PONTE BALCANICO. Croazia vicina a entrare nell’area Schengen. Forse

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tratto da: NENA NEWS

04 nov 2019

La Commissione Europea dà il proprio consenso all’ingresso del paese balcanico nel sistema di libero movimento, premiando il rigido controllo poliziesco delle frontiere in chiave anti-migranti. E fingendo di non vedere le gravi violazioni e gli abusi sui richiedenti asilo e le condizioni terribili dei campi che li ospitano

Poliziotti croati al valico di Maljevac con la Bosnia (Fonte: Epa Efe)

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di Marco Siragusa

Roma, 4 novembre 2019, Nena News – Dopo più di tre anni di monitoraggio la Commissione Europea ha dato il proprio parere positivo all’entrata della Croazia nell’area Schengen. Promosse le politiche di Zagabria nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, nonostante le gravi violenze verso i migranti al confine con la Bosnia.

Ancora una volta le istituzioni europee mostrano tutta la loro ipocrisia sul tema della libertà di movimento e della difesa dei diritti umani. Ai proclami di un’Europa accogliente, inclusiva e democratica fa da contraltare una contraddittoria politica di gestione delle frontiere. Se da un lato la cosiddetta “area Schengen” garantisce ai cittadini europei totale libertà di movimento all’interno dei confini dell’Unione, dall’altro crea profonde discriminazioni e limitazioni per i “non europei” costretti a muoversi e a vivere nell’illegalità favorendo trafficanti senza scrupoli.

La decisione della Commissione

Lo scorso 22 ottobre, dopo oltre tre anni di monitoraggio, la Commissione Europea ha dato il proprio consenso all’entrata della Croazia nell’area Schengen promuovendo le politiche di controllo delle frontiere messe in atto negli ultimi anni.

Il documento ufficiale riconosce al governo di Zagabria di aver preso “le misure necessarie per il rispetto delle condizioni di applicazione delle norme Schengen nel settore della gestione delle frontiere esterne” che, tradotto dal politichese, significa aver applicato un rigido controllo poliziesco e la chiusura dei confini. Per il Commissario per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos “la Croazia contribuirà a fare in modo che le frontiere esterne dell’Ue siano meglio protette”.

La comunicazione ripercorre inoltre le varie fasi del processo di valutazione avviato nel 2016. Nel 2017 il team di osservatori incaricati dalla Commissione aveva rilevato un numero insufficiente di agenti, la mancanza di un sistema di sorveglianza al confine con la Bosnia, l’esistenza di un numero elevato di “punti di attraversamento” e il basso numero di cani da localizzazione.

Dopo il rimprovero ricevuto, il governo croato si è impegnato ad adeguare la propria azione alle richieste dell’Ue. Secondo quanto stabilito a maggio di quest’anno è previsto l’impiego di circa 6.300 agenti nel pattugliamento della frontiera croato-bosniaca mentre i 6,8 milioni di euro concessi nel dicembre 2018 sono stati destinati a un “nuovo meccanismo di monitoraggio”.

Infine, la nota si limita a sottolineare come “la Croazia si sia impegnata a indagare sulle accuse di maltrattamenti di migranti e rifugiati” e che “la protezione dei diritti umani dei richiedenti asilo e di altri migranti, le accuse di diniego di accesso alla procedura di asilo e l’uso della forza da parte della polizia rimangono una sfida”. Una sfida dunque e non invece un imperativo, un dovere immediato. Come se questi comportamenti non dipendessero dalle direttive emanate dalle istituzioni nazionali e in generale dalla gestione dei fenomeni migratori a livello europeo.

Oltre l’ipocrisia: cosa succede veramente al confine croato-bosniaco

Come ormai ampiamente documentato da numerosi reportage e dalle denunce pubblicate dalle organizzazioni presenti nei campi profughi di Velika Kladusa e Vucjak, le violenze commesse dalla polizia croata sono, già da tempo, all’ordine del giorno. Sotto accusa è soprattutto la pratica dei respingimenti coatti contrari a una Direttiva del 2008 della stessa Ue che riconosce il principio di non respingimento, il collocamento dei migranti in strutture specializzate e un trattamento umano e dignitoso.

