l’attrezzatura”.

Nehad e i suoi colleghi sono stati arrestati e detenuti più di tre volte nei nove anni passati.

I tre arresti hanno seguito lo stesso modello, che Nehad lamenta essere caratterizzato da violenza e umiliazione. Durante una istanza nel 2003, le forze armate israeliane domandarono che Nehad e suo fratello si spostassero sulla prua della barca, si spogliassero e nuotassero fino alla barca israeliana. “Ricordo che il primo arresto avvenne durante l’inverno e il mare era molto freddo”. In seguito i soldati li ammanettarono, li bendarono e li picchiarono. “Portarono noi e la nostra barca al porto di Ashod, e ci imprigionarono senza dire niente”. In quell’episodio, gli israeliani rilasciarono alcuni pescatori, ma tennero imprigionati Nehad e il suo collega, Ali el Habil. Nehad implorò le guardie di rilasciarlo, spiegando che aveva una famiglia che dipendeva da lui. Fu detenuto per 4 mesi e mezzo fino alla sua liberazione nel gennaio 2004, come parte di uno scambio di 463 prigionieri per un colonnello israeliano.

Alcuni mesi dopo il rilascio di Nehad nel 2004, le forze armate israeliane arrestarono suo padre, Rajab, un uomo di 85 anni, mentre pescava all’interno dell’area autorizzata. Rajab passò 20 giorni in prigione senza accusa, avvocato difensore o processo. Nel 2006 Nehad fu arrestato di nuovo diverse volte da soldati diversi, ma sempre secondo le stesse procedure degradanti. Pensando a quel periodo racconta di aver detto loro: “se I palestinesi rilasciano Gilad Shalit, gli israeliani vi permetteranno di pescare liberamente, apriranno i confini e vi aiuteranno a vivere una vita migliore”. Qualche settimana fa, all’inizio del 2012, Nehad fu nuovamente catturato dalle forze armate israeliane. “I soldati sulla vedetta armata hanno fatto fuoco su di noi pesantemente, reclamando che ci trovavamo oltre le 3 miglia nautiche”. Fu ferito alla mano e la sua barca subì molti danni. Fu tenuto in custodia cautelare per ore e chiese ai soldati: “perché continuate ad arrestarci, se Shalid è libero?”

I soldati risposero che “non sono affari nostri, ma di chi prende le decisioni”.

Attualmente circa 3.700 pescatori lavorano nella Striscia di Gaza. Nei primi due mesi del 2012, 9 pescatori sono stati arrestati abusivamente. Sono vittime della chiusura illegale imposta dagli israeliani come forma di punizione collettivam in violazione dell’articolo 33 della quarta Convenzione di Ginevra. Il trattamento e la detenzione dei pescatori da parte degli israeliani costituiscono anche una violazione degli articoli 6 e 9 del Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, che codifica il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale.

Traduzione per InfoPal a cura di Barbara Tassone

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