Tre racconti da AT-TUWANI – (volontari di OPERAZIONE COLOMBA)

   Palestina/Israele

Quanto dista Gaza dal nostro dolore?

Lunedì 26 Novembre 2012 11:06

Chiudo gli occhi e sento il rumore.
Rumore di morte.
E allora realizzo che la guerra non è poi così lontana. E inizio a contorcermi nel letto, stremata dai dolori allo stomaco. Il mio Zenith piange, come non riesco a fare io. Il dolore mi avvicina alla guerra e vomito il mio disgusto per il mondo. Gli aerei volano sulla mia testa, mentre provo a chiudere gli occhi sul mondo. Un mondo che non chiude gli occhi su niente. Neanche di notte. Una notte che non ferma la guerra. E mi chiedo come sia possibile. Come sia possibile dormire, ridere, mangiare mentre qualcuno muore sotto le bombe della nostra irresponsabilità.
E allora tutto si ferma mentre il massacro prosegue.
Qui tutti aspettano notizie, azzardano previsioni, organizzano veglie, pregano. E di nuovo sono un unico popolo. Hamas li ha uniti, sotto la sua egida, contro un mostruoso Golia.
Quanto dista Gaza da qui?
Una striscia di terra israeliana, circa 40 km.
Quanto dista dai nostri cuori? Dalle nostre menti? Quanto dalla nostra storia?
Non possiamo tirarci indietro, puntando il dito contro identificabili responsabili. Siamo tutti responsabili. Noi siamo i responsabili del massacro.
Gli aerei italiani che volano sulla mia testa in direzione Gaza sono parte ingiustificabile di questo massacro insensato, sono il risultato di accordi economici profittevoli che portano morte, giocando con il dolore delle persone, degli esseri umani.
Dolore. Esseri Umani.
Parole dimenticate, quasi in disuso.
Si parla di case, edifici, numeri.
Quante case colpite, quanti razzi sparati, quanti intercettati. E ci si dimentica che quelle case sono abitate da vite, sentimenti, emozioni… esseri umani.
E’ facile quantificare, ridurre tutto in numeri, a-emozionali e freddi, dimenticarsi del dolore, evitare di parlarne. Perdere le parole di fronte alla sua disarmante potenza. E allora scegli: o ti lasci coinvolgere, soffrendo, condividendo e ritornando a essere profondamente umano; oppure diventi un automa, che non sente, non vede e non parla, ma calcola.
Ma come calcolare il dolore?
Impossibile.
Come raccontarlo?
Difficile, ma possibile.
E allora mi sento coinvolta, perché sono vicina, perché sono tra palestinesi, perché sono italiana, europea e occidentale.
Perché sono responsabile degli orrori della mia storia.
Perché sono responsabile degli errori dei miei rappresentanti politici.
Perché sono responsabile dell’indifferenza del mondo su cui ho vomitato il mio disgusto.
Perché sono umana, profondamente umana.

Angela

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1423-quanto-dista-gaza-dal-nostro-dolore.html

………………………..

 Soér oggi non sorride più.

Lunedì 26 Novembre 2012 11:03

Soér oggi non sorride più.
Seduta sul pavimento, le gambe raccolte sotto la grande gonna e le spalle contro il frigorifero, oggi Soér non sorriderà. Il suo viso è di marmo immobile, mentre la radio trasmette la lista di nomi e cognomi cancellati dalle bombe. Bambini, donne e uomini.

Scruto i suoi occhi cercando lacrime che non ci sono, ma il suo sguardo è arido e asciutto, come questa terra che non lascia scampo.

