Prova di forza

Da qualche giorno a Parigi sventola la bandiera palestinese al quartier generale dell’UNESCO. “Un momento storico. Rinasce la Palestina! Da Si costruisce la pace tramite la scuola, la cultura e la scienza” (Abu Mazen). Lo stesso entusiasmo si coglieva qualche giorno prima, mentre in ogni parte del mondo si inauguravano le celebrazioni della Giornata internazionale per i Diritti Umani: i volti di tre donne, Ellen, Leymah e Tawakkol rafforzavano la nostra fiducia nella forza delle rivoluzioni pacifiche che stanno rivoltando mezzo mondo. Ma in quello stessao giorno la resistenza nonviolenta che sta contagiando sempre più villaggi nella Palestina occupata, veniva ancora una volta repressa nel sangue. La Giornata della Dichiarazione Universale ha visto scorrere il sangue di un altro giovane nel piccolo villaggio di Nabi Saleh, vicino a Ramallah. Mustafa Tamimi di 28 anni è stato ucciso dai soldati israeliani durante le manifestazioni pacifiche contro la sottrazione di terra da parte della colonia di Halamish. Non abbiamo una foto del suo ultimo sorriso, ma le telecamere hanno immortalato un altro riso, quello dei militari che, dopo aver sparato a distanza ravvicinata e averlo colpito alla testa con una bomboletta di gas lacrimogeno, hanno deriso i suoi famigliari e hanno proibito a sua sorella di vederlo prima di portarlo in ospedale. E anche se Mustafa è morto alle 10.15 della mattina del 10 dicembre, le autorità israeliane si sono rifiutate di restituire il corpo alla sua famiglia prima delle 22.00, per l’osservanza dello Shabbat.
(In queste foto Mustafa un attimo prima di essere ucciso e l’arma che gli tolto la vita: www.popularstruggle.org/content/shooting-mustafa-tamimi ).
Proteste? Pubbliche scuse? Dichiarazioni ufficiali? Niente di tutto questo. Pensate che sul posto era presente addirittura una delegazione delle Nazioni Unite, tra cui il Relatore speciale sulla libertà di espressione Frank La Rue. Ma d’altra parte non scandalizza più nessuno nemmeno chi dichiara che questo popolo che aspira ad essere riconosciuto, semplicemente… non esiste. Infatti negli Usa Obama non si sogna nemmeno di prendere la parola in campagna elettorale per spingere verso quel riconoscimento dello stato palestinese tanto atteso dalla maggioranza del mondo. In compenso però, una voce ufficiale ha rotto il silenzio e il suo rivale, il candidato repubblicano dato per favorito, Newt Gingrich, ha affermato semplicemente che i palestinesi non esistono. Pur di accontentare le lobby ebraiche ha superato anche Golda Meir (“Non esiste una cosa come il popolo palestinese”) e, senza suscitare più di tante proteste, ha affermato che i palestinesi sono un popolo “frutto di un’invenzione”.
Potremmo accostare fatti tanto diversi usando il titolo del Rapporto di B’tsetlem, organizzazione israeliana per i diritti umani, proprio dedicato alla repressione dell’esercito a Nabi Saleh: “Show of force”, prova di forza, dimostrazione della forza su cui, nell’impunità garantita dagli Usa, Israele può comunque contare, sempre e qualunque crimine compia.

