QUALE COOPERAZIONE? – di Norberto Julini

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Quanto e perché il disordine mediorientale influenza l’Europa? Considerazioni dopo la Conferenza dell’Unione europea e della Lega Araba di febbraio.

Quale pacificazione in Medioriente e quale politica estera europea?

Norberto Julini

Quando papa Francesco denunciò “la terza guerra mondiale a pezzi” e i mercanti di armi che la alimentano con torbide manovre, non poteva che avere di fronte agli occhi e nel cuore il tragico disordine del Medioriente di ieri e di oggi. La distruzione degli stati e il genocidio dei popoli in quelle terre è tuttora in corso con perseveranza diabolica che trova ispirazione e connivenza nell’Occidente che abiura i propri valori umanitari e democratici accelerando così il proprio declino morale, politico ed economico.

La capitolazione ha un luogo e una data: Sharm el Sheikh, 24 e 25 febbraio 2019, Conferenza dell’Unione europea e della Lega Araba, dove il regime omicida del dittatore egiziano Al Sisi ha ricevuto piena legittimazione dai capi di governo europei presenti (assente Macron che intanto riceveva a Parigi il capo del governo iracheno per gli affari suoi) e nessuno ha fiatato quando Al Sisi ha giustificato la violazione dei diritti umani in nome della Sicurezza, secondo una lezione ben appresa da Israele, suo quarantennale alleato nella regione.

Il summit ha avuto due importanti preamboli: uno a Varsavia con il segretario di stato Mike Pompeo e Netanyahu, che si è svolto per indebolire la linea europea contraria alle sanzioni all’Iran e un altro da tenersi a Gerusalemme con i quattro paesi europei nazionalisti e antisemiti di Visegrad (Ungheria, Polonia, Cekia, Slovacchia), che non si è tenuto perché è dura anche per il premier israeliano coalizzarsi con chi non abiura l’antisemitismo.

L’intesa è comunque destinata a durare perché Israele è ormai altra cosa che un semplice stato “ebraico”, come hanno capito gli stessi ebrei americani.

Il presidente europeo Juncker aveva esordito a inizio lavori dicendo: “Vorrei che noi, insieme, difendessimo i valori fondamentali del rispetto dei diritti umani e la tolleranza”.

Sintesi d’ipocrisia e d’impotenza che non possiamo accettare e che ci amareggia per lo stridente contrasto con le nostre politiche neocoloniali da quelle parti.

Miserevole la figura del presidente Conte che si è pure compiaciuto delle parole di Al Sisi che promette una verità su Giulio Regeni, e anzi l’ha detta infine: ho licenza di terrorizzare e uccidere chi è sospettato di turbare l’ordine e la sicurezza e non scaricherò gli agenti che esercitano tale repressione preventiva.

L’Europa sta facendo in Medio Oriente il contrario di quanto dichiarato da Juncker in materia di diritti umani, salvo elargire esigue compensazioni in denaro per marginali interventi umanitari di sollievo a crisi indotte dalle pratiche neocolonialiste o per concentrare in campi gli sfollati a causa delle nostre guerre.

Interessi

Può sembrare banale scrivere che la rilevanza strategica e geopolitica della regione mediorientale deriva dall’essere il luogo in cui si trovano i maggiori giacimenti di petrolio e gas, e invece questo primario fattore economico, per l’economia occidentale e globale va ogni volta ribadito. Tanto più in un tempo in cui la concorrenza sul mercato energetico si fa pressante, la domanda tende a diminuire, le energie alternative sono in via di sviluppo, la poderosa industria statunitense è pressoché autosufficiente, nuovi venditori competitivi si affacciano al mercato energetico, come Egitto e Israele, che hanno scoperto, davanti alle loro coste, enormi giacimenti di gas naturale.

Le crescenti tensioni, esercitate dall’asse israelo-arabo-emiratino, mascherate da conflitto sciita/sunnita e dalla generica accusa di fomentare il terrorismo nei confronti di Iran e Qatar, sono largamente riconducibili a queste dinamiche del mercato dell’energia: le petromonarchie del Golfo o vendono petrolio o collassano: al momento non c’è altra via. Così la sicurezza delle rotte per le petroliere che dal Golfo navigano verso Occidente attraverso lo stretto di Aden, Bab Al Mandab, spiega la durezza dell’intervento saudita in Yemen, vera tragedia umanitaria per un popolo che muore ogni giorno a cominciare dai bambini, mentre dall’Italia forniamo le bombe necessarie al genocidio.

Così la guerra in Siria è scaturita da contenziosi sui percorsi alternativi dei gasdotti che avrebbero potuto favorire l’Iran o l’Arabia, come ben spiegato da Franco Fracassi nel dossier di Mosaico di pace (n.6/2018).

