Postille sull’ultima fiammata di violenza

admin | September 14th, 2012 – 12:27 am

http://invisiblearabs.com/?p=4882

I titoli sui giornali, sui media online, sono altisonanti. Assalto alle ambasciate americane. D’altro canto, i primi numeri di questa nuova fiammata di antiamericanismo che si diffonde in Medio Oriente e Nord Africa non spingono all’ottimismo. Quattro morti a Benghazi, quattro morti americani all’interno del consolato della seconda città libica: un ambasciatore, Chris Stevens, morto per asfissia. Due morti yemeniti a Sana’a, nell’assalto all’ambasciata USA. E al Cairo, attorno e nei dintorni della più grande ambasciata americana del mondo, le manifestazioni non si fermano, anche se sono cambiati i protagonisti delle dimostrazioni: fuori i salafiti, che erano scesi in piazza nei primi due giorni, dentro gli ultras e – diciamo così, con un termine sicuramente troppo generico – un pezzo di marginalità del Cairo, uniti nel chiedere al governo islamista risposte ad alcune importanti richieste sociali della rivoluzione.

La prima reazione, la più immediata, è quella di bollare tutto come la sagra della stupidità, il teatro dell’idiozia. Idioti (e in malafede) coloro che hanno girato il video anti-islamico con il chiaro intento di provocare, accendere la miccia sotto una paglia ben secca, e tirare la volata (di nuovo) a chi sostiene che lo scontro di civiltà è una certezza. Idioti i sostenitori beceri dell’antiamericanismo, anacronistici, passatisti, magari anche utili strumenti nelle mani di chi vuole minimizzare il Secondo Risveglio arabo.

Detto tutto questo, però, occorre andare oltre. Hani Shukrallah – uno degli opinionisti egiziani più interessanti – lo fa, in un articolo che vale la pena leggere perché mette assieme la campagna elettorale di Obama, gli amanti dello scontro di civiltà, i militari egiziani. Shukrallah, laico, ricorda che gli attacchi più pesanti contro i copti (sulla diaspora copta negli USA e sulle sue frange estremiste che la pensano come chi ha prodotto il video, ho scritto una postilla, giù in fondo) sono stati quelli dei militari egiziani non solo nel famoso massacro di Maspero dell’ottobre  2011, ma nell’enfasi con la quale la tv di Stato controllata dal Consiglio  militare supremo ha rinfocolato la xenofobia e il rinserrare i ranghi da parte dei musulmani.

Il secondo consiglio di lettura è da una prospettiva più americano-centrica: quella di Shadi Hamid suForeign Policy, che spiega bene perché proprio ora – in Occidente – non bisogna abbandonare il Secondo Risveglio arabo, e rifuggire dagli stereotipi. Don’t give up the Arab Spring…

Entrambi gli analisti, Shukrallah e Hamid, ci pongono giustamente la domanda del cui prodest. Perché il video proprio ora. Perché gli attacchi alle ambasciate americane proprio ora. Perché a perderci, dal video e dagli assalti, sono sia Barack Hussein Obama sia le rivolte/rivoluzioni arabe. Perché a tentare di guadagnarci, dopo aver ‘subito’ l’epopea delle rivoluzioni arabe, è tutta quella fascia retriva che va dai settori cristiano-evangelici che hanno sostenuto il peggio del conservatorismo americano, sino alla destra europea razzista.

Oltre le ambasciate, oltre l’antiamericanismo più becero, ci sono – insomma – altre vittime, stavolta tutte politiche. Ed è chiaro che il primo bersaglio – quale tempismo! – è un presidente che ha perso molto smalto, rispetto a quattro anni fa. Barack Hussein Obama, presidente in scadenza, nel mezzo di una campagna per la rielezione difficile. Per il pubblico mediorientale, nel 2009, Obama fu il presidente americano che aveva deciso di rompere l’equazione islam=terrorismo. Basta con le teorie folli dello scontro di civiltà, alle quali si era abbeverata la destra non solo americana, ma anche quella europea. Era ora di ricostruire ponti e fiducia.

