Politica fumettistica: Rupert Murdoch, la lobby filoisraeliana e i crimini d’Israele

REDAZIONE 4 FEBBRAIO 2013

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di David Cromwell – 2 febbraio 2013

Un elemento cruciale dell’attività di lobby a favore di Israele è il riprovevole insulto alla critica giustificata dello stato d’Israele di essere “antisemita”. Così una recente vignetta di Gerald Scarfe sul Sunday Times ha offerto un comodo bersaglio per l’indignazione.

Scarfe ha rappresentato Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, che costruisce un muro in cui sono intrappolati i corpi di palestinesi ritratti in vari stati di sofferenza. La malta è rossa di sangue e la didascalia dice: “Elezioni israeliane: si continuerà a cementare la pace?”

Netanyahu ha appena vinto il maggior numero di seggi nelle recenti elezioni parlamentari, conclusesi con uno strettissimo margine. Il muro era chiaramente un riferimento alla “barriera di separazione” che Israele afferma esistere per proteggere i propri cittadini dagli attacchi palestinesi ma che in realtà è utilizzata per un cinico furto di territorioper ampliare i confini di Israele.

La vignetta è chiaramente un’immagine forte, anche sconvolgente. Ma Scarfe, forse meglio noto per le sue illustrazioni che hanno accompagnato il classico album dei Pink Floyd The Wall, ha una lunga storia di caricature aspre e brutali, spesso raffiguranti sangue. E certamente ha sostenuto una valida tesi politica a proposito del brutale trattamento dei palestinesi da parte di Israele e dell’interminabile espansione coloniale dello stato, il tutto sotto la maschera di un mitico “processo di pace”.

Il Consiglio dei Deputati degli Ebrei Britannici, che è ardentemente filoisraeliano, collegato agli interessi propagandistici sionisti e  sostenitore degli attacchi israeliani contro Gaza, ha sottoposto un reclamo alla Commissione per i Reclami contro la Stampa affermando che la vignetta “ricorda in modo sconvolgente l’immaginario della calunnia del sangue che si ritrova più frequentemente in parti della stampa araba violentemente antisemita”. E’ il mito che risale al Medioevo secondo il quale gli ebrei uccidevano bambini e ne usavano il sangue in cerimonie religiose.

L’ira [del consiglio] è stata accresciuta” dal fatto che la vignetta è stata pubblicata nel Giorno della Memoria dell’Olocausto: “un giorno inteso a commemorare le comunità distrutte dai nazisti e dai loro alleati a metà del ventesimo secolo”.

L’ambasciatore di Israele in Gran Bretagna ha dichiarato:

“L’immagine della barriera di sicurezza di Israele, che sta salvando le vite sia di ebrei sia di arabi dagli attentatori suicidi, costruita con sangue e corpi palestinesi è priva di fondamento e oltraggiosa.

L’utilizzo dei motivi malvagi che echeggiano quelli utilizzati per demonizzare gli ebrei in passato è particolarmente sconvolgente e doloroso nella Giornata Internazionale della Memoria dell’Olocausto, ma l’odio rozzo e meschino di questa vignetta dovrebbe renderla totalmente inaccettabile in qualsiasi giorno dell’anno.”

Contemporaneamente il presidente [speaker] del parlamento israeliano, Reuven Rivlin, ha scritto al suo omologo britannico per esprimere ‘estrema indignazione’.

Il messaggio essenziale dietro il fuoco di sbarramento di obbrobrio è stato: tu non criticherai Israele.

Rupert Murdoch: un amico di Israele

Inizialmente il Sunday Times si è mantenuto fermo. Nel pomeriggio in cui si è scatenata la tempesta, il giornale ha ‘difeso’ la pubblicazione della vignetta e ‘negato che [essa] sia antisemita’. In una dichiarazione il giornale ha descritto l’immaginazione di Scarfe come ‘tipicamente forte’, aggiungendo:

E’ indirizzata esattamente contro Netanyahu e le sue politiche, non contro Israele, per non parlare del popolo ebreo. E’ comparsa ieri perché Netanyahu ha vinto le elezioni israeliane la settimana scorsa.”

Martin Ivens, il direttore provvisorio del Sunday Times ha dichiarato:

“L’ultima cosa che io o chiunque legato al Sunday Times tollereremmo sarebbe un insulto alla memoria della Shoah o un’invocazione alla calunnia del sangue.”

Ma la tesi del “tipicamente forte” è crollata rapidamente quando il proprietario del Sunday Times, Rupert Murdoch, ha fatto irruzione più tardi in quello stesso giorno dichiarando via Twitter:

“Gerald Scarfe non ha mai riflesso le opinioni del Sunday Times. Ciò nonostante dobbiamo grosse scuse per la vignetta grottesca e offensiva.”

Non c’è voluto molto a Murdoch, un auto-dichiarato “amico di Israele” per fare la voce grossa con il suo ‘direttore provvisorio’ Ivens che, nonostante il suo pedigree di redattore filoisraeliano, aveva probabilmente appena dimostrato di non essere la persona sicura che il suo padrone avrebbe voluto. E questo è quanto a proposito dell’indipendenza redazionale e della ‘libera stampa’.

Chiunque sia in una posizione di responsabilità nell’impero giornalistico di Murdoch, e nei media industriali in generale, è sotto considerevole pressione per essere a favore di Israele. La posizione filoisraeliana di Murdoch si riflette nei suoi giornali e i suoi direttore sono resi ben consapevoli che devono seguire le ‘opinioni forti’ che egli dedica considerevole tempo ed energia ad imporre loro.

Nel marzo del 2009 il Comitato Ebraico Statunitense ha onorato Murdoch con il suo “Premio Nazionale per i Rapporti Umani”. Soltanto settimane dopo il brutale massacro delle forze israeliane a Gaza nell’Operazione Piombo Fuso – con circa 1.400 palestinesi uccisi, tra cui più di 400 donne e bambini – Murdoch ha avuto da dire questo al suo uditorio:

“Amici miei, non pretendo di avere questa sera tutte le risposte su Gaza. Ma so per certo questo: il mondo libero commette un tremendo errore se inganniamo noi stessi pensando che questa non è la nostra lotta.

Alla fine, il popolo israeliano sta combattendo lo stesso nemico che combattiamo noi: assassini a sangue freddo che rifiutano la pace … che rifiutano la libertà … e che si impongono mediante attentatori suicidi, autobombe e scudi umani.

Contro un simile nemico non giudicherò col senno di poi le decisioni di un Israele libero che difende i propri cittadini. E chiedo a tutti quelli che appoggiano la pace e la libertà di fare lo stesso.”

Accettando nel 2010 un premio della Lega Anti-Diffamazione per il suo sostegno a Israele, Murdoch ha deprecato la ‘guerra [globale] in corso contro gli ebrei’ e ha reso chiaro il suo sdegno per le critiche a Israele:

Quando gli statunitensi pensano all’antisemitismo, tendiamo a pensare alle caricature volgari e agli attacchi della prima parte del ventesimo secolo.

Oggi sembra che gli sforzi più virulenti vengano dalla sinistra. Spesso questo nuovo antisemitismo si traveste da legittimo disaccordo con Israele.”

Sam Kiley, l’ex corrispondente del Times per l’Africa ha affermato di aver lasciato il giornale nel 2001 a causa della censura filoisraeliana dei suoi articoli dal Medio Oriente. Kiley ha detto che la stretta amicizia di Murdoch con l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon e i forti investimenti del magnate in Israele sono stati il motivo della sua decisione di dimettersi.

Kiley ha scritto che:

Nella guerra delle parole, nessun giornale è stato così felice quanto il Times di consegnare le chiavi dell’armeria a uno schiarimento.”

Ha aggiunto:

“Il responsabile per l’estero e altri direttori di medio livello del Times cadevano preda di un terrore isterico ogni volta che un gruppo di lobby a favore di Israele notificava qualche cavillo o lamentela e poi normalmente si schierava dalla sua parte contro il suo stesso corrispondente.

Mi è stato detto che non dovevo far riferimento a “assassinii” di oppositori d’Israele, né a “uccisioni o esecuzioni extragiudiziali”.

“Nessun lobbista filoisraeliano ha mai nemmeno sognato di avere un simile potere su un grande giornale nazionale.”

I dirigenti di Murdoch erano così ansiosi di evitare di irritare il loro padrone che quando Kiley ha intervistato un responsabile di unità dell’esercito israeliano riguardo all’uccisione di un dodicenne palestinese, gli è stato chiesto di non citare nel suo articolo il bambino ucciso.

Dopo quella conversazione, sono rimasto senza parole e perciò me ne sono andato”, ha dichiarato Kiley.

Secondo Isi Liebler, un leader di una comunità ebrea australiana che ora vive in Israele, l’”affetto” di Murdoch per lo stato “è sorto meno dalla sua sensibilità conservatrice che dalla sua simpatia di nativo australiano per lo sfavorito che respinge le élite possedute dal buon senso convenzionale”. Liebler ha aggiunto:

Ha conosciuto israeliani, è stato in Israele, ha visto Israele come il coraggioso sfavorito mentre il resto del mondo vedeva Israele come un occupante.”

