Porte sbarrate

Messa Beit Jala 112 febbraio 2013
Il popolo di Beit Jala non smette di discutere con la sicurezza per entrare nell’aula della Corte. “E’ la nostra terra. Abbiamo il diritto di ascoltare cosa sta succedendo”. Per tutta risposta la sicurezza non ha solo chiuso, ma ha bloccato la porta.

Con queste emblematiche parole Anica Heinlein di Kairos Palestine ragguagliava in diretta sulla situazione degli abitanti di Cremisan e della loro lotta nonviolenta davanti alla Corte israeliana per riavere indietro le loro terre, come giustizia vorrebbe. Ma il muro, il progetto di creare un’unica, ininterrotta colonia israeliana sulla terra di 58 famiglie che lì da sempre hanno coltivato ulivi e sogni di vita laboriosa e pacifica, sembra ancora una volta bloccare la porta in faccia alla speranza.

Nella strada di ritorno verso casa pensavo a questa incredibile situazione che avevamo vissuto: dover implorare giustizia presso la Corte del governo che ti sta rubando la terra. Se ci fosse stato un arbitro neutrale la partita non avrebbe avuto storia: il muro non si farebbe e gli ulivi non verrebbero tagliati… ma avendo per arbitro un “dirigente” della squadra avversaria la partita non avrà storia nell’altro senso e nonostante le nostre preghiere il muro verrà costruito sicuramente (non ho speranze su questo punto).

Don Mario Cornioli, prete italiano che da anni condivide la quotidianità di questa ennesima comunità toccata da un’ingiustizia assurda, raccontava così il mesto ritorno a casa di decine di persone che attendono giustizia… da chi l’ingiustizia l’ha creata.

Rimarrà il rammarico di aver giocato questa partita in netta inferiorità numerica con arbitro e guardalinee di parte e con il commissario di campo altrettanto di parte…e credetemi non è facile accettare di giocare con queste regole anche in futuro. Per questo ammiro sempre più profondamente questo popolo, per questa incredibile forza spirituale che permette loro di continuare a resistere radicati nella loro terra, nonostante tutto sia contrario, così come i loro alberi di Ulivo.

Anche Amira Hass, nel gennaio scorso, aveva documentato su Haaretz il proposito dell’Alta Corte israeliana di mantenere socchiusa la porta di entrata a casa loro per gli abitanti della Firing Zone 918, 8 villaggi a sud di Hebron considerati da Barak zona di addestramento militare.
60 giorni di spiraglio. Fino a nuova decisione in merito. Persone, famiglie, villaggi interi che non possono decidere a casa loro del loro destino.

Barak aveva deciso di evacuare i residenti -riferisce Amira- perchè la zona è di vitale importanza per l’addestramento dell’esercito. L’IDF ha inoltre affermato che non ci sono residenti permanenti nella zona.
Il ricorso contro la decisione dello stato israeliano è stato portato avanti dall’associazione per i diritti civili in Israele, ACRI, per conto di 108 palestinesi che rischiano di perdere le loro case.

Cari amici di BoccheScucite, è sempre la stessa sporca storia. Ma per chi la vive, la sperimenta o la torna a sperimentare tra le mura di una casa in cui non c’è nemmeno la libertà di spalancare porte e finestre alla vita, vedersi chiudere la possibilità di vivere in legittima libertà e sempre una dolorosa novità.

E tutto questo mentre è stata rigettata la petizione del quartiere palestinese di Beit Safafa a Gerusalemme Est: la costruzione della superstrada che collegherà la Città Santa alle colonie continua.
Ci dice Emma Mancini che la Corte Distrettuale di Gerusalemme non ha accolto la richiesta presentata dai residenti del quartiere: la superstrada, che collegherà le colonie israeliane a Sud Ovest della Cisgiordania con la Città Santa, si farà. Si farà nonostante le proteste della comunità palestinese, si farà nonostante taglierà in due il quartiere rendendo impossibile vivere una vita normale. E si farà nonostante sia utilizzabile solo dai coloni. Un serpente di cemento a sei corsie il cui scopo sarà collegare il centro di Gerusalemme con le colonie israeliane in Cisgiordania, da Gilo al blocco di Gush Etzion.
La strada dividerà a metà il quartiere, separando le abitazioni, la moschea, la scuola, i negozi. I luoghi che prima si potevano raggiungere camminando per pochi minuti, diventeranno difficilmente accessibili. Una volta che la superstrada sarà completata, gli abitanti di Beit Safafa dovranno attraversare ponti e sottopassaggi per raggiungere l’altra parte del quartiere.
A peggiorare ulteriormente la situazione è l’impossibilità per i palestinesi del quartiere di utilizzare la superstrada. Un nuovo esempio di apartheid: gli unici beneficiari saranno israeliani e coloni.

Ed ecco chiuso il cerchio, o meglio sbattuta in faccia la porta ad un intero popolo.
E tutto torna sempre, inesorabilmente a ricondursi ad un unico leit motiv: porte aperte all’oppressore. Muro, colonie, strade e check-point ne possiedono le chiavi.

BoccheScucite

Messa Beit Jala 1

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