Qatar: la versione araba di geopolitica e democrazia

5 DICEMBRE 2012 – 12:49

Slow news di Ugo Tramballi

LETTERA DA DOHA. Se è vero che i potenti del mondo stanno cambiando; se chi contava di più, oggi conta meno e chi ieri era solo oggetto ora è soggetto dei destini del Medio Oriente, la prova tangibile è qui: Doha, Qatar.

  Osserviamo la mappa del Medio Oriente. Gli unici soldi veri che la Tunisia fino ad ora ha visto per tenere in piedi la sua rivoluzione di Gelsomini, sono del Qatar. In Libia non sarebbe iniziata la rivolta contro Gheddafi né ci sarebbe stato un intervento militare internazionale senza il Qatar, il quale ora ha una posizione di preminenza nella ripresa della produzione energetica di quel Paese. In Egitto l’emiro del Qatar fu il primo arabo a scaricare Hosni Mubarak e il primo a cogliere la forza dei Fratelli musulmani.

  Sheikh Hamed al Thani, l’emiro, è stato anche il primo a rompere l’assedio di Gaza, entrandoci con la moglie e una promessa da 420 milioni di dollari, un mese prima che la striscia prendesse di nuovo fuoco. Molti hanno accusato il Qatar di sponsorizzare Hamas, il terrorismo e una visione estrema dell’Islam politico. Non Israele. Curiosamente allora a Doha continuava a restare aperto l’unico ufficio d’interesse commerciale israeliano di tutto il Medio Oriente: per non avere problemi in casa, l’emiro è stato costretto a chiuderlo solo nei giorni in cui gli israeliani avevano ricominciato a bombardare Gaza. Presto dovrebbe riaprire.

  E la Siria? E’ un caso da studio del comportamento del Qatar. L’emiro al Thani aveva coccolato Bashar Assad, sperando che fosse diverso dal padre, che la sua educazione principalmente occidentale, avrebbe fatto di lui un riformatore. Come si usa nel mondo arabo, di Bashar l’emiro aveva deciso di essere una specie di padre putativo.  Al Thani ha ammesso l’errore, spiega una fonte locale. Quando ci furono i primi morti civili a Daraa, nel Sud-Ovest della Siria, l’emiro chiamò Bashar, imponendogli di andare laggiù, scusarsi con la gente e licenziare il generale responsabile dell’eccidio. Bashar licenziò solo il generale. I massacri continuarono lì e nel resto della Siria.

  Ora Hamad al Thani è il principale sponsor della caduta del regime. Arma i ribelli e chiede agli Stati Uniti le armi necessarie per vincere: da come stanno andando le cose sul terreno, le ha avute. E’ a Doha che il rissoso e pletorico fronte delle opposizioni è stato azzerato e sostituito da una nuova coalizione guidata da un islamista moderato che si sta conquistando una certa credibilità internazionale.

  Potremmo aggiungere anche la Giordania, una delle nuove preoccupazioni del Qatar: il giovane re Abdullah non riesce a fare le riforme necessarie, è sovrastato dalle lobby affaristiche di Amman: sono arrabbiati i palestines, il 70% della popolazione giordana, arrabbiate le grandi tribù che hanno sempre sostenuto la monarchia hashemita. E arrabbiati gli islamisti locali che hanno deciso di boicottare le elezioni di gennaio, perché inutili. Tuttavia il peso di Sheikh al Thani li ha convinti a boicottare il voto ma non la monarchia.

  Infine l’Iraq, il prossimo conflitto dopo la Siria se Israele è così abile da farsi dimenticare per un po’ e non così sciocco da spingere il mondo arabo sunnita a concentrare le sue attenzioni sulla causa palestinese. In Iraq come in modo minore nel Libano di Hezbollah, c’è una partita rimasta aperta da giocare fra sciiti e sunniti; fra Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Egitto da una parte, e Iran con Hezbollah ma senza la Siria, dando ormai per scontato che il regime alawita stia per cadere. Probabilmente agli arabi sunniti l’eventuale nucleare militare iraniano fa più paura che a Israele.

  Insomma: tutto questo Grande Gioco che una volta costruivano il Foreign e l’Indian Office di Londra, il Politburo sovietico, la Casa Bianca e la Cia a Langley, qui, in un Paese più piccolo del Molise e meno abitato della Basilicata se si tiene conto solo degli indigeni (250mila). In un Paese che vent’anni fa produceva una cifra irrisoria di gas e ora è il primo fornitore al mondo di GNL (77 milioni di tonnellate l’anno). Un Paese che ha un passato irrilevante e ora sta disegnando un futuro non solo per se ma per un’intera regione.

  Anche chi conosce il Qatar resta colpito dai cambiamenti del panorama urbano di Doha, di anno in anno: come se non ci fosse un limite, un bilancio da chiudere e valutare ma solo futuro. Sul piano economico l’obiettivo è evidente: creare un sistema che un giorno non debba più dipendere dagli idrocarburi. Su quello politico le cose sono meno chiare. Così almeno appaiono a noi, occidentali. L’emiro al Thani vuole promuovere la democrazia araba. Ma i suoi sudditi non possono criticare l’emiro e la sua famiglia. L’articolo 47 della costituzione del Qatar garantisce libertà di espressione e di opinione “a seconda delle condizioni e delle circostanze  stabilite dalla legge”. In prigione c’è un poeta, Mohamed al-Ajami, che si sappia l’unico detenuto politico in Qatar, accusato di “incitare al rovesciamento del sistema di governo”. Amnesty International ne chiede la liberazione.

  La democrazia di cui parla l’emiro non è la nostra ma quella possibile nel divenire della cultura politica araba. E non riguarda solo il Qatar ma l’intero disegno regionale dell’emiro: puntare alle fratellanze islamiche che stanno prendendo il potere in un Paese dopo l’altro, convinto che la loro evoluzione sia moderata e progressivamente democratica in una prospettiva a medio termine.

  Alzi la mano chi crede sia un progetto possibile.

 

http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2012/12/qatar-la-versione-araba-di-geopolitica-e-democrazia.html

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