Petrolio, armi da fuoco e gas: come i soldi del Golfo alimenteranno l’industria degli armamenti israeliana

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/41070

Israele e i suoi nuovi alleati arabi stanno concludendo importanti accordi per portare avanti progetti sui combustibili fossili, mettendo in pericolo la stabilità della regione e il clima globale.

Fonte: English Version

Sahar Vardi 8 dicembre 2020

Immagine di copertina: Il primo ministro Benjamin Netanyahu  con il generale di brigata Peleg Niago, durante una visita alla base dell’aeronautica di Tel Nof per incontrare i comandanti delle forze aeree straniere, 23 maggio 2018 (Kobi Gideon / GPO)

Nella coscienza israeliana, il 1973 sarà per sempre legato al trauma della guerra dello Yom Kippur, quando Israele  lottò per invertire la  marea  dopo un attacco a sorpresa da parte di una coalizione di eserciti arabi. Forse non sorprende che il 1973 sia stato anche un anno chiave nella storia dell’industria delle armi israeliana.

Una delle lezioni che l’establishment della sicurezza israeliano trasse dalla guerra  fu la necessità di rafforzare la produzione locale di armi piuttosto che fare affidamento sulle importazioni. L’investimento nazionale nella produzione di armi durante gli anni ’70 accelerò la crescita del settore portandolo alle dimensioni di  quello che è oggi: una delle più grandi industrie di esportazione di Israele, che nel 2019 ha raggiunto oltre 7,2 miliardi di dollari.

La guerra dello Yom Kippur  innescò un’altra crisi geopolitica regionale che  ebbe conseguenze economiche durature. Mentre la guerra infuriava, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC)  dichiarò un boicottaggio contro i Paesi che sostenevano Israele durante la guerra.

La crisi che ne derivò portò a un aumento della domanda globale di petrolio e a un forte aumento dei prezzi, e di conseguenza il reddito dell’OPEC dalle esportazioni di petrolio  salì alle stelle. Dal 1973 al ’74, le esportazioni annuali di petrolio dall’Arabia Saudita, già in aumento,  balzarono da 4,9 miliardi a 19,4 miliardi di dollari. L’Emiratodi Abu Dhabi, l’Iran e l’Iraq  beneficiarono di aumenti simili rispetto alle loro esportazioni di petrolio.

Nel 1974, un rapporto pubblicato dall’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) avvertì prescientemente che questo enorme afflusso di denaro  avrebbe potuto essere speso per lo stoccaggio di armi, “in particolare dai Paesi nel Golfo Persico”. Il rapporto avvertì inoltre che questa potenziale corsa agli armamenti avrebbe potuto destabilizzare in modo significativo l’intera regione, nonché “l’equilibrio mondiale del potere”.

Lanciamissili israeliani durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 (IDF tramite Wikimedia)

Oltre a un drammatico aumento delle emissioni di gas a effetto serra in Arabia Saudita durante gli anni ’70, la regione divenne effettivamente sempre più militarizzata. La spesa militare del regno  aumentò di dieci volte dal 1970 al 1980, partendo da circa 3 miliardi di dollari e arrivando a 31 miliardi di dollari.

Quell’aumento non rifletteva necessariamente un cambiamento nelle priorità dell’Arabia Saudita: durante quel periodo la percentuale della spesa militare per le armi  crebbe solo dal 9,4 al 12,6%. Piuttosto, l’aumento della spesa per le armi si  ridusse ad attingere a una sola fonte: i soldi del petrolio.

Una minaccia diversa

Quest’anno, quasi mezzo secolo dopo la guerra dello Yom Kippur, Israele ha firmato accordi di normalizzazione con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, con le tracce del boicottaggio dell’OPEC apparentemente scomparse. Allo stesso tempo, lo stretto rapporto tra gli interessi dell’industria dei combustibili fossili e quelli delle industrie militari regionali è  di molto cresciuto.

Mentre veniva concluso l’accordo di normalizzazione Israele-Emirati Arabi Uniti, i rappresentanti del ministero dell’Interno israeliano, incluso il dipartimento delle esportazioni, si sono uniti ai rappresentanti della Eilat Ashkelon Pipeline Company (EAPC) al tavolo dei negoziati. L’accordo finale dichiarava che i paesi avrebbero “promosso e sviluppato la cooperazione reciproca nei progetti energetici … che aiuteranno a promuovere e sbloccare il potenziale energetico della regione”.

A settembre, Israele e Arabia Saudita hanno annunciato un piano per costruire un oleodotto tra i due Paesi per esportare petrolio saudita in Europa. A ottobre, l’EAPC ha firmato un memorandum d’intesa con gli Emirati Arabi Uniti per il trasporto di petrolio al porto di Eilat e da lì attraverso l’oleodotto Eilat-Ashkelon fino all’Europa. In entrambi i progetti, passare attraverso Israele riduce significativamente il costo del trasporto del petrolio in Europa evitando il Canale di Suez in Egitto.