A quattro anni di distanza, l’immagine di Obama nel mondo arabo è offuscata. Soprattutto per la sua politica nei riguardi del conflitto israelo-palestinese, con uno spostamento sempre più marcato a favore del governo di Bibi Netanyahu, a prescindere dal braccio di ferro sull’Iran di queste ultime settimane. Obama deve fronteggiare, all’interno, Mitt Romney, che non brilla nei sondaggi. E che invece potrebbe guadagnare da una fiammata di violenza lontana dalle rive dell’Atlantico, eppure così simbolica. L’assalto alle ambasciate americane, proprio nell’undicesimo anniversario dell’11 settembre, sembra a dir poco tempista. Chi, più dei repubblicani, può guadagnare dall’America sbeffeggiata e dolorosamente attaccata in terra araba, là dove Obama voleva segnare la discontinuità rispetto al suo predecessore Bush? A giudicare da come si stanno muovendo sui social network le frange della destra americana più islamofobe, il clima non si rasserenerà presto, nonostante i tentativi di Hillary Clinton di smorzare i toni.

Dall’altro capo di questo scontro a distanza, c’è  la galassia islamista. Che, però, è talmente composita che guardarla come un tutt’uno, omogeneo e compatto, è ancora una volta fuorviante. La tentazione, da parte di Washington, di raffreddare le posizioni verso gli islamisti è già evidente, con la dichiarazione di Barack Obama sull’Egitto, non un alleato né un nemico. Dichiarazione ambigua, confusa, ma in un elemento molto chiara: e se si fosse andati troppo lontani nel rapporto con l’islam politico arabo vittorioso al Cairo, sembrano dire nell’amministrazione democratica? E se fossimo stati troppo Realpolitiker? Dal canto loro, i Fratelli Musulmani egiziani – a parer mio – si sarebbero evitati molto volentieri una crisi come questa, nei confronti di Washington. Una crisi che vuol dire anche riaprire vasi di Pandora, come la giustizia sociale in Egitto. I due argomenti – l’antiamericanismo e la giustizia sociale – possono sembrare molto distanti l’uno dall’altro, ma il tipo di dimostranti che in questi giorni si sono alternati attorno all’ambasciata americana dice invece molto. Dice che i salafiti, dopo due giorni di proteste pacifiche, hanno lasciato il posto a chi, negli ultimi mesi, ha chiesto al potere egiziano ciò che era il cuore della domanda sociale di Tahrir: dignità e lavoro.

L’ultima vittima di questa ennesima fiammata, e non certo la meno importante, è però l’immagine di un mondo arabo che nel 2011 si era riscattato agli occhi miopi e socchiusi di noi occidentali. L’arabo non aveva più la faccia torva del terrorista,  ma quella sorridente di un ragazzo-eroe. Meglio ancora, di una ragazza coraggiosa. Ora, di nuovo, a campeggiare  sui nostri giornali è il branco. Anche se il branco, a ben guardare, non è riuscito stavolta a raccogliere in piazza le folle che, alcuni anni fa, urlavano contro le vignette danesi. Meglio non abbandonarle le rivolte arabe, proprio ora, per sacrificarle ancora una volta sull’altare degli stereotipi.

Una postilla sul video che ha scatenato l’ennesima fiammata di antiamericanismo, però, bisogna farla. Sam Bacile, dice l’AP, potrebbe non essere un israeliano-americano, bensì un membro della diaspora copta egiziana di stanza negli Stati Uniti, o meglio, di quel settore della diaspora copta per il quale il problema degli egiziani di fede cristiana non è la dittatura né la mancanza di democrazia e di diritti, bensì l’islam. E’ verosimile, non c’è che dire. Non sono l’unica, per esempio, a essere inondata di email da parte di associazioni di egiziani copti della che vivono negli USA, le cui posizioni sono non molto dissimili da quelle di alcuni settori cristiano-evangelici che hanno sostenuto non solo Bush jr., ma la destra americana più retriva. E’ quel pezzo di diaspora egiziana che Ala al Aswani ha descritto egregiamente in Chicago. E’ quel pezzo di diaspora egiziana che non ha per nulla aiutato i copti in patria. Anzi. Ha semmai sostenuto una visione del ruolo dei copti come setta, e non come parte della popolazione, confinando i cristiani egiziani nel ghetto di una minoranza. Al contrario, i copti che hanno partecipato a Tahrir, e i  musulmani che li hanno sostenuti, hanno sempre parlato di diritti per tutti, a prescindere dal credo, perché solo in questo modo ognuno e tutti, copti, donne, laici, islamisti, liberal, gay, giovani, vecchi sarebbero stati protetti.

 La didascalia della foto di Ashraf Khalil, su twitter: “quando si piò dire che si tratta di una manifestazione egiziana? Quando arrivano gli ambulanti!”

 Per il  brano della playlist mi è venuto in soccorso FB. Footsteps, dei Pearljam. Altra America.

Contrassegnato con i tag:

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam