QUANDO E’ COMINCIATO? NON LO RICORDO PIU’. NOTE SUL NOSTRO TEMPO SOSPESO – di Paola Caridi

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tratto da: invisiblearabs

In questi giorni ho ricevuto molti messaggi dai miei amici sparsi in giro per il mondo. Mi hanno chiesto “come stai?”. E poi mi hanno espresso una solidarietà profonda, una sincera preoccupazione, una vicinanza tanto più bella quanto per nulla scontata. E mi hanno chiesto: “ma l’Italia com’è arrivata a questo punto?”

Da fuori, è tutto molto più difficile da comprendere. E allora ho pensato che fosse il momento di spiegarlo, a loro ma non solo a loro, come siamo arrivati a questo punto. Di raccontare il primo mese da quando abbiamo saputo del paziente numero 1 a Codogno, e la prima settimana dell’Italia in casa.

Com’è cominciato? Quando è cominciato? È il tempo il primo a cambiare, nel Tempo del Coronavirus. Non è solo un tempo sospeso. È un tempo che non ha più un ritmo conosciuto e solido. Ognuno, nel chiuso della sua casa, ricostruisce pian piano il suo tempo, che non è fatto di giorni. È fatto di ritmi solitari o familiari. Il passato diventa una poltiglia fatta di notizie che si accavallano, facce sugli schermi, Giuseppe Conte che parla agli italiani in tv, la conta dei contagiati, i morti, i vivi che muoiono senza aver nessuno dei loro cari accanto. È la peste, versione Terzo Millennio, nel cuore dell’Europa. L’epidemia che tutto travolge, per primo il tempo.

Non ricordo più quando è cominciato. Sì, è cominciato con Wuhan, con le notizie sulla Cina che all’inizio sentivamo così lontane. Per fortuna riguarda gli altri, lontano da noi, a confini e confini di distanza. Poi, il sasso nello stagno. Il nome di un piccolo paese della Lombardia, Codogno, compare sulle prime pagine dei giornali, dei telegiornali, dei siti, dei social. Codogno, l’ospedale di Codogno. C’è il primo caso, il paziente numero 1. Un uomo giovane, forte, sportivo con una polmonite interstiziale. Che strano… Qualcuno, intuitivamente, pensa di fare il tampone del coronavirus. L’esame del covid19 lo hanno inventato nei laboratori del più importante ospedale per malattie infettive d’Italia, lo “Spallanzani” di Roma, dove avevano ricoverato due cinesi che avevano manifestato i sintomi del coronavirus. Hanno isolato il virus, per primi fuori dalla Cina, e “costruito” il tampone. Tampone, esito positivo. Il cosiddetto paziente numero 1 di Codogno è stato contagiato da covid19.

Per giorni e giorni, in Italia, abbiamo impegnato l’informazione e le nostre menti nella ricerca del paziente zero. Alessandro Manzoni ne avrebbe scritto pagine eterne, sul paziente zero del 2020, come scrisse pagine indimenticabili sulla peste a Milano del 1630, nel suo capolavoro. Il trentunesimo capitolo dei Promessi Sposi è, per tutti gli italiani che l’hanno letto e digerito come libro imposto a scuola, la nostra chiave culturale per leggere le epidemie. Con pensieri e gesti che confermano il grande potere interpretativo della letteratura, noi italiani continuiamo a leggere le epidemie di oggi non già attraverso le lenti della scienza, quanto attraverso le parole usate da Manzoni. E le continuiamo a utilizzare, quelle parole. Gli untori, i monatti, l’assalto ai forni… anche oggi accusiamo gli “untori” di aver diffuso il contagio. Prima, a gennaio, sono stati i cinesi, e i cinesi in Italia. Poi, con il paziente numero 1, l’uomo giovane e sportivo di Codogno, gli untori sono diventati i lombardi. E l’assalto ai forni, oggi, è diventata la corsa al supermercato, a comprare pasta e disinfettanti.

