Pescatori palestinesi sotto attacco

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Morire per un piatto di sardine o poco più è il rischio a cui vanno incontro coscienti i pescatori di Gaza quando mollano gli ormeggi per allontanarsi dalla riva.

Hazem Gora’ani, 26 anni, pescatore di Deir Al Balah, sud della Striscia, è stato portato all’ospedale Shifa Hospital con gravi ferite alla testa. Nafiz, il fratello del pescatore ferito ci ha raccontato l’accaduto: stavano pescando in acque palestinesi a meno di tre miglia dalla costa su di due hassaka, (piccole imbarcazione di 4-7 metri di lunghezza) quando sono stati intercettati da una nave da guerra israeliana che ha tentato di rapirli. In preda al panico i pescatori hanno cercato di navigare indietro verso la costa.

A quel punto i soldati israeliani hanno aperto il fuoco ferendo gravemente Hazem. Un giornalista palestinese presente in ospedale, ci ha mostrato le foto dell’imbarcazione ridotta un colabrodo dai proiettili israeliani.

I pescatori di Gaza sono attaccati ogni giorno dalla marina di Tel Aviv, ma solo quando ci scappa il morto o un ferito grave il loro dramma ottiene l’onore della cronaca: solo due settimane fa due hassakas sono state rubate e i pescatori rapiti condotti ad Ahskelon, il porto israeliano più vicino.

Come drammatica routine, i pescatori sono stati rilasciati dopo un Ban Kimoon qualche giorno fa è venuto a farci visita, per due ore soltanto. Il segretario delle Nazioni Unite è corso a patrocinare un progetto dell’Unrwa a Khan Younis riguardante 150 unità abitative, nulla in confronto alle 2.200 unità abitative in attesa di essere costruite e tutt’oggi ferme per via del blocco israeliano dei materiali edili.

Ma nulla Ban Ki-moon ha denunciato delle disastrose conseguenze di più di tre anni di assedio, e non mi riferisco solo alle migliaia di edifici in attesa di essere ricostruiti e conseguentemente ai profughi che vivono ancora sotto le tende. Nulla dei feriti permanentemente, dei mutilati. Della disoccupazione che qui ormai sorpassa ampiamente il 70% della forza lavoro e della patologica mancanza di elettricità, di carburante, di medicine, di cure adeguate per i malati, (fra quest’ultimi, già oltre 500 deceduti perchè non curabili negli ospedali della Striscia).

Restiamo Umani.  Vittorio Arrigoni da Gaza city, 26 marzo 2010

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