Ho conosciuto Soér durante la mia prima visita a Mufaqarah, il villaggio dei resistenti che da un anno a questa parte è il centro della lotta nonviolenta delle colline a sud di Hebron: un ombelico vorticante di gioia, accoglienza e ribellione che ti travolge con la sua potenza vitale appena ci arrivi. Bambini che ti prendono e ti prendono per il c…, ma che, se sai stare al gioco, ti trattano come un pari. Uomini che ti scannerizzano osservando ogni tuo gesto prima di accettarti, ma, quando lo fanno, sei tramortito da una valanga di abbracci e pacche sulle spalle degne del più antico virilismo. Ad aspettare noi formiche (che da un po’ abbiamo l’onore di esser di casa) e gli ospiti internazionali c’è lei, Soér, fiera e sorridente che elargisce tè e sorrisi con un’abbondanza che non ho trovato in questi luoghi.
E’ un sorriso disarmante, capace di avvolgere un mondo intero di amici, nemici e indifferenti e dal quale non sfuggi: lei ti vede pianta i suoi occhi nei tuoi, e comincia ad allargare la bocca e mostrare i dentoni bianchi. Tu ormai senza difese, altro non puoi fare che sorridere di rimando, stordito da quell’accoglienza, più sincero che mai.
Sei stordito, rimbambito perché è proprio come se lei andasse a pescare dentro di te il tuo sorriso. Ti costringe dolcemente e con pazienza a gustare appieno quel momento sacro dell’incontro, dell’accoglienza tra persone vive e in cammino. Poi tu finalmente sorridi e lei ti urla, in un tentativo di italiano:
“Beeeeeeeerrrrto!!! comeshtai?” e tutti ridono contagiati.
E’ così che l’ho sempre vista: fiera e indomabile nel suo velo, anche quando sono arrivati i militari e i coloni a cercare di spegnere quella luce che accoglie, minacciando o distruggendo quello che a malapena è un villaggio: grotte tende e capre. Mufaqarah.
Mufaqarah. Il nome buffo di questo posto deve la sua energia vitale a donne come questa, che gioisce nonostante tutto guardando avanti, oltre la paura del dolore. E’ debitore al sorriso vincente di Soér soprattutto nei momenti più bui.

Oggi la radio elenca senza pietà l’età dei bambini uccisi nell’orrore del massacro di Gaza, le urla dei genitori sullo sfondo, nitide. Il cuore mi si rapprende mentre la guardo, immobile come un dolore antico.
“Soér”
…niente…
“Soér”
..niente…
“Soér, scusa…”
“Che c’è?”
“Hai parenti?”
“Dove?”
“A Gaza”
“Che importa scusa?”
“…”
“Non siamo tutti fratelli?”

Seduta per terra, le gambe raccolte sotto la grande gonna, le spalle appoggiate al frigorifero, oggi Soér non ride più.
Lacrime asciutte rigano il mio volto.
Urla mute mi squarciano dentro.
Mi sento spaccato in mille pezzi.

Pié.

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1422-soer-oggi-non-sorride-piu.html

 

………………………..

A pochi passi sulla sinistra

Lunedì 26 Novembre 2012 10:53

Arriviamo sul crinale dell’ultima collina: Nail è laggiù con le sue pecore che continuano tranquille a brucare l’erba. Ci viene incontro con quel suo sguardo fermo che manterrà per tutto il tempo nonostante quel che è appena capitato, nonostante quel che sta per capitare.
I soldati si sono da poco allontanati, ma sono ancora lì… a pochi passi sulla sinistra. A pochi passi sulla sinistra sorge l’avamposto di Avigayil. Un avamposto è un insediamento di coloni non autorizzato, dunque illegale persino per lo stato d’Israele. Nail ha ancora la videocamera in mano. Ci mostra il filmato che ha appena fatto: i soldati gli urlano addosso “devi andartene da qui, tu e le tue pecore” lui da dietro la camera risponde: “questa è la mia terra, sono in regola…”
I soldati gli gridano che non può filmarli. Nail non smette di riprenderli. Dal video che ha registrato posso vedere i loro volti, i loro gesti concitati, i mitra in spalla. Posso immaginarmi la scena di pochi istanti prima: la camera piantata in faccia ai soldati nonostante alzino la voce, gli intimino di andarsene. Un pastore “armato” di videocamera “sfida” quattro soldati urlanti con mitra a tracolla. E i soldati se ne vanno, con le loro grida e i loro fucili, se ne vanno a passo lento, disarmati da una forza invisibile che deve essere superiore alla loro, e che sento ancora vibrare nel silenzio di un’aria ferma come lo sguardo di Nail. Mi chiedo  cosa sia questa forza. E Nail – questo semplice ragazzo che tiene in una mano un bastone per guidare le pecore e nell’altra la sua videocamera per documentare i soprusi che quotidianamente deve fronteggiare – sembra rispondere a questo mio interrogativo. Ci dice:”Domani io tornerò con le mie pecore, ho diritto di stare qui…”
I soldati lo sanno che è vero, i soldati lo sanno che è quel gruppo di case, a pochi metri sulla sinistra, che non dovrebbe essere qui. Gli avamposti e le colonie sono ferite che ti lacerano se hai a cuore il senso di giustizia, ferite che pungono queste colline di Cisgiordania dai declivi dolci e dalla terra aspra.
“Io ho il diritto di stare qui” ripete Nail, e mi fa capire dove nasce la sua forza invisibile. Nail è consapevole dei suoi diritti e questa consapevolezza è l’arma che gli consente di combattere, di restare a testa alta difronte ai soldati. Questo giovane pastore impugna la sua videocamera come gli hanno insegnato a fare gli amici di B’tselem (ong israelo-palestinese per i diritti umani). In questo gesto io riconosco la fierezza di chi sceglie consapevolmente di agire la propria vita, piuttosto che re-agire facendosi trascinare dalla violenza di chi la minaccia. Lezione di nonviolenza su campo. Su di un campo di erba secca buona per il gregge.

