Povertà nell’IDF: in migliaia disertano

20 Ago 2013

Lo scorso venerdì Channel 2 News ha raccontato una storia di enorme importanza, offrendo uno sguardo sul mondo delle difficoltà finanziarie che attendono i soldati israeliani. Un soldato della famigerata Brigata Kfir, spesso accusata di maltrattamenti brutali di palestinesi, ha raccontato che 9 soldati su 10 hanno bisogno di sostegno economico e che un rapporto della Knesset mostra che migliaia di soldati disertano ogni anno per ragioni finanziarie. 

 
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Ho incontrato per la prima volta questi soldati quando ero io stesso in prigione per aver rifiutato il servizio militare, dieci anni fa. Uno dopo l’altro i miei compagni di cella hanno parlato della miseria delle loro case, di come i loro parenti malati non potessero permettersi le medicine e di come i loro fratelli non riuscissero a comprarsi i libri di scuola. Raccontarono delle discussioni avute con i comandanti, cercando di ottenere il permesso a passare qualche tempo fuori per lavorare e sostenere le famiglie. Nessuno si sentiva colpevole per aver disertato quando non c’era altro modo per aiutare la propria famiglia o per coprire i propri debiti. Se non altro, detestavano l’esercito per averli costretti, per non avergli offerto l’aiuto di cui avevano bisogno e infine per aver criminalizzato atti di sopravvivenza.

Spesso, dopo che sono uscito di prigione, mi è stato chiesto da amici e giornalisti se gli altri soldati fossero ostili verso gli obiettori di coscienza. Ho sempre raccontato la storia della povertà dei soldati e risposto con una domanda: pensi che a questi soldati interessi ancora dell’esercito da avercela con me per aver rifiutato la leva?

Un recente rapporto del Centro di ricerca e informazione della Knesset indica che 14mila soldati sono stati arrestati nel 2012. Oltre il 70% di loro è stato condannato a brevi o lunghi periodi di detenzione per diserzione; secondo Channel 2, la maggior parte delle diserzioni è motivata economicamente. Il servizio militare è obbligatorio in Israele (con alcune eccezioni) e il salario è minimo: 350 shekel al mesei, 700 per i combattenti. L’ultima cifra equivale a meno di 200 dollari al mese, circa un settimo del salario minimo nel mercato del lavoro; se anche si tengono in considerazione i servizi forniti dall’esercito, è davvero poco per poter vivere.

Nel rapporto, Nilly Green, che ha servito come assistente sociale per i soldati, racconta che 9 su 10 soldati hanno avuto bisogno di assistenza per le loro difficoltà economiche e che i comandanti spesso facevano scivolare denaro negli zaini dei militari. Green ha servito nella Brigata Kfir, che opera quasi esclusivamente nei Territori Occupati ed è nota per la brutalità contro i palestinesi. Un ex comandante di una nave della Marina ha detto che il 60% dei suoi soldati ha chiesto aiuto e che lui stesso ha comprato loro l’equipaggiamento necessario. È la stessa marina che impone il blocco navale a Gaza, impedendo ai pescatori di vivere dignitosamente.

Un ex combattente, obbligato a disertare, ha raccontato di aver accettato qualsiasi tipo di lavoro temporaneo: “Combatti a Gaza e Hebron e poi devi combattere per la tua casa”. Un altro ha detto che non poteva pagarsi un panino nel percorso da casa alla base militare.

Il portavoce dell’IDF ha mandato a Channel 2 una risposta: “L’IDF è l’esercito del popolo ed è specchio della società israeliana, comprese le sue difficoltà sociali ed economiche, e molti sforzi vengono compiuti per dare assistenza ai soldati e al loro welfare. Oltre 400 milioni di shekel (80 milioni di euro, ndr) vengono investiti ogni anno nel welfare del soldati, un dato che è aumentato negli ultimi anni a causa dei profondi gap sociali e economici della società israeliana”.

Allora come affronta tali difficoltà finanziarie un giovane israeliano di fronte all’obbligo di servire l’esercito? Molti trovano il modo di evitare la leva. Alcuni, in casi estremi, pagano tangenti o rifiutano apertamente il servizio militare e finiscono in prigione. Entrambe queste due categorie sono un’eccezione alla regola.

La questione della retribuzione del servizio militare – specialmente di fronte all’aumento dei prezzi, all’aumento della povertà tra le famiglie dei lavoratori e il collasso del welfare di Stato, dei sistemi della casa e della sanità – è legata all’attuale crisi interna al sionismo della scelta tra militarismo e solidarietà: come israeliani combatteremo per ristabilire il vecchio patto razzista e militarista per cui il servizio degli ebrei nell’esercito fornisce loro un determinato livello di sicurezza sociale? O opteremo per creare un’alleanza tra tutti i poveri, lavoratori e classe media, palestinesi ed ebrei, per dare vita ad un nuovo sistema economico solidale, equo e giusto?

