Quando cambiano le regole del gioco – di Paola Caridi

 

Donald Trump è stato molto chiaro, nella sua dichiarazione su Gerusalemme capitale di Israele. Per l’ennesima volta, durante la sua presidenza, ha messo da parte la comunità internazionale, le convenzioni firmate anche dagli Stati Uniti, le risoluzioni dell’Onu votate anche dagli Stati Uniti, il diritto internazionale. Di conseguenza, ha indicato il suo metodo: definire, in quanto presidente, il ruolo degli Stati Uniti nel mondo fuori dagli organismi unilaterali.

La possiamo definire in vari modi. Politica imperiale, imperialista, neocolonialista, politica di forza, politica del vincitore o del potente. Il minimo comun denominatore è l’approccio bilaterale. Io – Stati Uniti – decido in base a quello che considero l’interesse (della presidenza o degli Stati Uniti?), e negozio con il mio diretto interlocutore – in questo caso Israele. Non medio con gli altri attori coinvolti nella questione israelo-palestinese, ma semplicemente comunico loro le mie decisioni.

Tutto chiaro, che si sia o meno d’accordo con l’impostazione di Donald Trump e degli uomini del cerchio ristretto dei suoi consiglieri. Se, però, si agisce in questo modo, si deve anche essere pronti alle reazioni. Nel caso specifico di Gerusalemme, si deve essere pronti a reazioni durissime da parte dei palestinesi, pur divisi e frammentati dal punto di vista del territorio, della leadership, delle componenti sociali.

È solo partendo dall’assunto bilateralista che si possono comprendere le reazioni politiche palestinesi. Se cambiano le regole del gioco mentre la partita è in corso, non ci sono più regole. Venticinque anni di gradualismo e multilateralismo, venticinque anni di processo di Oslo, sono stati sepolti definitivamente ieri. Niente di nuovo. Lo sapevamo da anni. Quello che, forse, non ci aspettavamo è la velocità con la quale il linguaggio sarebbe cambiato.

Ci dobbiamo, cioè, abituare a non ascoltare più quello che anche io, nel mio libro su Gerusalemme, ho definito un mantra. Il conflitto si risolve con due stati uno accanto all’altro che vivono in sicurezza con Gerusalemme capitale di Israele e Palestina. Aggiungo: un mantra ormai inascoltabile, perché i fatti sul terreno lo hanno reso impossibile da realizzare da decenni. A sdoganare definitivamente i nuovi paradigmi, sinora rimasti marginali, è stato proprio Donald Trump ripetendo nel suo discorso, più e più volte, che Gerusalemme è capitale di Israele. E indicando chiaramente quanto per lui non esistono due soggetti su di un piede di parità, e cioè Israele e Palestina, due Stati. Esistono Israele, da un lato, e i palestinesi, dall’altro. Uno Stato e un popolo.

Gerusalemme, dunque, non ha più punti cardinali politici. È la Gerusalemme che comprende l’ovest e il settore orientale conquistato e  occupato da Israele. Gerusalemme capitale eterna e indivisibile dello Stato di Israele. Accettare questa unificazione forzata, questa normalizzazione fuori dal diritto internazionale significa accettare che anche gli altri – i palestinesi – cambino il paradigma. “L’equazione”, l’ha definita nel suo discorso di mezz’ora Ismail Haniyeh, capo del politburo di Hamas, da Gaza. Non c’è più soluzione dei due Stati, lavoriamo per lo Stato binazionale dal mare al fiume Giordano, ha detto il negoziatore di Oslo più inossidabile e più moderato di tutti, Saeb Erekat.

Vale anche per Gerusalemme. Se Gerusalemme è una per gli israeliani, è una per i palestinesi. Lo è nel sentimento popolare di entrambe le comunità (se vi interessano i dettagli, li trovate ahimè nel mio libro su Gerusalemme…). Lo è oggi, che tutto è cambiato da quando Trump ha aperto la diga.

“Gerusalemme è unita, non c’è né est né ovest”, ha detto Haniyeh, da Gaza. E Gaza è lontana anni luce da Gerusalemme, perché da Gaza non si può uscire causa un assedio che, nelle sue modalità di oggi, dura da dieci anni. Ma Gerusalemme è il simbolo nazionale, il riferimento religioso e il mito, e dietro Haniyeh che parlava da leader di Hamas e da leader della resistenza palestinese campeggiava una gigantografia del Duomo delle Roccia e della Spianata delle Moschee e della Città Vecchia.

Gerusalemme è una. La Palestina è una. E per gli israeliani Gerusalemme è una e Israele è una. Sulla stessa terra, dal mare al fiume Giordano, come due fogli che si sovrappongono. Devo dare atto a Meron Rapoport di aver intuito in questa ultima fase del conflitto che la questione dell’appartenenza sarebbe stata cruciale per trovare una soluzione o per buttare tutto all’aria. La sua visione, One Homeland/Two States, è già pronta. E sarebbe, secondo me, l’unica visione che mette sul piede di parità tutti i protagonisti.

Ora sembra che tutto sia stato distrutto. Il negoziato di Oslo (ma dove ha portato Oslo, se non a fatti sul terreno che ne impediscono la realizzazione?), uno status quo permanente che limita le perdite, un conflitto a bassa intensità (ma chi definisce la soglia del dolore e del crimine?). E le parole di Haniyeh non sono per nulla rassicuranti: quella di Trump è stata una dichiarazione di guerra, e la reazione è l’intifada che deve riunire tutte le parti politiche palestinesi, ha detto in sintesi il leader di Hamas. Viene anche da chiedersi il perché della tempistica di Trump. Perché proprio ora, perché il 6 dicembre? Non credo che i suoi consiglieri, anche dentro il dipartimento di Stato, non gli abbiano fatto notare che l’8 dicembre ricorre un anniversario pesante, e in questo momento ancor più sentito. L’8 dicembre si celebrano i 30 anni dalla prima intifada, scoppiata l’8 dicembre del 1987 proprio a Gaza. La fondazione del movimento Hamas si fa cadere proprio in quel giorno. Si voleva scatenare la reazione di Hamas per poter scatenare una guerra su Gaza? Si voleva infuocare di nuovo il conflitto israelo-palestinese per spostare l’asse della narrazione, il fuoco dell’obiettivo?

Quando si aprono i vasi di Pandora, però, bisogna stare attenti. Non sempre succede ciò che si prepara a tavolino. E in ogni caso, anche se tutto riuscisse, quanti morti dovrà piangere il Medio Oriente? E per quale ragione?

Perdonatemi se citerò una piccola frase che ho messo nel mio testo teatrale su Gerusalemme.

“Ma tu, Gerusalemme, lo vali tutto questo dolore. La vali la vita dei nostri figli? Io ti scomunico, Gerusalemme. Scomunico la tua santità”.


Paola Caridi, scrittrice e giornalista. Da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Ha pubblicato, per Feltrinelli, Arabi Invisibili, Hamas, Gerusalemme senza Dio. Ha scritto un testo teatrale, Cafè Jerusalem

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