Piazza Tahrir reloaded

27 GIUGNO 2013 – 19:06

Slow news di Ugo Tramballi

 

L’Egitto è di nuovo in fiamme. Questo è il reportage dal Cairo sui Tamarrud, i nuovi ribelli, pubblicato sul sito del Sole-24 Ore.

 
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IL CAIRO. Dal nostro inviato. Può una rivoluzione ricominciare da un appartamento di cinquanta metri quadrati?  Mahmud Badr, ventottenne giornalista d’avanguardia, già reduce di piazza Tahrir e leader del nuovo tentativo, lo da’ per scontato. “Come diceva Mahmud Darwish, il grande poeta palestinese, la speranza va e viene ma noi non l’abbandoniamo mai”.

  Il marchio che la Storia ricorderà non sarà più “Piazza Tahrir” (non è lì che avverrà la rivoluzione) ma “Tamarrud” che in arabo significa ribelle. “Morsi attento, arrivano i ribelli”, è lo slogan già scritto sui muri del Cairo.  Domenica i cospiratori chiameranno qualche milione di cittadini davanti al palazzo del Presidente, a Heliopolis. Busseranno alle porte del potere di Mohamed Morsi e della fratellanza islamica, e lasceranno migliaia di scatoloni colmi di petizioni.

  Dopo una sintesi delle ragioni del dissenso, è scritto nella petizione prestampata: “Annuncio che il qui presente toglie la sua fiducia al Dott. Mohamed Morsi e chiede elezioni anticipate”. Seguono il nome, il governatorato di residenza, un documento e la firma. “Per il 30 vogliamo arrivare a 15 milioni di petizioni: un milione più dei voti che Morsi aveva ottenuto l’anno scorso”, spiega Mahmud Badr.

 Dall’Islam a Nasser

  Il problema non è trovare 15 milioni di egiziani delusi della mediocre e autoritaria presidenza Morsi. Il problema è cosa fare a partire dal primo di luglio. Non per Mohamed, naturalmente: “Sciopero civile, dimissioni di Morsi, creazione di un comitato di unità nazionale che si occuperà di sicurezza, economia, controllo delle frontiere, costituzione, regole. Poi nuove elezioni presidenziali e parlamentari. Al massimo entro sei mesi”.

  Piazza Tahrir reloaded. Bisognerebbe obiettare a Mahmud, il quale si definisce “nasseriano”, che ci avevano già provato i militari senza particolare successo. Ma è quasi ingiusto scalfire il suo entusiasmo. Meglio non riferirgli della precedente chiacchierata con Hamdeen Sabahi, il nasseriano ufficiale del Fronte di salvezza che unisce a fatica le opposizioni, terzo alle presidenziali dell’anno scorso: “Se al Cairo scendono in strada in tre milioni bene, altrimenti sarà difficile fare qualcosa”. Un pragmatismo che sembra una dismissione di responsabilità, caso mai  l’iniziativa dei Tamarrud fallisse.

 I ribelli, invece, sono eccitati perché sono quasi tutti giovani. Con Mahmud Badr si riesce a discutere solo sul balcone, all’estero dei 50 metri quadrati. L’appartamento è pieno di cartoni e petizioni che i volontari ricevono da tutto il Paese, portano per cinque piani a piedi (l’ascensore non funziona probabilmente da anni), verificano i documenti, li catalogano per governatorati, li riordinano nei cartoni che riportano giù e nascondono in luoghi segreti. “I Fratelli musulmani potrebbero tentare di distruggerli”. Anche il balcone sul quale soffia un vento bollente carico di sabbia, è pieno di scatole e non sembra particolarmente stabile.

La Rivoluzione prima del Ramadan

 Il 30, pochi giorni prima dell’inizio del Ramadan, farà ancora più caldo. Ed è un rischio portare in piazza uno o tre milioni di persone, compresi i ragazzi delle periferie, quelli delle curve degli stadi, in questa stagione atmosferica e politica. La base dei Fratelli musulmani annuncia che non starà solo a guardare. La polizia non da affidamento: è ugualmente ostile alle opposizioni come alla fratellanza.

  “In questo Paese oggi ci sono forse troppi azionisti interessati”, dice Mourad Mohammed Aly, il portavoce della fratellanza. “Noi, le opposizioni, i resti del vecchio regime corrotto, la polizia, i militari: ma loro, i militari, sono molto attenti a tenersi al di fuori della mischia. Poi c’è l’Iran che ha la sua gente, i Paesi del Golfo hanno i loro, gli Stati Uniti…”.

Il ritorno delle forze armate

 Nessuno riesce a prevedere cosa accadrà: forse nulla, con Morsi e la fratellanza che continueranno a governare da soli, come se l’Egitto non fosse nel caos e loro sapessero il modo per tirarlo fuori; convinti che vincere le elezioni in democrazia sia l’unica cosa che conti, e non anche il dialogo con gli altri.

  O forse scoppierà il caos e in qualche modo le forze armate saranno costrette a intervenire contro la loro volontà: l’accordo di potere ed economico con la fratellanza, i militari l’hanno già fatto. Non vorrebbero essere costretti a riprendere in mano un Paese che nessuno riesce più a governare.

   A parte questo compromesso al vertice tra fratellanza e militari, l’Egitto è pericolosamente polarizzato e incapace di affrontare i problemi. Tutti contro tutti, nessuno parla con gli altri. Amr Moussa, il leader del Fronte di salvezza di parte socialdemocratica, aveva tentato un dialogo con Khairat al Shater, l’uomo forte della fratellanza insieme ad Hassan Malek (entrambi uomini d’affari). E’ stato linciato dai suoi: dal Fronte e dai giovani Tamarrud. “E comunque non è servito a nulla – ammette Moussa – Non penso sia possibile trovare un compromesso. Per loro è impensabile un governo di unità nazionale col quale sarebbe più facile fare le riforme economiche chieste dal Fondo monetario internazionale per avere il prestito necessario. Loro vogliono salvare la fratellanza musulmana, non l’Egitto”.

  I reduci di piazza Tahrir

 In un appartamento vicino e simile alla base dei Tamarrud – ma molto più vuoto – c’è la sede del Movimento 6 Aprile e del suo co-fondatore, Ahmed Maher: un simbolo, piazza Tahrir in carne e ossa, le origini della Primavera egiziana. Non doveva essere vostra, anziché dei Tamarrud, l’idea della petizione?

  La domanda non offende Ahmed che continua a sentirsi un guru. Come ai tempi di piazza Tahrir. “Abbiamo prospettive differenti. Loro dicono: cacciamo Morsi subito. Ma i fratelli musulmani sono una forza organizzata, hanno consenso, hanno vinto le elezioni. Dobbiamo farlo per gradi. Loro dicono: facciamo un’altra rivoluzione. Noi rispondiamo: non è facile come dirlo. Non vogliamo che accada una seconda ondata rivoluzionaria, siamo realisti. La qualità della mobilitazione del 30 giugno determinerà gli obiettivi politici”. Come Hamdeen Sabahi: se fallisce è colpa dei Tamarrud, se è un successo vinciamo tutti.  Presto o tardi succede in tutte le rivolte del mondo: anche i ragazzi di piazza Tahrir hanno appeso la rivoluzione al chiodo.

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