«Raccogliamo la sfida di Abu Mazen» di Abraham B. Yehoshua

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La Stampa   30 aprile 2014

 
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Gli esperti israeliani di politica palestinese sostengono che l’accordo recentemente siglato tra l’Autorità palestinese e Hamas non resisterà a lungo.

Già in passato accordi simili si sono dissolti in breve tempo. Personalmente vedo con favore questa nuova alleanza e vorrei esprimere la speranza che questa volta perduri nel tempo. E questo perché la ritengo naturale, necessaria ed essenziale al progresso del processo di pace.

In Israele si sono avute diverse reazioni a questa iniziativa. Da un lato, sulla base dell’esperienza passata, c’è chi afferma che l’accordo non durerà. Dall’altro c’è chi dubita, nega e ostacola la possibilità di raggiungere la pace, in testa a tutti il primo ministro Netanyahu che ha approfittato di questa intesa per sospendere il processo di pace, evitare il proseguimento dei colloqui e il raggiungimento di un’intesa che richieda importanti concessioni da parte di Israele.

Con la sospensione dei colloqui Netanyahu intende premere sull’Autorità palestinese per una revoca dell’accordo con Hamas supponendo (in maniera discutibile, a mio parere) che un governo palestinese senza tale movimento si mostri più malleabile nel negoziato con Israele.

Ma c’è anche chi vede la nuova intesa in una luce positiva. E in effetti Abu Mazen ha lanciato una vera e propria sfida allo stato ebraico: «Forza», sembra voler dire, «mettetemi alla prova e guardate se dopo l’adesione di Hamas muterò le mie posizioni e inasprirò le richieste già poste durante il negoziato».

Dopo tutto gli israeliani hanno sempre sostenuto che un accordo di pace con l’Autorità palestinese includerebbe solo una parte del popolo palestinese, e quindi sarebbe poco sicuro e affidabile. Ma ora che si trovano davanti a un governo che rappresenta l’intero popolo, all’improvviso la situazione si fa scomoda perché i vecchi pretesti non valgono più e bisogna affrontare una realtà diversa.

Dobbiamo capire che la decisione di Hamas di unirsi al governo dell’Autorità palestinese e di accettare le sue condizioni di base per una pace con Israele è sostanzialmente l’ammissione di un cambiamento di rotta (nonostante questo non venga dichiarato ufficialmente).

Hamas sa che alla fine dovrà riconoscere la realtà di Israele e non potrà continuare la politica fallimentare e distruttiva che ha intrapreso dopo il ritiro dello stato ebraico dalla Striscia di Gaza e che ha provocato continui disastri. Anziché imprimere slancio all’edilizia e allo sviluppo della regione sotto il suo controllo il governo di Hamas ha iniziato a lanciare razzi su centri israeliani e, naturalmente, Israele non è rimasto a guardare ma ha reagito energicamente, inferendo duri colpi alla macchina da guerra del movimento palestinese e alla popolazione in generale.

Nonostante un informale cessate il fuoco piccoli gruppi estremisti hanno continuato a lanciare razzi su Israele contribuendo a minare il regime di Hamas.

A questo va aggiunta la destabilizzazione dei rapporti di quest’ultimo con l’Egitto persino durante il breve periodo del governo dei Fratelli Musulmani e, più di recente, con il consolidamento del regime militare. Hamas, garantendo il proprio aiuto a cellule terroristiche nella penisola del Sinai, è diventato nemico degli egiziani che hanno cominciato a trattarlo duramente.

La svolta di riconciliazione di Hamas con l’Autorità palestinese non scaturisce pertanto da un improvviso amore per Israele ma da una crescente consapevolezza che la situazione si fa via via più complessa e difficile.

Quindi, a mio parere, l’iniziativa di Hamas non è una tattica momentanea ma nasce dalla volontà di sfuggire alle difficoltà e di riconoscere indirettamente la legittimità di Israele tramite l’Autorità palestinese, che da molti anni ha imboccato la via della pace e ha abbandonato quella della violenza.

Abu Mazen dice la verità quando ribadisce che le condizioni fondamentali per una pace con Israele – il ritorno ai confini del 1967, Gerusalemme Est come capitale dello Stato palestinese, eventuali scambi territoriali e l’accettazione delle condizioni di Israele in materia di sicurezza (in particolare la smilitarizzazione della Cisgiordania) – non cambieranno con l’adesione di Hamas al suo governo.

Anzi, chi dubita delle sue parole può metterlo alla prova, in primo luogo gli americani che hanno investito moltissimi sforzi in questo zoppicante processo di pace. 

Ma quando il primo ministro israeliano mostra tanta poca considerazione verso il partner di pace palestinese più serio che abbiamo mai avuto nel corso di questo conflitto vecchio più di centovent’anni, come si può sperare che la recente iniziativa di unificare il popolo palestinese, da sempre lacerato e diviso, abbia esiti positivi? Quando Abu Mazen, il presidente legittimamente riconosciuto di tutto il popolo palestinese, parla con grande empatia della sofferenza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale nel giorno della memoria (celebrato ieri in Israele) e dichiara che la Shoah è il più grande crimine della storia umana, il premier israeliano reagisce con disprezzo, definendo le sue parole «una dichiarazione vuota». E in effetti non c’è da stupirsi che un leader che rilascia a sua volta dichiarazioni vuote tenda a credere che anche gli altri si comportino come lui.

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