Quando Israele accetterà gli accordi di pace?

8 Ago 2013

Il nuovo round di negoziati israelo-palestinesi è stato lanciato il 19 luglio durante una conferenza stampa ad Amman alla sola presenza del segretario di Stato americano, John Kerry. Questa nuova fase è stata resa possibile perché né palestinesi né israeliani hanno indicato in pubblico i propri impegni, come lo stop alla costruzione delle colonie. I termini d’accordo tra le due parti – presi al fine di permettere il riavvio del dialogo – non sono mai stati resi pubblici. 

 

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Tuttavia un ampio segmento dell’opinione pubblica e della coalizione di governo israeliane si oppongono al dialogo. Secondo Peace Index, una ricerca mensile che monitora le tendenze dell’opinione pubblica israeliana in merito al conflitto, nel luglio 2013 il 79% degli ebrei israeliani sono pessimisti rispetto alle prospettive del dialogo. Gli israeliani mostrano una scarsa volontà di compromesso sulle questione cuore del conflitto.

In altri sondaggi, gli israeliani ostentano sostegno ad un accordo di pace basato sulla soluzione a due Stati. Quando la ricerca di Peace Index ha esaminato il contenuto di un simile accordo, tuttavia, ha osservato che la maggioranza degli ebrei israeliani si oppone al compromesso su ogni elemento fondamentale: il ritiro dai confini del 1967, l’evacuazione delle colonie, la divisione di Gerusalemme e il riconoscimento del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Queste opinioni sono lo specchio dell’emergente leadership del Likud, che si oppone al suo stesso premier Netanyahu. Danny Danon, Israel Katz e Ze’ev Elkin, che rappresentano posizioni relativamente minoritarie nel governo, sono riusciti a prendere il controllo del partito.

Danny Danon, vice ministro della Difesa e presidente del Comitato centrale del Likud, ha detto in un’intervista con il Times of Israel che “il partito di governo di Israele e la coalizione di maggioranza si oppongono con forza alla soluzione a due Stati e bloccheranno la creazione di uno Stato di Palestina se una simile proposta sarà portata al voto”.

Netanyahu potrebbe accettare i termini di Kerry e sedersi al tavolo del negoziato perché il popolo israeliano non crede che il dialogo avrà successo. La ricerca Peace Survey mostra che solo un quinto degli ebrei israeliani ritiene che il negoziato porterà ad un accordo di pace. I partner di Netanyahu nel Likud, così come i membri della coalizione di governo, allo stesso modo non credono che i negoziati proseguiranno. Per cui non vedono la ragione di avviare una crisi di governo che metterebbe a rischio altri interessi politici.

Promuovere i negoziati israelo-palestinesi per annullare il fattore palestinese nel crescente caos mediorientale è una mossa strategica degli Stati Uniti. Tutte le forze politiche nell’area sanno, almeno a parole, che la questione palestinese è una ferita aperta nella regione. Inoltre, l’opinione pubblica araba identifica gli Stati Uniti come i corresponsabili di tale situazione a causa delle loro intime relazioni con Israele.

Alla conferenza stampa del 19 luglio Kerry ha detto che risolvere il conflitto israelo-palestinese avrebbe un impatto di lungo periodo nella stabilizzazione della regione e del Medio Oriente. Neutralizzare la questione palestinese permetterà agli Stati Uniti una migliore posizione per intervenire nelle crisi siriana e egiziana senza apparire la guardia del corpo degli interessi israeliani.

Ma se l’attuale indifferenza da parte del popolo israeliano ha permesso a Netanyahu di entrare in questo nuovo round di negoziati, il suo governo e le opposizioni renderanno impossibile raggiungere un accordo di pace con l’Autorità Palestinese. Peace Index mostra che se si tenesse oggi un referendum tra tutti i cittadini israeliani, ebrei ed arabi, meno della metà sosterrebbe un accordo di pace che prevedrebbe il ritiro di Israele dai Territori Occupati e l’evacuazione delle colonie.

Per l’opinione pubblica israeliana e la maggioranza della classe politica, il fallimento del processo di pace non porterà conseguenze. L’Autorità Palestinese e il movimento di liberazione nazionale palestinese appare sconfitto e incapace di danneggiare la posizione internazionale di Israele. I Paesi arabi non sembrano una grande minaccia. Gli analisti israeliani vedono gli eserciti siriano e egiziano impegnati con i problemi interni e non interessati a rischiare uno scontro con Israele. Anche Hezbollah non è una minaccia con la guerra civile siriana che penetra in Libano, mentre la resistenza di Gaza è sempre percepita come capace di produrre solo una minaccia marginale, facile da affrontare.

