Politica dell’acqua, dai Territori occupati al caso Sodastream in Italia

Petizione in corso contro il Comune di Longiano affinche’ fornisca una “Casa dell’Acqua” ai propri cittadini senza calpestare i diritti dei palestinesi.

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giovedì 26 settembre 2013 07:28

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di Manuel Zani e Stephanie Westbrook

Roma, 26 settembre 2013, Nena News –

Non manca l’acqua in Palestina, manca l’accesso. Una troika di misure legislative insieme a politiche e pratiche istituzionalizzate ha permesso a Israele di esercitare illegalmente un controllo quasi totale sulle risorse idriche palestinesi. È quanto risulta da un recente rapporto dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al Haq, “Acqua per un solo popolo: Accesso discriminatorio e Apartheid dell’Acqua nei Territori palestinesi occupati”http://www.alhaq.org/publications/Water-For-One-People-Only.pdfNella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani hanno accesso a circa sei volte più acqua che i palestinesi. E questo senza neanche prendere in considerazione l’acqua utilizzata per l’agricoltura. Infatti, i coloni che vivono negli insediamenti israeliani nella Valle del Giordano e lungo il Mar Morto, dove si trovano le grandi piantagioni, hanno a disposizione fino a 18 volte più acqua. Mentre 50,000 palestinesi vivono con meno di 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità in situazioni di emergenza per brevi periodi.

Il rapporto di Al Haq constata che l’accesso senza limiti all’acqua di chi vive in Israele e nelle colonie israeliane dimostra che l’acqua abbonda. Quindi la mancanza di acqua a sufficienza per i palestinesi è un risultato diretto delle politiche discriminatorie di Israele. Politiche che i palestinesi denunciano come mirate al trasferimento forzato di intere comunità, per “liberare” le zone più fertili e ricche di fonti d’acqua e che risulta funzionale al trasferimento illegale da parte di Israele della sua popolazione civile nei Territori palestinesi occupati.

Al Haq individua tre pilastri alla base di cio’ che definisce l'”Apartheid dell’acqua”. Il primo pilastro, scrive il centro per i diritti umani, rispecchia uno degli elementi chiave della definizione dell’Apartheid, ossia l’identificazione di due distinti gruppi razziali, in questo caso ebrei israeliani e palestinesi. Il secondo è la segregazione e la separazione geografica delle popolazioni. E il terzo consiste nell’uso della pretesa della “sicurezza” come giustificazione per politiche e pratiche discriminatorie.

Il 7 giugno 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, con l’ordinanza militare n.2, Israele ha dichiarato tutte le risorse idriche proprietà dello Stato. Il controllo diretto da parte di Israele sulle risorse idriche nell’area aumentò del 50 per cento. Una serie di ordinanze militari seguì, ad oggi ancora in vigore, che da una parte ha integrato le risorse idriche palestinesi nel sistema israeliano e dall’altra nega sia il controllo che l’accesso ai palestinesi.

Nel 1982, l’allora Ministro della Difesa israeliano, Ariel Sharon, ha passato la proprietà di tutte le risorse idriche in Cisgiordania alla Mekorot, compagnia nazionale per 50 per cento proprietà dello stato. In cambio per tutte le infrastrutture palestinesi per la gestione dell’acqua, valore stimato in 5 milioni di dollari, Mekorot ha pagato una cifra simbolica di uno shekel, circa 20 centesimi di euro. Oggi Mekorot, che gestisce pozzi israeliani in territorio palestinese, “fornisce” circa metà dell’acqua consumata in Palestina, a prezzi stabiliti da Israele. Ma i palestinesi non sono i clienti prioritari. Durante l’estate, Mekorot riduce l’acqua ai palestinesi, anche fino al 50 per cento, per garantire i fornimenti alle colonie.

Con gli Accordi di Oslo, e la creazione del Comitato “congiunto” per l’acqua, è stato semplicemente formalizzato il “regime discriminatorio nella gestione che, per lo più, già vigeva” con l’occupazione militare. Il Comitato congiunto, che si occupa solo delle risorse idriche in Cisgiordania, dando voce a Israele sulle scelte palestinesi ma non vice versa, ha stabilito le quote per le estrazioni. Già sbilanciate a favore di Israele, sono rimaste ferme dal 1995 mentre la popolazione palestinese è raddoppiata. Il Comitato controlla, inoltre, i permessi per nuovi pozzi e la riparazione di pozzi esistenti, permessi, che, come quelli per costruire o per accedere alla propria terra, non vengono quasi mai approvati. Nel 1967 c’erano 774 pozzi palestinesi in funzione nella Cisgiordania, il numero è crollato a 264 nel 2011. La distruzione di infrastrutture palestinesi per l’acqua da parte di Israele, con il pretesto che sono senza permesso, è raddoppiata nel 2012 in confronto al 2011.