Mentre mi attraversano questi pensieri, faccio appena in tempo ad accorgermi che da Avigayil, a pochi passi sulla sinistra, un uomo sta muovendo verso di noi con passo rapido. E’ un colono. Ci inquadra con una macchina fotografica. Noi a nostra volta lo riprendiamo. Si avvicina. Siamo distanti appena un passo e ci troviamo dentro una pantomima che ha il sapore dell’assurdo. Il colono finge di essere colpito da noi, grida, simula di inciampare e di cadere per terra. Noi ci guardiamo increduli. Questa recita surreale continua per alcuni minuti che a me sembrano interminabili. E’ lungo il tempo delle cose prive di senso, di ciò che non ha alcuna parvenza di razionalità.
Il colono fa una telefonata. Non c’è bisogno di conoscere l’ebraico per capire che sta “denunciando” a qualcuno la falsa aggressione di due internazionali di “Tuwani” e un pastore palestinese appena vessato dai soldati.
Mi guardo intorno per afferrare nella realtà che mi circonda qualche ragione che non sia il ridicolo, che non sia l’assurdo. E la trovo. Trovo Nail, con la sua videocamera, un po’ più distante da noi: riprende tutta la scena. Ritrovo la sua fermezza che mi infonde tranquillità nonostante la inquietante sensazione suscitata da questa strana pantomima, che più va avanti più prende forma. Quale nome darà a questa forma? violenza subdola. Non ne ho altri. Violenza informe quanto tangibile dentro l’anima. Nail resta immobile difronte al colono che continua a fingersi vittima di una inesistente aggressione. Come sarebbe facile cadere nella trappola della sua provocazione, reagire, mettersi sul suo stesso piano. Violenza informe contro violenza informe. Nail non lo fa. Consapevole che reagire non è agire per i propri diritti. Consapevolezza. Ritorna questa parola e mi interrogo: è forse questa la prima arma della nonviolenza?
Il colono si allontana visibilmente nervoso. Scompare dietro la prima casa che ancora urla al telefono una improbabile denuncia della falsità, ultimo atto della sua pantomima per provare a intimorirci. Oggi ha vinto la nonviolenza. Oggi, qui, ha vinto un giovane pastore.

E in questo stesso “oggi” a Gaza si contano oltre 130 morti, e a Tel Aviv è piovuto dalla striscia un altro missile Qassam che ha fatto 20 feriti. Sotto il peso di questa notizia mi appare così piccolo il mondo immerso in mezzo a queste valli.  Sotto i miei occhi un pastore e le sue pecore.
E poi incontro lo spazio senza fine delle colline a sud di Hebron. Sembrano onde rotonde di un mare silenzioso. Questa non è Gaza. Qui non si muore sotto le bombe ma la quotidianità è piena di mine. E’ la dignità umana ad essere minata. Ogni giorno.
Prima di riprendere con le sue pecore la via di casa, Nail ci saluta, ci ringrazia. Ci chiede di tornare l’indomani: come molti qui si sente più sicuro quando ci siamo noi Ajaneb, gli internazionali. “Ci vediamo domani, inshalla, sarò qui, come ogni giorno…”
Già… ogni giorno. Qui la vita è così. Arare i campi, raccogliere le olive, portare al pascolo le pecore: rituali di un lavoro antico in una terra antica ogni giorno minacciati, compromessi, resi precari da continui impedimenti, mille divieti, infinite provocazioni.
La vita resa difficile ogni giorno è un tentativo per sfiancarla.
E invece ogni giorno gente come Nail fa vincere la vita semplicemente continuando a fare quel che ogni giorno chiede venga fatto.

Silvana

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1421-a-pochi-passi-sulla-sinistra.html

 

 

Contrassegnato con i tag: , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam