Quando per una persona la casa diventa la sua prigione.

Scritto da Associazione

Creato Giovedì, 12 Settembre 2013 11:19

 

Yesh Din
03.09.2013
http://blog.yesh-din.org/en/?p=420

Quando per una persona la casa diventa la sua prigione.

A. trovò il capanno vicino a casa sua pieno di coloni. Quando chiese loro di andarsene, questi l’aggredirono. La polizia non cercò di prenderli, siccome che era sabato.

 

di Yossi Gurvitz

Gli ebrei della diaspora sapevano che c’erano giorni nei quali dovevano evitare di lasciare le loro case. Gli ebrei di Ungheria sanno, anche oggi, che l’anniversario della sollevazione contro l’occupazione sovietica del 1956 è uno di quei giorni, in cui gli antisemiti strisciano fuori da sotto le loro pietre tombali. Nel passato, Pasqua e altre festività erano giorni di violenza per gli ebrei. Costantemente, i palestinesi imparano a proprie spese che il sabato, il Sabbath ebraico, è un giorno così, mentre i giovani coloni vestiti dei fronzoli dello Sabbath e fuori di testa dalla noia, sono alla ricerca di divertimento.

                      

 

gaza

 

Qualche sabato fa, A. – una residente di un piccolo villaggio nei pressi di Betlemme – uscì di casa e andò nell’attiguo capanno ricoperto da una pianta rampicante. Inaspettatamente, lo trovò occupato da alcuni giovani coloni. Quando entrò, uno di loro prese posizione dietro di lei e disse “Rukh min hon” , “va via”; in arabo com’è parlato dall’occupante.

 

A. non si spaventò e disse loro di lasciare il suo territorio. I coloni cominciarono a circondarla e poi venne l’aggressione. Prima la finta messinscena di uno schiaffo, poi un ceffone e un calcio. Uno di loro la spinse alle asse e gli altri si alzarono. A. pensò che stessero per aggredirla. Prese una pietra e i vigliacchi fuggirono.

 

A. dal capanno scappò in casa dov’erano i suoi tre fratelli. I coloni cominciarono da brevissima distanza a lanciare pietre alla casa. Una pietra colpì A. ad una gamba; lei sentì dolore ma non richiese cure mediche.

 

Poco dopo arrivarono i vicini di A. Il loro numero era superiore a quello dei predoni e qui entrò in vigore la regola d’oro della mafia: che l’intelligenza della folla è pari a quella del suo membro più stupido, diviso per il numero dei partecipanti; e che una resistenza risoluta a un tale organismo, che è l’istigatore, lo scoraggia. I predoni fuggirono nella colonia più vicina.

 

La polizia del distretto di Giudea e Samaria (JDSP) arrivò e raccolse le prove ma evitò di entrare nella colonia in cui erano fuggiti i predoni. Ciò avrebbe comportato fare un confronto su tutte queste cose e di sabato. Sembra che la JDSP si faccia un problema ad arrestare coloni di sabato: questo può esplodere facilmente. Ma, naturalmente, una volta che la giornata è finita i criminali possono disperdersi e trovarli di nuovo sarebbe come inseguire il vento. L’incapacità dei coloni di spostarsi di sabato aveva offerto un vantaggio alla polizia cui ha preferito rinunciare. Mi chiedo se i criminali di Tel Aviv candidati alla prigione avrebbero questo tipo di fortuna.

 

Nella West Bank, comunque, l’applicazione della legge occupa un posto secondario e distaccato per mantenere la supremazia ebraica nei confronti dei palestinesi e dietro il semplice terrorismo che si prefigge di portarli alla disperazione e convincerli ad andarsene.

 

Ora provate a immaginare come possa sentirsi una giovane donna, quando si viene a trovare circondata da un gruppo di predoni, che poi attaccano casa sua, quando viene a sapere che le possibilità della polizia di arrestare i suoi aggressori sono inferiori alle probabilità che il ministro delle finanze riesca a fare una dichiarazione priva di errori.

 

Martin Luther King ha descritto, nella sua “lettera da una prigione di Birmingham”, come la consapevolezza del razzismo ha influenzato i suoi figli:

 

quando vi trovate improvvisamente la lingua attorcigliata e il discorso diviene balbuziente mentre cercate di spiegare alla vostra figlia di sei anni perché lei non può recarsi a un parco divertimenti pubblico che è stato appena pubblicizzato in televisione, e vedete le lacrime sgorgare a fiotti dai suoi occhi quando le viene detto che la Città dei Giochi è interdetta ai bambini di colore, e vedete le sinistre nubi dell’inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale e vedete l’inizio della distorsione della sua personalità con lo sviluppare un inconscio rancore verso i bianchi, quando si deve inventare una risposta per un figlio di cinque anni che chiede: “Papà perché i bianchi trattano le persone di colore in modo così meschino?”