Siccome l’acqua non conosce confini territoriali, le tre principali fonti di risorse idriche nell’area, il fiume Giordano, il Mountain Aquifer e il Coastal Aquifer, sono tutte, in teoria, “condivise” tra Israele e Palestina. In pratica i palestinesi hanno un limitatissimo accesso.

Dal 1967 ai palestinesi è vietato accedere al fiume Giordano, l’unica fonte di acqua di superficie per i palestinesi, dichiarata da Israele zona militare chiusa. Inoltre, Israele dirotta le acque del fiume tramite il National Water Carrier, un acquedotto di tre metri di diametro che porta acqua alle città della costa, come Haifa e Tel Aviv, e al deserto del Negev.

Annualmente, Israele estrae l’89 per cento dell’acqua dal Mountain Aquifer, lasciando il solo 11 per cento ai palestinesi. Inoltre, mira a mantenere un totale controllo sulle aree di ricarica per l’acquifero, che si trovano quasi del tutto in Cisgiordania.

Il Coastal Aquifer dovrebbe servire 1,6 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, l’unica fonte di acqua dolce disponibile, a differenza di Israele. Invece la popolazione di Gaza ha accesso a solo il 25 per cento del totale delle estrazioni. L’illegale e disumano assedio di Gaza imposto da Israele crea una mancanza di pezzi di ricambio per la manutenzione e il carburante per l’alimentazione dei sistemi idrici e degli impianti per il trattamento delle acque reflue. Questo, insieme ad anni di sovra estrazione, hanno portato ad infiltrazione di acqua salina e acque reflue, rendendo il 95 per cento della acqua non adatto al consumo umano. A Gaza, costrette a comprare l’acqua da bere, alcune famiglie spendono un terzo del proprio reddito per l’acqua. Si stima che per il 2016, l’intero acquifero sarà inutilizzabile.

Con la costruzione del Muro, Israele non solo sottrae terra alla Palestina, ma anche risorse idriche. Il muro già impedisce l’accesso a 28 pozzi agricoli palestinesi, e una volta completato, avrà annesso “il 70 per cento delle aree di ricarica per la parte palestinese del Mountain Aquifer, che è l’unica area con il potenziale per nuovi pozzi e aumenti nella estrazione”. La costruzione del Muro, quindi, “rivela l’intenzione di Israele di annettere definitivamente le risorse idriche palestinesi”.

I palestinesi affermano da lungo tempo che le politiche israeliane riguardanti la gestione dell’acqua “sono una chiara testimonianza delle motivazioni coloniali e di Apartheid di Israele”. Sono parte integrante di un sistema istituzionalizzato di dominio, controllo e oppressione del popolo occupato. Ma non è solo lo Stato di Israele a guadagnarci. Ci sono anche ditte private che traggono profitti da questo sistema. Una di queste è Sodastream, multinazionale israeliana che produce apparecchiature industriali e domestiche per gasare l’acqua.

Proprio in questi mesi, in Italia, è protagonista di una aggressiva campagna pubblicitaria su che attraversa ogni tipo di media, dal web alla carta stampata. L’obiettivo va oltre la conquista di fette di mercato, Sodastream gioca per difendersi dal discredito che il marchio s’è guadagnato in questi anni e contenere gli effetti del boicottaggio che il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) ha lanciato contro di essa.

Le ragioni del boicottaggio si riassumono nello stabilimento produttivo collocato a Mishor Adumim, il più grande che l’azienda possieda. Mishor Adumim è l’appendice industriale della colonia illegale Ma’aleh Adumim, che sorge a pochi chilometri da Gerusalemme Est, in territorio palestinese occupato.

La presenza nella colonia, oltre a trarre vantaggio dall’occupazione, contribuisce a sostenere l’oppressione in varie forme[http://bdsitalia.org/index.php/campagne/stop-sodastream]: le tasse che l’industria paga alla municipalità di Ma’aleh Adumim restano nella completa disponibilità della stessa, per i propri bisogni, alimentando il processo coloniale; i lavoratori palestinesi, che rientrano nelle loro terre sottratte per lavorare nello stabilimento, denunciano il trattamento discriminante dell’azienda nei loro confronti.

