Proteste in Israele: si parla di rivoluzione, ma non di occupazione

Tuesday, 09 August 2011 10:36 Mark Weston (Alternative Information Center)

Un insediamento israeliano in Cisgiordania

Le proteste sociali israeliane hanno raggiunto l’apice sabato: centinaia di migliaia di persone nelle strade di tutto il Paese per chiedere diminuzione dei costi delle case e aumento dei salari e del livello della qualità della vita. Richieste legittime, ma la protesta veicola un messaggio confuso che rimane silente su temi chiave.

Tutto è cominciato quando la venticinquenne Daphne Leef, ispirandosi alle rivolte arabe, ha creato un gruppo Facebook chiamando ad una manifestazione nazionale contro l’incremento dei prezzi delle abitazioni. L’idea era quella di accamparsi nel lussuoso Rothschild Boulevard, al centro di Tel Aviv, fino a quando non si fossero ottenute risposte. “Rothschild è la nostra personale Tahrir Square, solo 200 metri da dove è stata dichiarata l’indipendenza dello Stato”, aveva scritto su FB Leef.

 

La sfida di Leef ha colpito un nervo scoperto. In tutto Israele, tende di protesta si sono sparse a macchia d’olio e si sono trasformate in campeggi veri e propri con cucine fai da te, divani e gruppi di suonatori  di tamburi. In pochi giorni, migliaia di persone hanno marciato nelle strade di Tel Aviv per esprimere pubblicamente il loro scontento per la politica nazionale abitativa e la qualità della vita.

 

Per anni, Netanyahu ha mostrato se stesso come il risoluto capitano del motoscafo-Israele, nazione in piena espansione trainata dalle esportazioni, l’economia high-tech e un mercato competitivo e aperto. il messaggio era chiaro: il capitalismo neoliberale con le sue privatizzazioni di massa e un mercato senza restrizioni funziona, nonostante la crisi economica globale.

 

I dati a disposizione mostrano che il motoscafo di Netanyahu ha lasciato indietro la maggior parte della classe media israeliana. Una veloce panoramica: un appartamento medio a Tel Aviv è troppo costoso per il 90% della popolazione, i prezzi delle case sono aumentati dal 15 al 25% a Gerusalemme e a Tel Aviv negli ultimi due anni, mentre il governo conservatore israeliano ha continuamente ostacolato progetti edilizi a prezzi accessibili. A questo si aggiungono bassi salari, alto costo della vita e un trasporto pubblico notoriamente terribile; la domanda vera non è perché gli israeliani stanno protestando, ma perché hanno impiegato tanto tempo per farlo.

 

Ma ora finalmente gli israeliani si sono svegliati. L’atmosfera è di festa, manifestanti di tutte le età sono sorpresi di ritrovarsi nelle strade – molti di loro per la prima volta – e c’è la genuina sensazione che le cose cambieranno. Ma se è vero che le loro richieste sono legittime, la protesta sta veicolando un messaggio confuso che rimane silente su questioni centrali che vanno a intaccare il potenziale del movimento.

 

Alla radice di tutto, sembra ci sia una mancanza di chiarezza concettuale riguardante il messaggio. Come ha detto Dahlia Scheindlin, “la destra spera di annullare la richiesta dei manifestanti categorizzandoli come sinistra, così anche i manifestanti evitano di categorizzarsi, rifiutando di dire qualcosa di sostanzioso”. Il risultato è che alcuni degli organizzatori stanno tentando di convogliare l’ambiguo messaggio che le proteste non sono politiche: non definite da partiti politici, non motivate politicamente. Come ha detto uno degli attivisti, Adi, “è un movimento sociale, non politico”.