Così se l’Iran voleva aprirsi una strada verso il Mediterraneo passando per un Iraq già tripartito fra sciiti, sunniti e curdi, l’Arabia cercava d’impedirglielo, alimentando i conflitti fra quegli stessi gruppi in Siria con la creazione del califfato islamico di Al Baghdadi, d’intesa con gli americani.

Erano, comunque, in molti a volere lo smembramento della Siria e la sua riduzione a brandelli da usare per ciascun contendente come caposaldo di controllo dei corridoi energetici. Da qui l’intervento deciso e decisivo fin dal 2015 della Russia, la cui economia dipende largamente dalla vendita del proprio gas.

Il primo “morso” alla Siria, peraltro, gliel’aveva dato Israele occupando fin dal 1967 e poi annettendo le alture del Golan, la maggiore riserva d’acqua dolce fra Siria, Libano e Giordania, risorsa primaria nell’incipiente guerra per l’acqua, che a breve aumenterà il disordine mediorientale.

Si aggiunga il fatto che in Medioriente due popoli sono senza un loro stato, palestinesi e curdi, e che le famigerate “linee britanniche” tirate col righello e con la testa alle colonie un secolo fa sulla Mesopotamia sono ormai fittizie.

La capitolazione europea a Sharm, richiamata in apertura, è ancora più deludente in quanto l’Europa, rispetto al suo “vicino Oriente”, avrebbe straordinarie opportunità di cooperazione, specie in un tempo in cui gli Usa stanno rivedendo il proprio ruolo di “gendarme” del mondo e sono in evidente fase di disimpegno da questo scenario, dove hanno contribuito a spaccare tutto, com’è loro costume, lasciando a noi le macerie e la gestione d’intere popolazioni in fuga.

Sarebbe nostro dovere e interesse contribuire a mantenere un equilibrio di potenze, come al tempo dell’accordo sul nucleare iraniano sotto la presidenza Obama, mentre ora, sotto la presidenza Trump, il ritiro avviene armando l’Arabia forse di quella stessa arma nucleare, impedita all’Iran: la Camera dei Rappresentanti negli Usa, per iniziativa dei Democratici, sta avviando un’indagine al riguardo.

Va detto che l’Europa sta provando, con il tentativo di aggirare le sanzioni americane all’Iran, di conquistarsi qualche margine di autonomia, ma procede in ordine sparso; si lascia dividere come a Varsavia e sacrifica la sua influenza agli egoismi nazionali degli stati europei che scambiano petrolio e gas con armi in Medioriente: Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia fra i primi.

Peraltro l’Occidente e lo stesso Oriente russo e cinese sembrano temere l’avvio di esperienze democratiche in terre islamiche, quando con regimi dispotici è più sbrigativo trattare e praticare la corruzione. La democrazia è impegnativa e ha bisogno di tempi lunghi per radicarsi in culture che hanno alle spalle secoli di tradizioni claniche e tribali. La “fratellanza musulmana”, per esempio, è un movimento politico che si propone di governare con metodi elettorali democratici, ma dal punto di vista occidentale può forse essere tollerata solo in Tunisia, piccolo paese senzapetrolio e senza ambizioni egemoniche. Altrove, come in Egitto, va soffocata in culla e strozzata con il prestito internazionale e il debito con interessi che ne deriva.

A Sharm Al Sheikh si è anche ascoltato il mantra corale della soluzione a “due stati” per la questione israelo-palestinese, cui infatti non segue da parte di alcuno stato europeo il gesto che ne dovrebbe ragionevolmente conseguire, cioè il riconoscimento senza pregiudiziali dello stato di Palestina.

È davvero sorprendente che l’Unione europea non riesca a darsi una politica estera coerente e coesa nei confronti di una regione mediorientale così vicina e così interconnessa per eredità culturali e religiose profonde e durevoli, scambi commerciali reciprocamente arricchenti. Non bastano più i propositi di pacificazione e cooperazione per salvaguardarci da conflitti che distruggono interi stati, generando movimenti in cui pulsioni di morte e disperate identità perdute si mescolano ad aspirazioni di riscatto e di liberazione, pronti a offrirsi a chi ne voglia fare un uso terrorizzante e destabilizzante anche qui in mezzo a noi.

Occorre un coraggio politico ben diverso dal vergognoso accomodamento dei nostri capi di governo con i despoti mediorientali, mostrato in questi giorni.

Il coraggio di essere quell’Europa cui si continua a guardare nell’attesa di fatti generativi e significativi indispensabili all’Europa stessa per il suo lento e tormentato processo di unificazione.

La politica è capacità di relazione per costruire insieme condizioni di giustizia e di pace e la politica estera ne costituisce la misura dell’entità e della verità. Ad oggi, non se ne vedono segni incoraggianti.

 

QUALE COOPERAZIONE? – di Norberto Julini

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