Il pericolo che Murdoch e il suo impero giornalistico internazionale rappresentano per la democrazia è stato ben documentato. Il suo potere di frenare la critica dello stato israeliano, in realtà di promuoverne l’agenda, fa parte di questo quadro più ampio.

Il Sunday Times si scusa per il suo ‘terribile errore’

Jonathan Cook, un giornalista indipendente che risiede in Israele, ha segnalato l’iperbolica reazione filo-israeliana alla vignetta di Scarfe:

“Con il ripresentarsi della Giornata dell’Olocausto, Israele ha approfittato dell’occasione per impartire una lezione al mondo. Non, ovviamente, una lezione a proposito del messaggio universale dell’Olocausto bensì una che Israele può sfruttare per chiudere la bocca ai suoi critici.” (Facebook, 29 gennaio 2013).

Cook ha segnalato un articolo del giornale liberale israeliano Haaretz scritto da Anshel Pfeffer, “l’arbitro di Haaretz di tutto ciò che è antisemita”, che in realtà non ha trovato nulla di antisemita nella vignetta anche, ha notato Cook, “usando i suoi metri di misura ipersensibili”.

Pfeffer è stato meticoloso nello spiegare il perché le grida di indignazione, fasulle o no, erano parecchio fuori luogo. Ha fornito quattro motivi per cui la vignetta non era affatto antisemita:

1. Non è diretta contro gli ebrei: Non c’è assolutamente nulla nella vignetta che identifichi come ebreo il suo soggetto. […] Netanyahu è un politico israeliano che è appena stato eletto da un quarto degli elettori israeliani, non un simbolo o un rappresentante globale degli ebrei.”

2. Non usa immagini dell’Olocausto: […] non c’è nulla nella vignetta di Scarfe che possa far venire in mente l’Olocausto. Forse qualcuno pensa che il muro dovrebbe ricordarci il ghetto, ma non si dimentichi che Scarfe è il disegnatore originale di ‘The Wall’ dei Pink Floyd. Il Sunday Times non avrebbe dovuto pubblicare la vignetta nella Giornata Internazionale della Memoria dell’Olocausto? Solo se si ritiene che quello sia un giorno in cui i politici israeliani godono dell’immunità dalle caricature […].”

3. Non c’è stata discriminazione: […] Il ritratto di Netanyahu è stato rozzamente offensivo e scorretto, ma ciò vale per qualsiasi politico quando Scarfe è al suo tavolo da disegno. Scarfe ha trascorso la sua intera carriera a ridicolizzare malignamente gli arroganti e prepotenti. Netanyahu è in egregia compagnia.”

“4. Non è così che si presenta la calunnia del sangue: Alcuni hanno affermato che il cemento rosso sangue che Netanyahu usa nella vignetta per costruire il suo muro indica un motivo della calunnia del sangue. Beh, ovviamente è sangue, ma c’è qualcuno che seriamente chieda che nessuna vignetta che si riferisca a una figura israeliana o ebrea possa contenere un fluido rosso? […]”

Questi ragionamenti sensati presumibilmente non sono stati in primo piano quando, alle 16 del 29 gennaio, “rappresentanti della comunità ebraica hanno incontrato il vertice della squadra editoriale e delle notizie finanziarie internazionali del Sunday Times”. Dopo la riunione, il direttore provvisorio del Sunday Times Martin Ivens ha diffusouna vile presentazione di scuse in cui ha detto:

“Tutti sanno che Gerald Scarfe è costantemente brutale e sanguinario nelle sue rappresentazioni, ma lo scorso fine settimana – per sua stessa ammissione – ha superato il limite. La tempistica – il Giorno della Memoria dell’Olocausto – è stata imperdonabile. L’associazione con questa occasione è stata grottesca e per conto del giornale vorrei scusarmi senza riserve per l’offesa che abbiamo chiaramente causato. E’ stato un terribile errore.”

Nel suo libro del 2000 ‘L’industria dell’Olocausto: riflessioni sullo sfruttamento delle sofferenze degli ebrei’ Norman Finkelstein ha osservato che l’Olocausto “è stato sfruttato per giustificare politiche criminali dello stato d’Israele e il sostegno statunitense a tali politiche” (pagg. 7-8). E Noam Chomsky ha osservato che lo stato d’Israele ha da lungo tempo “manipolato coscientemente” l’Olocausto per promuovere i propri interessi.

Il “terribile errore” del Sunday Times, assieme al resto dei media dell’industria, è consistito nel trascurare, in realtà nell’agevolare, questa vergognosa realtà.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/cartoon-politics-rupert-murdoch-the-pro-israel-lobby-and-israel-s-crimes-by-david-cromwell

Originale: Medialens

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9613

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