Quando la negazione israeliana dell’esistenza dei palestinesi diventa genocida

REDAZIONE 24 APRILE 2013

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di Ilan Pappe – 24 aprile 2013

In un’intervista regale concessa alla stampa israeliana alla vigilia della “Giornata dell’Indipendenza” dello stato,Shimon Peres, l’attuale presidente di Israele ha detto quanto segue:

“Ricordo come tutto è cominciato. L’intero stato d’Israele è un millimetro dell’intero Medio Oriente. Un errore statistico, una terra arida e deludente, paludi a nord, deserto a sud, due laghi, uno morto, e un fiume sopravvalutato. Nessuna risorsa naturale, salvo la malaria. Non c’era nulla qui. E oggi abbiamo la migliore agricoltura del mondo. E’ un miracolo; una terra costruita dal popolo.” (Maariv, 14 aprile 2013).

Questa versione artefatta, espressa dal cittadino e portavoce numero uno di Israele, evidenzia come la narrazione della storia sia parte della realtà attuale. Questa impunità presidenziale riassume la realtà alla vigilia del sessantacinquesimo anniversario della Nakba, la pulizia etnica della Palestina storica. Il fatto inquietante, sessantacinque anni dopo, non è che il capo simbolico del cosiddetto stato ebraico, e, quanto a questo, quasi tutti nel governo e nel parlamento di nuova elezione, sottoscrivano tali idee. La realtà dura e preoccupante è l’immunità globale concessa a tale impunità.

La negazione dei palestinesi nativi da parte di Peres e il suo riproporre nel 2013 la mitologia della terra priva di popolo rivela la dissonanza cognitiva in cui egli vive: egli nega l’esistenza di approssimativamente dodici milioni di persone che vivono nella terra cui appartengono, o in prossimità di essa. La storia dimostra che le conseguenze umane sono orribili e catastrofiche quando persone potenti, alla guida di gruppi potenti, come uno stato moderno, hanno negato l’esistenza di persone che sono molto ben presenti.

La negazione esisteva già all’inizio del sionismo e condusse alla pulizia etnica del 1948. Ed esiste oggi e può condurre a disastri simili in futuro, se non fermata immediatamente.

La dissonanza cognitiva

I responsabili della pulizia etnica del 1948 furono i coloni sionisti che arrivarono in Palestina, come il polacco di nascita Shimon Peres, prima della seconda guerra mondiale. Essi negarono l’esistenza del popolo nativo che incontrarono, che viveva in quei luoghi di centinaia di anni, se non da più ancora. I sionisti non possedevano all’epoca la forza per risolvere la dissonanza cognitiva che sperimentavano: la loro convinzione che la terra fosse priva di popolo nonostante la presenza di così tanti nativi.

Essi quasi risolsero la dissonanza quando cacciarono quanti più palestinesi fu loro possibile nel 1948 e restarono solo con una piccola minoranza di palestinesi all’interno dello stato ebraico.

Ma l’avidità di terre dei sionisti e la loro convinzione ideologica che occorreva molta più Palestina che avere uno stato ebraico vitale condussero alla costante contemplazione delle idee e alla fine alle operazioni per ampliare lo stato.

Con la creazione del “Grande Israele” successiva alla conquista della West Bank e di Gaza nel 1967, la dissonanza ritornò. La soluzione, tuttavia, non poté essere attuata questa volta mediante la forza della pulizia etnica. Il numero dei palestinesi era maggiore, la loro decisione e il movimento di liberazione erano energicamente presenti sul campo e persino gli attori più cinici e tradizionalmente filoisraeliani sulla scena internazionale ne riconoscevano l’esistenza.

La dissonanza fu risolta in un modo diverso. La terra senza popolo era qualsiasi parte del Grande Israele che lo stato volle giudaizzare nei confini precedenti il 1967 o annettere dai territori occupati nel 1967. La terra con un popolo era laStriscia di Gaza e alcune enclave nella West Bank e all’interno di Israele. La terra senza popolo è destinata ad ampliarsi un po’ alla volta in futuro, costringendo il numero delle persone a ridursi come conseguenza diretta di tale invasione.

Pulizia etnica incrementale

Tale pulizia etnica incrementale è difficile da notare se non la contestualizza come processo storico. Il nobile tentativo delle persone e dei gruppi più coscienziosi dell’occidente e all’interno di Israele di concentrarsi sul qui ed ora – quando si tratta delle politiche di Israele – è condannato a essere indebolito dalla contestualizzazione contemporanea, non da quella storica.