Puntualmente, la polizia croata viola qualsiasi norma internazionale a tutela dei diritti fondamentali esercitando violenze sulle persone che vengono sorprese ad attraversare il confine in modo illegale. La pratica più diffusa è quella di respingere i migranti lasciandoli senza scarpe né cellulari, dopo averli picchiati.

Proprio a causa delle violenze subite, il 21 settembre è morto all’ospedale di Bihac un ragazzo tunisino, conosciuto come Alì, poco più che trentenne. Causa del decesso: mancata cura di una cancrena ai piedi in seguito a congelamento. E come lui tanti altri sono costretti a subire soprusi da parte di uno stato che, riprendendo le parole del Commissario Avramopoulos, rende le frontiere europee più “protette”.

La situazione non è certo migliore per coloro che vivono nel campo di Vucjak, in Bosnia. Circondato da terreni minati risalenti al conflitto jugoslavo degli anni novanta, il campo sorge su una vecchia discarica ed ospita circa 2 mila persone sulle 6-7 mila presenti nell’area di Bihac.

In seguito a una polemica tra l’amministrazione cantonale, ufficialmente responsabile del campo, e le autorità federali bosniache, il 21 ottobre il sindaco di Bihac ha deciso di interrompere i pagamenti per l’erogazione dei servizi essenziali come acqua, elettricità, assistenza sanitaria e raccolta dei rifiuti. Inutile sottolineare come le condizioni di vita del campo siano ormai vicino al collasso e l’arrivo dell’inverno, piuttosto rigido tra le montagne bosniache, non farà altro che complicare ulteriormente la situazione.

I prossimi passi

La decisione finale sull’entrata di Zagabria nell’area Schengen spetta all’unanimità al Consiglio Europeo, quindi ai capi di Stato o di governo dei paesi membri, previsto per la metà di dicembre. Una scelta sulla carta scontata ma che potrebbe riservare una sorpresa. A destare le preoccupazioni maggiori sono le posizioni di Slovenia e Francia.

Tra Ljubljana e Zagabria è infatti in corso una disputa sulla definizione del confine marittimo nel Golfo di Pirano, risalente addirittura ai tempi della dissoluzione della Jugoslavia. La Slovenia rivendica l’accesso diretto alle acque internazionali, impedito proprio dal confine marittimo con la Croazia. Nel 2009 i due Paesi avevano deciso, sostenuti dall’Ue, di porre la questione davanti alla Corte arbitrale dell’Aia. In seguito alla pubblicazione, nel 2015, di alcune intercettazioni che sembravano dimostrare gli stretti contatti tra una funzionaria del ministero degli Esteri sloveno e uno dei giudici coinvolti, la Croazia aveva deciso di ritirarsi unilateralmente dall’arbitrato.

La sentenza emanata nel 2017 che riconosceva a Ljubljana un corridoio di accesso alle acque internazionali è rimasta inapplicata per la contrapposizione croata. Nonostante le divergenze, lo spostamento a est dei confini europei potrebbe tuttavia risultare conveniente al governo sloveno che perderebbe così il ruolo di “ultima frontiera”.

Più problematico appare invece l’approccio francese. Colpevole di essersi opposto pochi giorni fa all’avvio delle negoziazioni per l’adesione di Albania e Macedonia del Nord, il presidente Emmanuel Macron ha affermato poco prima delle elezioni europee di maggio che “Schengen non funziona più” e che bisognerebbe prendere in considerazione “un’area Schengen con meno Stati”. Come questa posizione possa andar d’accordo con un ulteriore allargamento rimane quindi un serio problema e al momento il premier francese sembra disposto a concedere poco o nulla ai partner balcanici.

Quello che appare paradossale è che gli ostacoli all’entrata di Zagabria nell’area Schengen derivino da calcoli politici e scontri bilaterali e non dalla concreta violazione delle basilari norme a tutela dei diritti umani tanto cari all’Ue.

Che una sempre maggiore integrazione dei Balcani nel consesso europeo sia una necessità per la stabilità della regione è un dato difficilmente confutabile. Quel che resta però da chiedersi è se questa integrazione debba continuare a poggiare su basi contrarie a qualsiasi logica politica che voglia definirsi, anche solo lontanamente, progressista. Nena News

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