 

Un antico assioma del diritto inglese afferma che la casa di un uomo è il suo castello. La violenza dei coloni trasforma le case dei palestinesi in un piccolo recinto all’interno di uno più grande, dove il capanno nel loro giardino si trasforma in un luogo di pericolo. E anche questo è una parte – e non in una parte poco importante – della storia.

 

(tradotto da mariano mingarelli)

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4450:israele-sfrutta-i-disordini-in-egitto-per-aumentare-gli-attacchi-ai-contadini-di-gaza&catid=25&Itemid=75

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ARTICOLO ORIGINALE

When a person’s house is his prison

 
gaza

A. found the hut near her house full of settlers. When she asked them to leave, they attacked her. The police didn’t go after them, since it was Saturday

Jews in the Diaspora knew there were days they should avoid leaving their homes. The Jews of Hungary know, even today, that the anniversary of the rising against the Soviet occupation in 1956 is one such day, when the anti-Semites crawl out from under their stones. In earlier days, Easter and other holidays were days of wrath for Jews. Steadily, the Palestinians learn the hard way that Saturday, the Jewish Sabbath, is such a day, when the settler youth, dressed in Sabbath finery and bored out of their skull, are looking for amusement.

A few Saturdays ago, A. – a resident of a small village in the vicinity of Bethlehem – left her house and went to the adjacent vine-covered hut. Surprisingly, she found it occupied by several young settlers. As she went in, one of them took position behind her, and said “Rukh min hon”, “go away”; Arabic as spoken by the occupier.

A. was not scared, and told them to leave her territory. The settlers began surrounding her, and then came the attack. First a feint masquerading as a slap, then a slap, a kick. One of them pushed her to the tables, and the others rose; ‘A estimated they were about to attack her. She picked up a stone; the cowards fled.

A. escaped from the hut back to the house, where her three siblings were. The settlers began stoning the house from a very short range. One stone hit A.’s leg; she felt pain but didn’t require medical attention.

A short while later, A.’s neighbors arrived. Their number was larger than the marauders, and here the mob’s golden rule went into effect: That the intelligence of a mob is that of its stupidest member, divided by the number of participants; and that resolute resistance to this sort of organism, which eggs itself on, scares it. The marauders fled to the nearest settlement.

The Judea and Samaria District Police (JDSP) showed up and gathered evidence, but avoided entering the settlement to which the marauders fled. That would have required a confrontation, and on a Saturday of all things. It seems that the JSDP has a problem with arresting settlers on a Saturday: this can easily blow up. But, of course, once the day is over, the criminals can disperse, and finding them again would be like chasing the wind. The inability of settlers to move on Saturday gave the police an advantage which it preferred to forego. I wonder if run of the mill criminals from Tel Aviv would have this sort of luck.

In the West Bank, however, law enforcement takes a second and distant place to maintaining Jewish supremacy in front of Palestinians, and after the quiet terrorism which is intended to make them despair and convince them to leave.

Now try to imagine how a young woman feels, when she finds herself surrounded by a group of marauders, who later attack her house as well, when she knows the chances of the police arresting her attackers is lower than the chances the Finance Minister will manage to makr an error-free statement. When that is the case, when even leaving your house is dangerous, when being in the house itself does not guarantee protection, your psychology begins to change.

Martin Luther King described, in his “Letter from a Birmingham Jail,” how awareness of racism affected his children:

when you suddenly find your tongue twisted and your speech stammering as you seek to explain to your six year old daughter why she can’t go to the public amusement park that has just been advertised on television, and see tears welling up in her eyes when she is told that Funtown is closed to colored children, and see ominous clouds of inferiority beginning to form in her little mental sky, and see her beginning to distort her personality by developing an unconscious bitterness toward white people; when you have to concoct an answer for a five year old son who is asking: “Daddy, why do white people treat colored people so mean?”

An ancient axiom in English law says that a man’s home is his castle. Settler violence turns the homes of Palestinians into a small pen within the larger pen, where the hut in their garden is also turned into a place of peril. And this, too, is a part – and not an unimportant part – of the story.

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