E non è forse una “prova di forza” anche l’annunciata deportazione di tutte le popolazioni beduine attorno a Gerusalemme su cui pende da tempo ormai la minaccia di innumerevoli ordini di demolizione per case e moschee, tende e scuole? L’Agenzia delle Nazioni Unite è stata avvisata: a giorni si procederà con un concertato attacco ai villaggi, demolendo tutto e trasferendo la popolazione nella zona della più grande discarica di Gerusalemme. La Corte si pronuncerà a fine mese e… anno nuovo vita nuova, per centinaia di uomini e donne che l’esercito avrà cura di nascondere dal flash di giornalisti ficcanaso o telecamere indiscrete facili a diffondere immagini anti-israeliane su You Tube.
Ma allora, ancora una volta, è “il momento della verità” anche per noi, per ognuno di noi. E’ il Kairos del nostro sempre più ostinato impegno per la giustizia. Anche in questo numero rilanciamo la Campagna “Chi demolisce una scuola demolisce il futuro”. Firmiamo e raccogliamo firme per fermare questo nuovo sopruso, sostenendo quel processo di “coscientizzazione e resistenza con amore” che è Kairos Palestina.
Proprio in queste settimane si sono celebrati i due anni dalla pubblicazione di Kairos ed è stato sottolineato che più che di un testo si tratta di un processo. Tutti siamo coinvolti, come abbiamo ricordato a Bulciago nella Giornata ONU per la Palestina, ed è importante constatare che per esempio nella Campagna contro la Pizzarotti, anche i Comuni d’Italia cominciano a muoversi (vedi … ). “Il disinvestimento e il boicottaggio di tutto ciò che viene prodotto dall’occupazione -scrivono le Chiese di Terra santa- integra la logica della resistenza pacifica. Queste campagne devono essere portate avanti con coraggio, proclamando sinceramente e apertamente che il loro scopo non è la vendetta, ma la fine del male esistente, la liberazione sia degli oppressori che delle vittime dell’ingiustizia. L’obiettivo è liberare le persone dalle posizioni estreme dei differenti governi israeliani estremisti, portando alla giustizia e alla riconciliazione. In questo spirito e con questi scopi raggiungeremo finalmente la risoluzione dei nostri problemi, come è accaduto in Sudafrica e in molti altri movimenti di liberazione nel mondo”.
Il movimento suscitato da Kairos è cresciuto in questi anni in numero e coscienza politica. “Accrescendo gli scambi con il movimento di solidarietà internazionale e in particolare con il Sudafrica – ha dichiarato a Nena News Rifat Kassim- ora abbiamo una strategia più chiara per resistere all’apartheid israeliano, sappiamo meglio come aderire alla campagna di boicottaggio internazionale e sappiamo confrontarci a dovere con queste masse di pellegrini cristiani che spesso vengono qui ignorandoci”.
A due anni dal suo nascere, anche il teologo sudafricano Van Der Merwe ha ricordato che Kairos ha le sue radici in Sudafrica: “Nel 1985 era giunto il momento di denunciare l’abuso che il regime sudafricano, di fatto un regime cristiano, faceva della religione per legittimare l’apartheid come volontà di Dio, costruendo intorno al potere una vera e propria teologia dell’apartheid. Il regime Afrikaans ha reintepreato la teoria della creazione, trovando nella Bibbia la giustificazione della supremazia razziale della popolazione bianca. Proprio come lo Stato di Israele si rifà oggi all’idea biblica del “popolo eletto da Dio” per legittimare le proprie politiche sul territorio della Palestina storica. Venendo qui in Palestina mi sono subito reso conto delle spaventose similitudini tra l’esperienza sudafricana e quella palestinese”.

Non dimentichiamoci che Kairos Palestina rappresenta esplicitamente “una richiesta precisa agli altri Paesi e ai cristiani di tutto il mondo”. Per questo non dobbiamo stancarci di riproporlo in Italia, per imparare noi dai palestinesi: “Resistere al male dell’occupazione è parte dell’amore cristiano che rifiuta il male e lo corregge, che resiste al male in tutte le sue forme con i metodi che appartengono alla logica dell’amore e puntano le energie all’avvento della pace. Possiamo resistere attraverso la disobbedienza civile. Non resistiamo con la morte ma con il rispetto della vita. Quella del cristiano in Palestina è una resistenza creativa poiché deve trovare strade umane che impegnino l’umanità del nemico. Vedere il volto di Dio nel volto dello stesso nemico e prendere posizione alla luce di questa visione è la via efficace per fermare l’ingiustizia e obbligare gli oppressori a porre fine all’aggressione, e quindi raggiungere il desiderato obiettivo, riavere la terra, la libertà, la dignità e l’indipendenza”. “Affermiamo -prosegue il documento Kairos- che la nostra scelta come cristiani di fronte all’occupazione israeliana è di resistere. La resistenza è un diritto e un dovere per il cristiano”. (Kairos Palestina, edizioni Messaggero padova, pag.36-39).

Tra i tanti diritti, allora, ecco la resistenza. E tra i tanti nostri doveri, ancora il nostro impegno a fianco del popolo oppresso, insieme a quella società civile palestinese che continua a lavorare contro ogni violazione dei fondamentali diritti dell’uomo. Così, mentre l’organizzazione di Ramallah Addameer denuncia per il piccolo villaggio di Nabi Saleh “una punizione collettiva del paese e secondo il diritto internazionale, un crimine di guerra”, noi raddoppiamo l’impegno nella sensibilizzazione e diciamo a tutti che è possibile, semplice e perfino doveroso, partire per la Palestina. Dal 27 febbraio al 5 marzo, sarà ancora il Pellegrinaggio di giustizia UN PONTE PER BETLEMME a portare altri italiani sotto gli ulivi di Beit Jala minacciati dai bulldozer dell’esercito. (info e iscrizioni: unponteperbetlemme@gmail.com ). E il PRIMO MARZO celebreremo tutti, ovunque ci troveremo, la Giornata contro il Muro, nell’anniversario della posa della prima lastra della barriera, per non rassegnarci all’ingiustizia.
E’ una scelta obbligata per chi assiste e partecipa ad una globale lotta di indignati di tutto il mondo che cominciano a non avere più paura di nessuna dittatura.
E’ la nostra difesa di tutti i diritti umani per tutti, visto che, come scrivono i cristiani in Kairos: “nonostante le tante informazioni e campagne diffuse dalle organizzazioni internazionali per la salvaguardia dei diritti umani, la trasgressione di Israele non si ferma e i diritti più elementari vengono violati ogni giorno”. (pag. 24)

BoccheScucite

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