Il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman Al Saud incontra il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino, Mosca, il 14 giugno 2018 (Ufficio esecutivo presidenziale russo tramite Wikimedia)

L’enfasi sulla diminuzione dei costi, anche se i prezzi sono relativamente bassi, riflette un contesto energetico in evoluzione. A differenza del 1973, nel settore energetico il petrolio ha ora concorrenza,  così come deve affrontare nuove sfide. I cittadini di tutto il mondo chiedono il passaggio all’energia verde rinnovabile e le campagne che chiedono il disinvestimento dai combustibili fossili stanno minando la loro redditività.

Se 50 anni fa i Paesi potevano aumentare i profitti del petrolio usando il sostegno di Israele come scusa per limitare l’offerta, oggi hanno bisogno di cooperare con Israele per mantenere bassi i prezzi del petrolio e mantenere le vendite contro una minaccia diversa: la transizione verso l’energia rinnovabile.

Una linea per l’Europa

Fino a poco tempo, Israele non svolgeva un ruolo importante nell’industria dei combustibili fossili. Ma con la scoperta del gas naturale nel Mediterraneo, negli ultimi dieci anni Israele è diventato, per la prima volta, un esportatore di carburante.Con nuovi alleati come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, le esportazioni di gas di Israele non sono più limitate all’Europa. Anche se Israele sta facendo avanzare il gasdotto  East –Med  insieme a Grecia e Cipro (con il sostegno degli Stati Uniti), sta anche  procedendo con la fornitura ai Paesi arabi.

Su questo fronte, l’EAPC sta portando avanti un piano per un nuovo gasdotto a Eilat in grado di trasportare una quantità di gas equivalente all’85% dell’intero utilizzo di Israele nel 2019. Non solo Eilat non ha bisogno di quella quantità di gas, ma la città stessa si sta muovendo sempre più verso l’energia verde.

Allora perché costruire un gasdotto in grado di  rifornire quasi un intero paese in una città che non ne ha bisogno? Si può solo supporre che in futuro potrebbe essere utilizzato per trasportare il gas dal Mediterraneo a Eilat, e poi più a sud verso la penisola araba e / o l’Africa orientale.

Un sottomarino israeliano approda nella baia di Eilat per una manovra della Marina israeliana, dopo aver attraversato il Canale di Suez, il 5 luglio 2009. (Yehuda Ben Itah e Moshiko Azulay / Flash90)

Ma affinché il gas possa essere trasportato via mare da Eilat, dovrebbe essere liquefatto. Ciò richiederebbe infrastrutture che potrebbero ulteriormente mettere a repentaglio la barriera corallina di Eilat, già a rischio a causa dei cambiamenti climatici e dell’aumento della temperatura del mare.

Quasi esattamente un anno fa, l’EAPC è stata costretta a pagare 100 milioni di NIS di danni per aver inquinato una riserva naturale nel 2014, ma la società sta già portando avanti un piano per aumentare i mezzi e la quantità di carburante che intende trasportare. E lo sta facendo a Eilat, una delle aree più ecologicamente sensibili del paese, con un ruolo fondamentale nel salvataggio dei coralli a livello globale e dove l’occupazione locale è ad alto rischio a causa della sua dipendenza dalle riserve naturali locali e dal turismo ad esse associato.

Profitto al posto delle persone

Lo stato del complesso del carburante militare in Medio Oriente, e il crescente posto di Israele al suo interno, crea un quadro cupo. Invece di essere in prima linea nel passaggio all’energia verde, Israele sta giocando un ruolo chiave nel promuovere i combustibili fossili e garantire che rimangano competitivi.

Il governo israeliano avrebbe potuto basare il suo riavvicinamento con altri paesi della regione su un movimento verso la pace e la giustizia. Invece, i recenti accordi di normalizzazione sono diretti a rafforzare i legami con le industrie delle armi e dei carburanti, entrambe dannose non solo per la regione, ma anche per il resto del mondo.

In un momento in cui la crisi climatica  sta mettendo in pericolo il futuro dell’umanità,  uno stato che sceglie i profitti rispetto alle persone è più dannoso che mai. Ma questi processi geopolitici forniscono anche a noi, le persone che vivono qui, l’opportunità di guardare le cose in modo diverso.

Possiamo vedere la distruzione causata, ad esempio, dalle perdite di petrolio nel Mar Rosso non solo come un problema israeliano, saudita o egiziano, ma come un problema per tutti noi. Allo stesso modo, possiamo capire che le emissioni di carbonio che portano a temperature da record nel bacino del deserto di Arava tra Israele e Giordania – così come ad Abu Dhabi – non è solo un problema nazionale, ma regionale, che quindi richiede una soluzione regionale. E possiamo vedere come ciò che noi, cittadini di un piccolo paese del Medio Oriente in una posizione chiave, scegliamo di consentire o meno influenzerà l’intera regione.

Abbiamo una scelta. Possiamo opporci alla costruzione del nuovo gasdotto per Eilat e al trasferimento di più carburante attraverso la città. E possiamo esigere che noi, la popolazione di questa regione,  e non il petrolio,le  armi da fuoco e il gas , dobbiamo essere considerati  la massima priorità  per i nostri leader.

 

Sahar Vardi è un attivista anti-militarista israeliano e uno dei fondatori di Hamushim, un progetto che sfida l’industria militare israeliana e il commercio di armi.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

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