La minaccia più seria percepita dagli analisti israeliani è il movimento di Boicottaggi, Disinvestimento e Sanzioni, ma la campagna non è mai stata fatta ufficialmente propria dalle forze politiche palestinesi e resta un’iniziativa della società civile. La questione delle sanzioni è grave per le relazioni israeliane con l’Europa. Il 30 giugno la Commissione Europea ha pubblicato nuove linee guida, stabilendo che tutti gli accordi tra Israele e la UE sono inapplicabili ai territori occupati da Israele nel 1967. Nella pratica, le linee guida richiedono che ogni accordo o contratto firmato da un Paese europeo con Israele includa una clausola che dichiara che le colonie non sono parte dello Stato di Israele e quindi dell’accordo.

Tuttavia, ad oggi la risposta israeliana è stata quelle di non piegarsi alle pressioni europee, ma di stabilire se Israele dovrebbe o meno interrompere la collaborazione con il progetto di ricerca e sviluppo europeo “Horizon 2020”. Secondo il ministro dell’Economia, Naftali Bennett, Israele dovrebbe cessare tale collaborazione affermando che l’interruzione del progetto farebbe perdere ad Israele non più di 300 milioni di euro. Una somma che Israele può sopportare.

L’Europa è il più grande mercato per le esportazioni civili israeliane, ma Israele scommette che il suo futuro sarà con Stati Uniti, Cina e le economie emergenti che mostrano sempre migliori performance. Tale visione ricorda quella che prevaleva durante il governo di Golda Meir, tra l’agosto del 1970 e l’ottobre del 1973: questioni economiche e sociali occupavano il dibattito politico mentre  la minaccia della guerra diveniva irreale e i generali dell’esercito, i politici e il popolo in generale riteneva che gli arabi non avrebbero mai colpito Israele.

Allo stesso modo, la palla è nel campo americano. Gli Stati Uniti accetteranno i rischi di un’interferenza israeliana nei loro progetti politici regionali? O Washington lascerà sanguinare Israele, come nella guerra del 1973, così da imporre un accordo che gli Israeliani non potranno che accettare?

L’allora segretario di Stato americano, William Rogers, propose nel dicembre 1969 un piano per porre fine al conflitto arabo-israeliano. Il piano prevedeva una pace fondata sul ritiro israeliano dal territorio egiziano occupato in guerra e una “soluzione giusta del problema dei rifugiati”. In risposta l’allora ministro della Difesa israeliano, Moshe Dayan, disse di “preferire Sharm al-Sheikh senza pace ad una pace senza Sharm al-Sheikh” e che il governo israeliano aveva deciso la creazione di nuove colonie a Gerusalemme est (French Hill, Ma’alot Daphna e Ramat Eshkol).

Le lobby israeliane a Washington lavorarono per caricare l’opinione pubblica americana contro il piano di Rogers, mente le relazioni tra USA e Israele soffrivano uno stallo politica. Dall’altra parte, l’Egitto di Nasser ha ottenuto una tregua che gli ha permesso di consolidare il suo sistema di difesa missilistico e di usare i negoziati per riaprire le vie di comunicazione con gli Stati Uniti. Dopo la morte di Nasser nel 1970, Anwar Sadar ha proseguito su questa linea. Una nuova grande guerra è esplosa nel 1973 e Israele è stato di conseguenza cacciato dai territori egiziani occupati nel 1967.

La storia si ripeterà?

Sergio Yahni,

Alternative Information Center

Inviato da aicitaliano il Gio, 08/08/2013 – 11:02 

 http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/quando-israele-accetter%C3%A0-gli-accordi-di-pace

 

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ARTICOLO ORIGINALE

 

When will Israelis accept peace agreement?

Published on 07 August 2013

Written by Sergio Yahni, Alternative Information Center (AIC)
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Agreements which allowed the Israelis and Palestinians to recommence negotiations were not made public (Photo: Wikipedia) 

 

The new round of Israeli-Palestinian negotiations was launched on July 19 in a press conference in Amman with the sole presence of US Secretary of State, John Kerry. This new round was made possible because neither the Palestinians nor the Israelis had to make public commitments, such as the halting of settlement construction. The terms agreed to by both sides in order to allow for resumption of talks were never made public.

Nonetheless a large segment of the Israeli public and Israel’s ruling government coalition opposes these talks.

According to the July 2013 “Peace Index”, a monthly survey that monitors trends in Israeli public opinion regarding the Israeli-Palestinian conflict, 79 percent of Israeli Jews are pessimistic about the prospects of the peace talks. Israelis reveal little willingness to compromise on the core issues of the final status.

In other opinion surveys, Israelis ostensibly demonstrate support for a peace agreement based on the two state formula. When the Peace Index survey examined the content of such an agreement, however, it was found that the majority of the Jewish public opposes compromise on any of the fundamental issues: withdrawal to the 1967 borders, evacuation of settlements, division of Jerusalem and recognition of the right of return for Palestinian refugees.

These opinions are echoed by the emerging leadership of the Likud, which opposes its own Prime Minister, Binyamin Netanyahu. Danny Danon, Israel Katz and Ze’ev Elkin, who hold relatively minor positions in government, have managed to takeover Likud leadership.

