Prima, durante, e dopo il 13 febbraio

Ecco carissimi: ci sembra che proprio queste frasi scritte a quattro mani, da due donne, voci libere e forti che si levano dalla piazza di Roma come da quella di Gerusalemme, esprimano chiaramente il nostro sentire e soprattutto il sentimento che unisce tante donne e tanti uomini in piazze diverse in questi giorni. Vite differenti, libertà negate verse e differentemente perseguite. Su tutte aleggia lo stesso fremito: cambiare è possibile.

Gerusalemme, 13 febbraio 2011. Se non ora quando. Se non ora, in questo momento, quando riuscire a ribellarsi all’immagine di una donna ancora una volta sotto schiaffo, che dovrebbe sentirsi colpevole in qualsiasi situazione? Un gioco che chi ha la mia età, sulla cinquantina, conosce bene: ci ha segnato per la vita, prima che riuscissimo a alzarci in piedi e a dire che non è così che si trattano le donne (e gli uomini). Non è così che si educano le bambine e le ragazze, a pensare a un futuro in cui l’ingegno, l’intelligenza, l’individuo non conta più per costruirsi la propria vita. Conta un bel seno e, soprattutto, la capacità di sottomettersi al potere di turno per ottenere il sostentamento economico, e magari qualche capriccio. Un po’ di biada e il biscottino.

13 febbraio in piazza, dunque. Vorrei esserci, e invece sono qui a Gerusalemme (qualcuno ha detto che ci sto “col culo al caldo”…). E allora, in linea diretta virtuale con la manifestazione di Roma, la mia città natale, col Pincio, che mi ricorda le manifestazioni dell’8 marzo di alcuni decenni fa, metto anche qui lo scritto di Nicoletta Dentico, presidente dell’associazione di cui faccio parte anch’io. Filomena. Prima, durante, e dopo il 13 febbraio.

L’Italia vive da troppi anni ormai un’ostinata patologia, un male che ha imbarbarito le persone ed atrofizzato funzioni vitali del paese. Filomena, la rete delle donne, affronta la questione del ruolo e dell’immagine del genere femminile nella società italiana, che è solo una delle metastasi più eloquenti e paradigmatiche di questa infermità. Come vogliamo definirla, nella fattispecie? E’ la patologia di una subcultura cartellonistica della scorciatoia e dell’immagine che proditoriamente mescola le carte in tavola e confonde la libertà con il mercimonio; di una forma del potere che, in nome dei soldi e della visibilità mediatica, essa stessa strumento di potere, ha mutato antropologicamente le aspirazioni ed i desideri, ha condizionato le relazioni fra le persone, desertificando questo paese fino nelle sue pieghe più intime e inaccessibili.

C’è, in Italia, un grande bisogno di liberazione. Di una nuova, più credibile, narrazione. E’ urgente la necessità di uscire dalla condizione di solitudine che avvolge le vite di tutti noi per socializzare lo spaesamento di milioni di donne e uomini, in questa Italia senza bussola. Occorre uscire insieme, in tanti, per trasformare il disorientamento di ciascuno in un atto di ribellione condivisa, e tradurre poi questa ribellione – che è un passaggio ineludibile, ma del tutto insufficiente – in una piattaforma di lavoro politico volto a rompere la cappa di potere e di controllo che ci opprime. E che opprime ancora più duramente le donne.

Non a caso il contributo di Filomena sul palco della piazza di Roma il 13 febbraio passa attraverso la presenza di Imane Barmaki, una giovane arabo-italiana di seconda generazione, protagonista indiscussa del paese moderno che vogliamo costruire a partire dal 13 febbraio. La sua presenza allude al futuro dell’Italia cui volgiamo lo sguardo con fiducia. In particolare, la sua presenza oggi agisce da collegamento – ideale, emotivo, politico – fra le 250 piazze italiane e le piazze ancora in fermento nei paesi arabi. Una stringa di parola e di testimonianza che unisce noi alle centinaia di migliaia di donne che in Tunisia, in Egitto, in Algeria hanno sfilato da settimane, e che da anni preparano sotto traccia il vento della rivoluzione che sta abbattendo, uno alla volta, i regimi di quei paesi.

Le vicende magrebine molto ci dicono sulle forme del potere, e sugli stili della leadership. Molto ci dicono anche sulla capacità dei popoli di organizzare la rabbia in discorsi ce azioni entrati sulla dignità di riscatto e di cambiamento. Fuori da dinamiche di spettacolarizzazione della politica. Oltre la sessualizzazione dei meccanismi sociali, vera trappola di passivizzazione della società. Questo 13 febbraio non può dunque essere un evento del quale compiacersi troppo a lungo. La mobilitazione di oggi, autentica ed inattesa novità nella scena politica italiana ed internazionale, ricolloca con forza inaudita la questione di genere tra le priorità in agenda ed inaugura un percorso di lavoro tra uomini e donne sulla costruzione di una Italia matura, moderna, più sana.

Oggi ci misuriamo e ci contiamo, per il da farsi domani. Sapendo che le tentazioni divisive servono solo alla gerontocrazia gaudente che ci governa. Sapendo anche che le donne non devono limitarsi a soppiantare gli uomini, magari per replicarne i modelli. La vera sfida del 13 febbraio è il dopo: un lavoro dal basso, a stazioni, per dare forma e senso profondo alla mobilitazione di oggi. Un lavoro che Filomena sta già facendo con il suo Alfabeto, in viaggio per diverse città d’Italia. Un cammino nel tempo, un’opera sottile dentro le forme del linguaggio, un’operazione sottotraccia e costante, per spezzare i nodi di un berlusconismo inteso come sistema mentale, come modello comportamentale che ha attecchito ovunque, anche negli ambienti più insospettabili. Un processo che intende approdare alla costruzione di una qualità vera della libertà nella relazione fra uomini e donne. Per costruire un mondo dove sia desiderabile vivere, perché più giusto e moralmente maturo.

Paola Caridi e Nicoletta Dentico

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