Haggai Matar,

+972mag.com

Inviato da aicitaliano il Mar, 20/08/2013 – 09:39

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/povert%C3%A0-nell%E2%80%99idf-migliaia-disertano

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ARTICOLO ORIGINALE

http://972mag.com/poverty-in-the-idf-thousands-jailed-for-financially-motivated-desertion/77588/

 

 

By   

 

Poverty in the IDF: Thousands jailed for economically motivated desertion

On Friday, Channel 2 News aired a story of unique importance, offering a glimpse into the world of financial difficulties awaiting Israeli soldiers. A soldier from the notorious Kfir Brigade, which is often accused of brutal treatment of Palestinians, testified that 9 out of 10 soldiers need financial support, and a Knesset report indicated that thousands of soldiers desert yearly for financial reasons.

I first met these soldiers when I was in prison myself for refusing the draft, about 10 years ago. One after the other my cellmates would talk about poverty in their homes, how their parents were ill and could not afford medicine, how their siblings needed school books that the family was unable to pay for. They would reenact the arguments they had with their commanding officers, trying to get their superiors’ consent to allow them some time off so they could work and support their families. None felt bad about their choice to desert when there was no other way to help out back home or to cover their own personal debts. If anything, they detested the army for forcing itself upon them, for not offering them the help they needed and then criminalizing their acts of survival.

Often since I got out of prison I was asked by friends and journalists if other soldier-inmates were hostile toward us conscientious objectors. I would always tell the stories of soldiers’ poverty and answer with a question: do you think these soldiers still care enough about the army to be mad at me for refusing?

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Military Prison 6. Cellmates told me how siblings needed school books the family couldn’t afford (Haggai Matar)

A recent report by the Knesset Research and Information Center indicates that 14,000 soldiers were imprisoned in 2012. More than 70 percent of these soldiers were sentenced for short-term or long-term desertion; according to Channel 2 a majority of desertions was economicallymotivated. Military service is mandatory in Israel (with several exceptions) and it pays very little: 350 NIS a month, 700 NIS for a combatant. The latter is less than $200 a month, about a seventh of the minimum wage in the labor market; even if you take into consideration the services provided by the army, it is still way too little to actually live off.

In the report, Nilly Green, who served as a kind of social worker (Mashakit Tash) for soldiers, testified that nine of out 10 of the rank-and-file soldiers were in need of assistance due to financial difficulties, and that commanding officers would often slip money into their soldiers’ backpacks. Green served in the Kfir Brigade, which operates almost solely in the occupied territories and is notorious for repeated reports of brutality toward Palestinians. A former commander on a navy ship said that 60 percent of his soldiers required help, and that he would buy them equipment they needed from his own pocket. This is the same navy that enforces the maritime blockade on Gaza, preventing fishermen from making a decent living.

A former combatant who was forced to desert testified he would take any kind of temporary work, and that he felt like “you fight in Gaza and Hebron and then you have to go fight for your home.” Another combatant said he could not afford to buy a sandwich when traveling cross-country to his base.

The IDF spokesperson sent Channel 2 the following response: “IDF is the people’s army and as such it serves as a mirror to the Israeli society, including its social and financial difficulties, and many efforts are put into assisting soldiers and their welfare. More than 400 million NIS are invested in soldier welfare every year, a figure which has grown in recent years due to the deepening of social gaps and the economic hardships in the Israeli society.”

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“I was jailed for having financial problems” soldier tells Channel 2 (screenshot)

So how do Israel’s young deal with growing financial hardships in face of compulsory military service? Many find ways to avoid military service altogether. Some, in extreme cases, turn to looting or taking bribes, while others openly refuse service and go to prison due to the state’s violation of its obligation to defend civilians from poverty. Both of these groups are the exception to the rule.

At its core, the question of payment for military service – especially in the face of rising prices, growing poverty amongst hard working families and an ongoing collapse of the state’s welfare, housing and healthcare systems – is linked to the current crisis in Zionism, one which I referred to as a choice between militarism and solidarity: will we as Israelis fight to reestablish the old racist and militarist contract in which Jews’ service in the army buys them a certain (and quite minimal, at times) level of social security, or will we choose to form alliances of all poor, working and middle classes – Arab and Jewish alike – to form a new system of solidarity, equality and a fair economy?

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