Paragonare la Palestina ad altri luoghi è sempre stato un problema. Ma con la realtà omicida in SiriaIraq e altrove, diventa una sfida sempre più seria. L’ultima liquidazione, l’ultimo arresto politico, l’ultimo attacco, l’ultimo omicidio di un giovane sono crimini orrendi, ma impallidiscono nel confronto con campi della morte o aree di atrocità colossali vicine o lontane.

La versione criminale

Il paragone è molto diverso quando visto storicamente ed è in tale contesto che dovremmo renderci conto della criminalità della versione di Peres che è orribile quanto l’occupazione e potenzialmente molto peggiore. Per il presidente d’Israele, che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, non ci sono mai stati palestinesi nativi prima che egli avviasse nel 1993 il Processo di Oslo, e quando lo fece, c’erano solo quelli che vivevano in una piccola parte della West Bank e della Striscia di Gaza.

Nella sua esposizione ha già eliminato la maggior parte dei palestinesi. Se non esistevano quando Peres venne in Palestina, decisamente non esistono quando egli è il presidente nel 2013. Questa eliminazione è il punto in cui la pulizia etnica diventa genocida. Quando si è eliminati dal libro della storia e dai discorsi dei politici di vertice, c’è sempre il pericolo che il tentativo successivo sarà l’eliminazione fisica.

E’ già successo. I primi sionisti, compreso l’attuale presidente, parlarono di trasferire i palestinesi molto prima di liberarsi effettivamente di loro nel 1948. Queste visioni di una Palestina de-arabizzata comparivano su ogni diario, giornale e conversazione interna sionista fina dall’inizio del ventesimo secolo. Se si parla di vuoto in un luogo che è pieno, si tratta di ignoranza voluta. Ma se si parla di vuoto come visione o realtà innegabile, è solo una questione di potere e di occasione prima che la visione diventi realtà.

La negazione continua

L’intervista di Perez alla vigilia della sessantacinquesima commemorazione della Nakba è raggelante non solo perché giustifica ogni atto violento contro i palestinesi, ma anche perché i palestinesi sono interamente scomparsi dalla sua ammirazione auto-elogiativa delle realizzazioni sioniste in Palestina. E’ sconcertante apprendere che i primi sionisti negavano l’esistenza dei palestinesi nel 1882, quando arrivarono; è ancor più sconvolgente scoprire che negano la loro esistenza – a parte sporadiche comunità ghettizzate – nel 2013.

In passato la negazione precedette il crimine, un crimine che riuscì solo parzialmente ma per il quale i colpevoli non furono mai portati davanti alla giustizia. E’ questo probabilmente il motivo per cui la negazione continua. Ma questa volta non è in gioco l’esistenza di centinaia di migliaia di palestinesi, ma quella di quasi sei milioni che vivono nella Palestina storica e di altri cinque milioni e mezzo che vivono fuori dalla Palestina.

Si penserebbe che solo un pazzo possa ignorare milioni e milioni di persone, molte delle quali sotto il suo dominio militare o dell’apartheid mentre attivamente e ferocemente impedisce il ritorno degli altri nella loro patria. Ma quando il pazzo riceve le armi migliori dagli Stati Uniti, il Premio Nobel per la Pace da Oslo e un trattamento preferenziale dall’Unione Europea, c’è da chiedersi quanto seriamente sono da prendere i riferimenti occidentali ai leader dell’Iran e della Corea del Nord come a pericolosi e folli.

La pazzia è associata di questi tempi, sembra, al possesso di armi nucleari in mani non occidentali. Beh, anche a tale proposito, il pazzo locale nel Medio Oriente supera l’esame. Chissà, magari nel 2014 non sarà la dissonanza cognitiva di Israele da risolvere bensì quella occidentale: come far quadrare una posizione universale di diritti umani e civili con la posizione favorita concessa a Israele in generale e a Shimon Peres in particolare in occidente?

Ilan Pappe, autore di numerosi libri, è professore di storia e direttore del Centro Europeo di Studi Palestine all’Università di Exeter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/when-israeli-denial-of-palestinian-existence-becomes-genocidal-by-ilan-pappe

Originale: The Electronic Intifada

traduzione di Giuseppe Volpe

 

http://znetitaly.altervista.org/art/10532

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