Da quel momento, tutto è precipitato. Prima la zona rossa, un pezzetto del nord Italia isolato, pochi comuni chiusi con un cordone sanitario per limitare il contagio. Come Wuhan, in dimensioni microscopiche. Ma il contagio si è diffuso in tutto il nord Italia industriale, quello dove si sono concentrati lo sviluppo e la ricchezza, gli allevamenti intensivi e le fabbriche, l’agricoltura dei grandi numeri e le città postindustriali, dal Veneto fino al Piemonte, e poi l’Emilia Romagna. Dal nord sono scappati coloro che ci erano andati a lavorare, da immigrati. Ancora una volta emigrati dal sud Italia, insegnanti di scuola elementare e media, e studenti universitari, giovani, professionisti, camerieri, operai delle fabbriche. Un esodo che negli ultimi anni si era intensificato e aveva allarmato molti per la tenuta economica del Paese. Ora, di colpo, gli emigrati si sono di nuovo spostati al sud, sono tornati a casa. Sono arrivati in decine di migliaia, all’inizio di marzo, in un territorio in cui la sanità pubblica è in stato comatoso, o quasi. Di qui, la necessità di mettere in casa tutta l’Italia, lo scorso 9 marzo, da parte di Giuseppe Conte, con il terzo di una serie di decreti del presidente del Consiglio dei ministri, i Dpcm, un unicum nella storia repubblicana italiana.

Viviamo, dal 9 marzo, all’interno di una cesura della storia democratica dell’Italia, una storia che ha già più di settanta anni. Sperimentiamo un caso unico in una democrazia occidentale, e siamo noi stesse le cavie. Un Paese di 60 milioni di abitanti è in casa dal 9 marzo 2020. In casa, chiuso. Si esce solo per fare la spesa e comprare farmaci e portare a spasso il cane perché espleti le sue necessità fisiologiche. Chi è positivo al covid19 con sintomi lievi, non può uscire da casa, e viene monitorato a distanza dai medici. Chi proviene dalle ex zone rosse, o da zone a più alto contagio, comunica alle autorità la sua presenza e si mette in isolamento volontario, in quarantena: non può uscire da casa. A controllare il territorio sono le forze dell’ordine, polizia e carabinieri, in caso di necessità anche l’esercito.

No, non vige il coprifuoco. No, non siamo in guerra. Siamo in tempo di pace, il tempo della pace in cui viviamo sin dai tempi del secondo conflitto mondiale. Eppure… eppure. Eppure i segnali del tempo di guerra ci sono, impercettibili. Basta farci caso, e recuperare le memorie di padri e nonni, i racconti di quella guerra. Non c’è nessuno in strada, non si può uscire se non in caso di necessità. Eppure non è un coprifuoco, né potrebbe esserci formalmente, in democrazia. Non ci sono le mascherine. Sono scomparse dai negozi, fisici e online. E quelle che si trovano vengono vendute a prezzi da usura. A prezzi da mercato nero. Però non siamo in guerra. Se poi si fa un giro sui siti di e-commerce, la differenza si comincia a notare: fioriscono gli avvisi che ci saranno ritardi nelle consegne, e alcuni prodotti non sono più disponibili. O non ancora disponibili, devono fare approvvigionamento. Però non siamo certo in guerra. Si fa la fila ai supermercati, come ci raccontavano della fila con le tessere annonarie per prendere la pasta, il sale, lo zucchero. Però non siamo per niente in guerra.

Non è solo una questione nominalistica. Non siamo in guerra, è vero e sacrosanto. Tutto quello che stiamo vivendo, però, rassomiglia a ciò che i nostri padri ci hanno consegnato, perché noi riuscissimo a costruire la nostra tradizione, la nostra storia, la nostra memoria. Dovremo trovare altre parole per descrivere ciò che stiamo vivendo. Ed è per questo che, oggi, in questi giorni dell’”Italia in casa” è necessario un racconto collettivo, un diario individuale e collettivo dell’isolamento volontario e responsabile per fermare il contagio. I social, così problematici, stanno fornendo una piattaforma inattesa per questo racconto collettivo. Contengono anche i fili invisibili che legano piccoli insiemi di persone, famiglie, gruppi di amici, sodali, paesini, artisti, generazioni. È un mondo parallelo che pian piano si costruisce, mentre le strade rimangono vuote di persone e, talvolta, piene dei canti che rimbalzano da un balcone all’altro. I canti che servono a sciogliere la paura, l’ansia, l’attesa dell’ignoto. Ricorda, per alcuni versi, quel mondo parallelo descritto da Emir Kusturica in “Underground”,  a suo modo un capolavoro di film, il racconto delle storie parallele che stava vivendo la Jugoslavia in via di decomposizione.

Navighiamo a vista, in questo tempo singolare e inatteso. Tratteniamo il fiato. Ci sentiamo responsabili, più che fatalisti. Viviamo. Speriamo.

https://www.invisiblearabs.com/2020/03/17/quando-e-cominciato-non-loro-ricordo-piu-note-sul-nostro-tempo-sospeso/#more-8311

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