Quel silenzio piombato sulle colonie

di Zvi Schuldiner

…a volte vorremmo proprio leggere sul giornale chi ci dica “chiaramente come stanno le cose”… C’è riuscito a nostro parere l’amico ZVI SHULDINER….

Le dichiarazioni del segretario di stato americano Clinton rappresentano la violenta conferma che un autentico cambiamento della politica estera americana non può basarsi solo sui florilegi retorici del presidente Barack Obama. A Gerusalemme, la Clinton ha dichiarato che congelare le costruzioni di colonie israeliane nei territori occupati non è una precondizione per riannodare i negoziati. Lo schiaffo verbale al presidente palestinese è risuonato così forte nell’intera regione che solo due giorni più tardi, in Marocco, la Clinton ha cercato di aggiustare la sua dichiarazione affermando che gli americani continuano a opporsi alla politica israeliana sulla materia. Se domani protestassero gli israeliani, certo l’agile ministra avrebbe in serbo un altro ballo in quella ridicola farsa che sono i negoziati in Medio Oriente.

I tentennamenti americani non sono che un caso particolare dei problemi che affliggono il presidente americano. Obama è il presidente degli Stati uniti, e questo significa avere dietro di sé l’intero sistema di potere caratteristico dell’imperialismo americano. Potrà cambiarlo? Forse, ma vale la pena di ricordare che il Pentagono e la Cia non hanno perso la loro forza, che il ministro della difesa di Bush, Robert Gates, continua a essere ministro della difesa, che lo stesso accade con innumerevoli collaboratori e discepoli dell’era Bush-Cheney, che la situazione in Afghanistan si aggrava e l’analista Daniel Ellsberg – il quale nel passato remoto della guerra del Vietnam diffuse le carte segrete del Pentagono – avverte che Obama teme una ribellione degli alti comandi militari se non saranno accettate le loro richieste.

Bisogna ripeterlo con chiarezza: la politica israeliana nei territori occupati è possibile ed è stata possibile grazie al silenzio o alla cooperazione degli Usa e dei loro alleati europei. E non solo nel tragico periodo di Bush e Cheney. All’inizio degli anni Settanta gli americani cominciarono ad appoggiare in ogni modo possibile il potere militare israeliano, che si è trasformato nell’asse fondativo dei tentativi di dominazione americana nella regione, mentre al tempo stesso sfrattavano i sovietici dai loro punti d’appoggio. Le oscillazioni di questa politica sono evidenti, ma la verità è che senza l’appoggio americano sarebbe difficile anche solo immaginare la prosecuzione del progetto di colonizzazione israeliano. Un progetto che funziona in quanto si coniuga bene con gli interessi imperiali nella regione.

La visione di Obama, il suo stile, hanno generato un grande ottimismo e la convinzione generale che un cambiamento è davvero possibile. Ma dal famoso discorso all’università del Cairo la posizione americana si è logorata in modo continuo, parallelamente all’esplosione delle contraddizioni in Iraq, in Afghanistan eccetera.

Netanyahu ha entusiasmato gli ingenui con vuote dichiarazioni sui «due stati», senza rendere esplicito il loro contenuto territoriale e fissando tali e tante condizioni da rendere chiaramente visibile che la farsa continua, e tutti «negoziano» mentre fioriscono nuove colonie israeliane nei territori occupati.

L’assurda posizione americana che ha impedito ogni serio effetto del rapporto in cui il giudice Goldstone ha condannato le azioni israeliane nell’ultima guerra di Gaza è apparsa agli ottimisti un modo possibile di intrappolare Netanyahu, che si sarebbe trovato di fronte alla decisione di mutare linea nei territori in cambio dell’insabbiamento del rapporto Goldstone, ma nemmeno questa ipotesi si è rivelata realista.

A un anno dalla sua elezione il presidente americano Obama può dire con soddisfazione che il suo stile retorico è stato ricevuto con grande entusiasmo nel mondo: in molti hanno chiesto e ancora chiedono di passare dal mondo della guerra e degli interessi americani a un altro mondo migliore. Ma in questo anno il presidente non può segnalare alcun risultato concreto nel processo di pace in Medio oriente, e deve confrontarsi con un costante scorrimento di sangue in Iraq e con i dubbi sull’invio di nuove truppe in Afghanistan.

Obama parla bene, Hillary Clinton sorride dolcemente e il governo israeliano continua con l’occupazione senza freni, accecata, cercando nuovi scontri e sangue fresco.

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