Punire i palestinesi

Sotto la nostra lente d’ingrandimento mettiamo stavolta i coloni e i palestinesi che resistono alla loro violenza quotidiana. Nomi e storie concrete al di là delle teorie e delle analisi.

I coloni che occupano i cosiddetti “avamposti illegali” in Cisgiordania reagiscono alle operazioni di sgombero forzato, organizzate dalle forze di sicurezza israeliane, compiendo azioni di rappresaglia ai danni dei palestinesi – scrive il corrispondente del Times James Hider. Nei terreni coltivati tra l’insediamento ebraico di Qedumim e il villaggio palestinese di Imatin, la distruzione provocata dalla lotta senza fine per il controllo della Cisgiordania è ben visibile. Su una collina, coperte, vasi e sedie rotte sono sparsi nel luogo in cui l’esercito israeliano ha cercato di demolire un avamposto illegale ebraico. Nei campi di fronte, 70 alberi di ulivo sono bruciati e anneriti dopo che i coloni si sono presi la rivincita – non sull’esercito, ma sui palestinesi locali. Si tratta di una nuova ed efficace tattica dei coloni, nota come “il prezzo da pagare”: se il governo invia forze di polizia o militari a smantellare un avamposto che i coloni stanno costruendo, questi ultimi fanno in modo che sia la popolazione palestinese a pagarne il prezzo.

E’ abbastanza semplice e intelligente, sebbene malvagio”, dice Michael Sfard, un avvocato del gruppo israeliano per la difesa dei diritti umani Yesh Din. “Attaccano le proprietà palestinesi, le persone, e bloccano le strade ogni volta che le forze di sicurezza israeliane fanno qualcosa che a loro non piace” – come ad esempio demolire gli vamposti.

Molti coloni nella West Bank sono estremisti religiosi che credono di assolvere a una profezia biblica riprendendo la terra che loro chiamano Giudea e Samaria. Stanno giocando il gioco del gatto col topo con il governo, il quale sta cercando di impedire la costruzione degli avamposti non autorizzati per spingere la comunità internazionale a consentirgli di continuare a costruire nei suoi insediamenti maggiori in Cisgiordania, alcuni dei quali sono già grandi città. Israele ritiene che le città più grandi siano completamente legali, e ha accettato di smantellare solo gli avamposti non autorizzati che sono stati costruiti dal marzo 2001.

“Mentre la gente del luogo fa resistenza alle forze di sicurezza, altri coloni altrove iniziano a molestare i palestinesi per far salire la tensione”, dice Sfard. Questo ha il duplice effetto di costringere i comandanti ad allontanare una parte dei loro uomini dal loro primo obiettivo, e di fare in modo che essi ci penseranno due volte prima di lanciare operazioni analoghe in futuro.

Ahmed Ghanem, agricoltore palestinese di Imatin e proprietario degli alberi bruciati, dice che i coloni hanno invaso la sua terra di fronte all’avamposto prima dell’alba, proprio mentre l’esercito stava cercando di sfrattare un folto gruppo di coloni dalla vicina collina. Suo figlio è andato a vedere cosa stava succedendo, ma è scappato quando ha visto che alcuni degli uomini erano armati. “Anche se piantassi gli alberi di nuovo, torneranno a bruciarli”, dice.

Ghassan Daghlas, un funzionario dell’Autorità Palestinese che tratta la questione degli insediamenti nel nord della Cisgiordania, dice che dall’inizio dell’anno gli attacchi dei coloni ebrei intorno alla città di Nablus hanno ucciso due palestinesi e ne hanno feriti settantacinque.

Hanno anche ucciso 25 pecore e distrutto 3.400 alberi. “Questi gruppi di coloni sono organizzati e si sostengono a vicenda”, dice. “Pochi giorni fa distribuivano volantini invitando la gente a venire a impedire ai palestinesi di fare la raccolta delle olive. Se c’è l’evacuazione di un avamposto, chiamano gente da Hebron a Jenin per fermare i palestinesi che lavorano le loro terre “. Non tutti i leader dei coloni sono d’accordo con la tattica del “prezzo da pagare”. Daniella Weiss, una leader di Qedumim, dice che questa tattica distoglie i coloni da quella che lei ritiene essere il loro obiettivo prioritario: impiantare più roulotte e tende possibile per rivendicare sempre più colline.

Molti dei coloni concordano. “Il mio problema è quello di colonizzare la terra d’Israele. Se evacuano un avamposto, io vado a costruirne un altro “, dice Yishai Gilad, un ragazzo diciannovenne di Qedumim che è un membro del movimento “Gioventù per la Terra di Israele”. Vive a Shvut Ami, di fronte agli uliveti bruciati. Gilad parla mentre lui e i suoi compagni rimettono ordine e si ristabiliscono nella grotta che avevano scavato sulla collina. “Non è una guerra, è un nostro diritto”, dice, ignorando il problema di cosa accadrà ai palestinesi se il suo movimento riuscirà a colonizzare la terra. “Non è un problema mio, non è qualcosa che devo risolvere io. Questa è una terra che è stata promessa da Dio, è tutto quello che so “, aggiunge.

L’avvocato Sfard dice che ci sono, ovunque, tra le poche decine ed alcune centinaia di coloni che utilizzano la tattica violenta, la quale sta dimostrando di essere efficace. “Essa sta rallentando le forze di sicurezza, perché richiede forze molto maggiori, e molto più numerose”, dice. “E’ un tale grattacapo che molte delle autorità competenti rinunciano senza fare alcun tentativo”. Gli avamposti vengono rapidamente ricostruiti da coloni molto determinati, non appena l’esercito se ne va.

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