Quando anche andare a scuola è una forma di resistenza nonviolenta

03.11.2012

 Foto di Francesco Cavalli

At Tuwani è un villaggio che è diventato famoso perché ha scelto di rispondere alla violenza della occupazione israeliana ed alle sue quotidiane angherie mediante la nonviolenza e la resistenza civile.

Articolo di: Tavola della pace

Li osservo sciamare, allegri e scherzosi come tutti gli scolari, lungo le sconnesse stradine di At Tuwani.

Le giovani ragazze dell’operazione Colomba con cui stiamo parlando ci salutano in tutta fretta e corrono via inseguendo i ragazzini. Non capiamo

cosa stia succedendo e così restiamo a guardare pieni di curiosità.

Le ragazze raggruppano i bambini al centro del luogo in cui siamo e poi lentamente salgono assieme a loro verso la collina di fronte. La recinzione che cinge tutta la collina di fronte a noi ha una apertura, ma senza un portone, in cui entrano i bimbi e le loro accompagnatrici.

Da lì si entra in un insediamento israeliano che si frappone tra due borghi di At Tuwani. I bambini per andare a scuola e per tornare a casa devono passare vicino all’insediamento e le ragazze della operazione Colomba, corpo di pace della comunità Papa Giovanni XXIII, li accompagnano, come sentinelle di pace, per garantire la loro sicurezza. I coloni infatti spesso molestano, disturbano, picchiano i bambini che sono costretti a passare vicino l’insediamento.

At Tuwani è un villaggio che è diventato famoso perché, seguendo l’intuizione del suo leader, ha scelto di rispondere alla violenza della occupazione israeliana ed alle sue quotidiane angherie mediante la nonviolenza e la resistenza civile.

Tutto iniziò nel 1999 quando gli israeliani decisero che 13 villaggi delle colline a sud di Hebron dovevano essere sloggiati a ovest della route 60. Siamo nel sud della Cisgiordiania occupata dal 1967 da Israele. Le leggi e le convenzioni internazionali vietano nel modo più assoluto sia lo spostamento ed il violento allontanamento della popolazione dai propri villaggi e dalle proprie città che la costruzione di insediamenti.

Quella mattina del 1999 giganteschi camion dell’esercito israeliano caricarono a forza oltre 1500 persone scaricandole al di là della route 60.

Pochi se ne accorsero, sia a livello internazionale che tra gli stessi palestinesi. Ma la caparbietà dei nonviolenti di Tuwani, aiutati in primo luogo da alcune associazioni israeliane, portò la vicenda in tribunale e poi avviò la ricostruzione delle case abbattute, il ritorno degli abitanti allontanati con violenza, il ritorno delle pecore e dei greggi sui pascoli.

La vita quotidiana come forma di resistenza nonviolenta nei confronti della occupazione e delle angherie dei coloni che abitano gli insediamenti, supportati dal governo e difesi da militari armati sino ai denti.

Angherie e violenze che hanno un che di sadico. Con che altro termine definire le violenze nei confronti dei bambini che vanno a scuola? La distruzione delle case e delle moschee. Il taglio degli ulivi.

L’avvelenamento delle sorgenti d’acqua dove si abbeverano le pecore.

Dalla cima delle collina si vede il lindo e modernissimo insediamento israeliano. Protetto dal filo spinato e dai militari. Circondato da un bosco con alberi lussureggianti perché crescono su un terreno irrigato.

Prima di tornare a Betlemme, dopo aver condiviso il pranzo con la comunità di Tuwani, mi fermo a leggere le molte targhe affisse sui muri di alcune case all’entrata del paese. Narrano degli aiuti economici ed umanitari forniti dalla Comunità Europea, da US AID, dalla cooperazione tedesca.

Migliaia di euro di solidarietà che non riescono però a nascondere il fragore del silenzio di questi stessi paesi nei confronti delle violazioni dei diritti umani.

Un silenzio che rischia di farsi complicità.

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