La presenza stessa dell’azienda nella colonia rafforza la violazione del diritto internazionale che sancisce la colonizzazione di territori sotto occupazione e la deportazione della popolazione originaria come un crimine di guerra. Ma Israele non ha mai aderito alla Corte Penale Internazionale, né riconosce la sua autorità, e l’ONU non è mai stato in grado di inchiodarlo alle proprie responsabilità, per le violazioni della IV convenzione di Ginevra.

Sodastream, dal 2011, possiede in Italia uno stabilimento situato a Tavullia (PU), acquisito comprando la romagnola (ex) CEM Industries. Poco tempo fa, nel comune di Montiano (FC) ci si è accorti che la locale Casa dell’Acqua recava il logo della multinazionale sul frontalino dell’erogatore.

Subito è partita una piccola indagine [http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-stop-sodastream1/797-aria-fresca] che, risalendo ad Adriatica Acque, l’azienda produttrice dell’erogatore, ha appurato per bocca del suo presidente, Andrea Montanari, la presenza di tecnologia Sodastream nella macchina.

Adriatica Acque, che assieme al colosso dei servizi Hera S.p.A, a Romagna Acque e Unica Reti, promuove e installa gli erogatori nel territorio romagnolo, si fornisce da tempo presso la CEM Industries. E ha continuato a farlo dopo il passaggio di proprietà.

Nello stesso periodo il comune di Longiano (FC) formalizza la decisione di installare un erogatore pubblico in una frazione del proprio territorio, siglando l’accordo con Adriatica Acque e le ditte partecipanti al progetto di cui essa è capofila.

I consiglieri comunali della lista civica locale, Aria Fresca, presentano una mozione [http://www.ariafresca.org/wp-content/uploads/2013/08/Mozione_No_Sodastream.pdf] per informare la giunta di centrosinistra (PD e Rifondazione) dell’ingombrante presenza, chiedendo la moratoria momentanea del progetto per cercare soluzioni alternative che escludano la presenza di Sodastream.

Passa un mese senza risposte. Il sindaco Ermes Battistini non si cura di contattare i promotori dell’iniziativa per ragionare su possibili alternative, e nemmeno di rispondere alla lettera [http://www.bdsitalia.org/index.php/comunicati-stop-sodastream/796-longiano] che il BDS ha spedito al comune di Longiano, in sostegno alla mozione.

Finché qualche giorno fa il sindaco palesa alla stampa il proprio pensiero in merito: l’apporto tecnologico di Sodastream nella Casa dell’Acqua è “poco importante” [http://www.ariafresca.org/wp-content/uploads/2013/09/Art_Corriere_19_09_2013.jpg], e i benefici per la frazione sarebbero tali che non vi sono dubbi sulla volontà di proseguire nell’opera. Una contraddizione notevole per una giunta che si richiama ai valori della dignità umana e della pace, organizzando iniziative su questi temi [http://www.comune.longiano.fc.it/index.asp?val=n&cm_cod=696&a=1+&+w_tipo=N].

Eppure vi sono sul mercato numerosi concorrenti del consorzio capeggiato da Adriatica Acque, che hanno persino contattato il comune dopo l’esplosione del caso Sodastream, sperando di conquistarsi la realizzazione del progetto.

Ma a questo il sindaco non fa cenno nella sua intervista, e viene spontaneo domandarsi se il fatto che in Hera S.p.A. siedano personalità provenienti dal mondo della politica, e che la totalità di Romagna Acque e buona parte di Hera (che possiede un 25% di Adriatica Acque) siano in mano agli enti pubblici, governati da coalizioni di centrosinistra, abbia per caso generato una particolare simpatia.

Appresa la posizione del sindaco, il BDS Italia ha lanciato una petizione [http://www.change.org/it/petizioni/no-a-sodastream-nelle-case-dell-acqua-comunali] indirizzata ai vertici del comune, della provincia di Forlì-Cesena, della regione Emilia Romagna per chiedere un ripensamento e la scelta di soluzioni alternative per dotarsi di un erogatore pubblico di acqua naturale e gasata.

È importante raccogliere quante più firme possibili entro venerdì 27, nella cui serata si terrà il consiglio comunale e la votazione della mozione. Nena News

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=87135&typeb=0&Politica-dell-acqua-dai-Territori-occupati-al-caso-Sodastream-in-Italia

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