Danny Danon, deputy defence minister and chairman of the Likud Central Committee, stated in an interview with the Times of Israel website that “Israel’s ruling party and the governing coalition are staunchly opposed to a two state solution and would block the creation of a Palestinian state if such a proposal ever came to a vote.”

Netanyahu could accept Kerry’s terms and sit at the negotiating table because the Israeli public does not believe peace talk will succeed. The Peace Index survey shows that only one fifth of the Jewish Israeli public believes the talks will produce a peace agreement.

Netanyahu’s partners in the Likud, as well as members of Israel’s governing coalition, similarly do not believe negotiations will move forward. They therefore don’t see a reason to promote a government crisis that will endanger other political interests.

Promoting Israeli-Palestinian negotiations to nullify the Palestinian factor in a growingly chaotic Middle East is a strategic move by the United States. All political forces in the area acknowledge, at least verbally, that the Palestinian question is a bleeding wound in the region. Moreover, Arab public opinion identifies the US as sharing responsibility for the situation of the Palestinians due to its intimate relations with Israel.

At the July 19 press conference, Kerry said that solving the Arab-Israeli conflict would have a far-reaching impact in helping to stabilise the region and the broader Middle East. Neutralising the Palestinian question will allow the US a better standing to intervene in the Syrian and Egyptian crises without appearing as safeguarding Israel’s interest.

But if the current Israeli public indifference to the process allowed Netanyahu to enter this new round of negotiations, his government and the public opposition to concessions will make it impossible to actually reach a peace agreement with the Palestinian Authority.

The Peace Index survey states that if a referendum were held today among all Israeli citizens, Jews and Arabs, there would not be majority support for a peace agreement that includes an Israeli withdrawal from the occupied Palestinian territory and evacuation of settlements.

For Israeli public opinion and the majority of the political class, the failure of the peace process will bear no consequences. The Palestinian Authority, as well as the Palestinian national liberation movement, appears defeated and incapable of damaging Israel’s international standing. The Arab countries also do not appear to be a major threat. Israeli analysts see that the Syrian and Egyptian armies are engaged with domestic problems and won’t risk a collision with Israel. Hezbollah also does not appear a threat as the Syrian civil war slides into Lebanon, and the resistance in Gaza was always  perceived as capable of producing only a marginal threat, which is easy to resolve.

The most serious threat perceived by Israeli analysts is the Boycott, Divestments and Sanctions movement, but it was never endorsed officially by the Palestinian political forces and remains a civil society initiative.

The question of sanctions is acute for the Israeli relations with Europe. On June 30 the European Commission published new guidelines stipulating that all agreements between Israel and the EU must indicate their inapplicability to the territories occupied by Israel in 1967. Practically the guidelines require that any agreement or contract signed by an EU country with Israel include a clause stating that the settlements are not part of the state of Israel and therefore not part of the agreement.

However, the Israeli response to date has been not to bend to European pressures, but to examine whether Israel should discontinue its cooperation with the European research and development project “Horizon 2020.”

Economy Minister Naftali Bennett believes that Israel should cease its cooperation with the EU, claiming that ending cooperation with the Horizon 2020 project will mean losing no more than EUR 300 million. A sum Israel can live with.

Europe is the biggest market for Israeli civil exports, but Israel gambles that its future lies with the US, China and emerging economies which are showing better performances.

This vision is reminiscent of the emboldened state of mind that prevailed in Israel during the Golda Meir government from August 1970 to October 1973: urgent social and economic questions take over the political discourse as the threat of war becomes unreal and army generals, mainstream politicians and the public in general believe Arabs won’t dare to confront Israel.

Similarly, the ball is in the American court. Will the US accept the risks of Israel’s interference in its regional political projects? Or will Washington let Israel bleed, as in the 1973 Middle East war, in order to impose an agreement that Israelis would otherwise not accept?

Then US Secretary of StateWilliam Rogersproposed in December 1969 a plan to achieve an end to belligerence in theArab-Israeli conflict. The plan proposed peace based on Israeli withdrawal from Egyptian territory occupied in the war as well as a “fair settlement of the refugee problem”.

In response, then Israeli Defence Minister Moshe Dayan said he “prefers Sharm al Sheikh without peace to peace without Sharm al Sheikh” and the Israeli government decided to establish the settlements of French Hill, Ma’alot Daphna and Ramat Eshkol in East Jerusalem.

Israel lobbyists in Washington worked to galvanize the American public against the Rogers plan as Israeli-American relations suffered a political setback. On the other hand, Egypt’s Nasser gained a respite that enabled him to consolidate his missile defense systems and use the negotiations as a way to open the lines of communication with the United States. After Nasser’s death in 1970, Anwar Sadat continued this trend. A new major war broke out in October 1973 and Israel was subsequently forced out of the Egyptian territories it occupied during the 1967 war.

Will history repeat itself?

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