 

Ma la paura di essere identificati come sinistra produce una diminuzione del potenziale del movimento. I manifestanti chiedono pubblicamente una distribuzione equa della ricchezza, un miglioramento del welfare state e uguali diritti per tutti: le tradizionali richieste della sinistra. Ma la maggior parte degli organizzatori intervistati dall’AIC ha rifiutato di riconoscere la dimensione politica socialista delle proteste. “La ‘Settimana della Rabbia’ non è un movimento socialista, non stiamo tentando di issare la bandiera rossa qui – ha detto uno studente leader della protesta a Tel Aviv – Al contrario, la nostra richiesta al governo è di imporre norme abitative più severe e di fornire più benefici sociali ai giovani studenti”.

 

La conseguenza è che, senza un’agenda chiara definita moralmente e coerentemente, appare difficile formulare obiettivi precisi. “Noi vogliamo solo che il governo faccia qualcosa – ha detto all’AIC Ilan, organizzatore che svolge due lavori per pagarsi la laurea in Scienze Politiche – Noi non siamo agenti immobiliari, non siamo esperti di business. Siamo studenti, insegnanti, artisti, classe media, senzatetto, e non abbiamo una soluzione. La nostra unica agenda è la voce della gente”.

 

Ma manca qualcosa, qualcosa di fondamentale: qual è il ruolo che l’occupazione gioca nell’attuale crisi abitativa? Qual è il ruolo dei coloni che, secondo Peace Now, hanno ricevuto il 15,36% degli investimenti pubblici in edilizia nel 2009, rappresentando solo il 4% di tutti i cittadini israeliani? Quando i coloni nei Territori Occupati Palestinesi vogliono acquistare o costruire una casa, ricevono – oltre ad altri benefici – un mutuo che copre il 50% dei costi e uno sconto del 69% sul valore della terra. A ciò si aggiunge il costo delle infrastrutture, sotto costante protezione sia militare che di sicurezza privata.

 

Con gli israeliani che non vivono in Cisgiordania, il governo è meno generoso. Una famiglia israeliana a Tel Aviv, ad esempio, spende circa il 90% delle entrate per pagarsi un appartamento di medie dimensioni. In tutto il Paese, la ridotta assistenza agli acquirenti di abitazioni, la privatizzazione del mercato bancario, i tagli dell’assistenza all’affitto per la popolazione svantaggiata e l’eliminazione di case popolari sta caratterizzando il mercato immobiliare da decenni.

 

Quando si leggono simili dati e si nota che gli israeliani pagano il 75% di tasse per la casa in più dei cittadini europei, appare difficile affermare che l’occupazione ha poco a che fare con l’aumento dei prezzi o che le proteste attuali non debbano essere politiche. In definitiva, ignorando che la crisi abitativa è intrecciata strettamente alla questione dell’occupazione, l’attuale movimento rimarrà fermo al suo carattere superficiale.

 

Dal’altra parte, la protesta costituisce un atto sano – e raro – di disobbedienza civile che non dovrebbe essere negato. Ci sono numerosi e innegabili spunti positivi. Gli israeliani si stanno scuotendo dalla propria apatia, i pensieri e le idee vengono condivisi, sorgono dibattiti e si concretizzano elementi di vera democrazia. Allo stesso tempo, la società civile si sta facendo sentire partecipando attivamente a eventi mentre politici e studenti aspettano pazientemente il proprio turno per parlare.

 

“Non lo abbiamo fatto perché pensavo che accamparci qui per una settimana avrebbe spinto il governo a risolvere il nostro problema – ha detto Adi, residente a Gerusalemme – Siamo qui perché vogliamo che la gente sia coinvolta e parli del problema. Adesso questa sta discutendo, si sta unendo. Se lo fanno, forse qualcosa cambierà”.

 

Rimane da vedere se il cambiamento riguarderà soltanto la riduzione dei prezzi delle case o se potrà modificare effettivamente la politica israeliana. Per adesso, comunque, gli attivisti danzano sopra un iceberg, leggermente incrinato in superficie; ma rifiutano di gettarsi nell’abisso nero che sta sotto, dove realtà meno confortevoli sono in attesa.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php

 

Contrassegnato con i tag: ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam