Raccolta delle olive, attacchi dei coloni

19 OTT 2012

 Palestinesi raccolgono olive nel villaggio di Burin in Cisgiordania (Foto: Ryan Rodrick Beiler)

 La lotta per la libertà, l’autodeterminazione e i diritti dei palestinesi nelle loro terre va avanti da oltre un secolo. L’albero di ulivo ne è uno dei simboli.

Questo è il periodo dell’anno in cui le famiglie palestinesi raccolgono le olive dagli alberi, alberi sacri per la Palestina, alberi che grazie alla produzione di olio di oliva restano una delle principali risorse economiche in Cisgiordania. La tradizione di piantare e raccogliere le olive va avanti in Palestina da migliaia di anni. Per generazioni le famiglie si sono prese cura dei loro uliveti, da padre a figlio, tenendo viva la storia di famiglia attraverso la coltivazione della terra. Come dice il detto, “li hanno piantati perché noi potessimo mangiare, dobbiamo piantare perché loro possano mangiare”.

I palestinesi in genere crescono gli alberi di ulivo romani. Sono i migliori perché possono vivere per centinaia di anni e perché producono ottime olive. Ma è sempre più difficile trovarne. Dall’inizio del progetto sionista, in particolare dopo l’occupazione della Cisgiordania, di Gaza e Gerusalemme Est, l’albero di olivo è diventato il target preferito degli occupanti. Migliaia di dunam (1 dunam = 1 km2) di terre e alberi, di cui le famiglie palestinesi si sono prese cura per generazioni, sono stati confiscati, annessi, rubati, sradicati, livellati, bruciati e distrutti con la costruzione di colonie israeliane illegali, la violenza dei coloni e il sistema di leggi usate per rubare terra palestinese.

L’esercito israeliano, spesso faccia delle violenze in Cisgiordania e delle politiche israeliane, non è il solo responsabile dell’implementazione delle strategie coloniali. Negli ultimi dieci anni sono stati i coloni israeliani, che lavorano in cooperazione con l’esercito e il governo, che perpetrano gravi violenze e distruggono terre e alberi. Anno dopo anno, durante il mese di ottobre, quando la maggior parte dei palestinesi raccolgono le olive, le aggressioni dei coloni ai contadini palestinesi mostrano un aumento continuo. I coloni sono, per la legge israeliana, autorizzati a portare con sé armi e spesso armi da fuoco. Alcuni contadini hanno perso la vita, altri sono stati gravemente feriti. Questa forma di violenza diretta è quella che ha spinto molti internazionali solidali con i palestinesi ad unirsi alla raccolta delle olive nel tentativo di scoraggiare i coloni da tali pratiche territoriali, violente e oppressive.

Nella prima settimana dell’attuale stagione di raccolta, i contadini – i cui alberi si trovano vicino alle colonie – hanno subito numerosi e violenti attacchi, in tutta la Cisgiordania: si tratta di attacchi organizzati, che non avvengono per caso. Ci sono oltre 220 colonie illegali in Cisgiordania, che consistono di strutture permanenti in cui vivono circa 600mila coloni israeliani. I rapporti di violenze e vandalismo contro i palestinesi si registrano ogni giorno dall’inizio della raccolta.

I contadini di Ras Karkar, a Nord Ovest di Ramallah, sono stati costretti a lasciare le loro terre quando i coloni di Mirya li hanno minacciati con le pistole. Più tardi, altri coloni sono arrivati e hanno sradicato 40 alberi di ulivo. Nel villaggio di Almughair, a Est di Ramallah, coloni di Shilo hanno tagliato e distrutto 250 alberi di ulivo. Poco lontano, i coloni hanno aggredito decine di contadini che stavano andando a raccogliere le olive nel villaggio di Mukhmas. La maggior parte dei coloni era armata e hanno aggredito i contadini che non volevano andarsene. Nidal Abdulla, 25 anni, è stato ferito da una pietra durante gli sconti. Nel villaggio di Qaryout, a Sud di Nablus, i coloni hanno tagliato 120 alberi di ulivo appartenenti a numerose famiglie del villaggio, nel secondo attacco in una settimana.

Da sempre, la presenza dei soldati non ferma i coloni dall’aggredire. In molti casi i soldati aiutano i coloni contro i loro target. Un esempio è quanto accaduto a Kufr Qadoum, un villaggio a Nord della Cisgiordania: quando decine di coloni hanno aggredito i contadini che raccoglievano le olive e non volevano andarsene, l’esercito israeliano ha lanciato gas lacrimogeni, impedendo ai palestinesi di proseguire il loro lavoro.

Tenendo conto di tutto quello che è accaduto nella prima settimana di raccolta del 2012, non è difficile preoccuparsi per le settimane a venire. La resistenza contro l’occupazione israeliana è inutile se non riusciamo a fermare i coloni in Cisgiordania. Gli attacchi sono sempre più organizzati, intensi e frequenti, contro le vite dei palestinesi. Lavorare la terra è sempre più difficile e duro. Questo è il punto: rendere la vita così impossibile per i palestinesi da costringerli un giorno a lasciare le loro terre e i loro alberi. Per coloro che credono nei diritti umani, è tempo di fermare gli attacchi dei coloni.

Ahmad Jaradat e Catherine Anderson

Alternative Information Center

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/aic/raccolta-delle-olive-attacchi-dei-coloni

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1 Commento

  1. Cara Laura, sono contento che tu abbia risposto alle mie critiche sui prodotti bruciati ai palestinesi dagli ebrei, chiamati sionisti. Ognuno di noi ha il dovere morale di esprimere giudizi di condanna e di dprezzo verso la disonestà umana a qualunque etnia essa appartenga. E sarebbe anche giusto che si smettesse di chiamare antisemiti coloro che manifestano tale genere di critiche. T’invito a guardare la mappa della Palestina e notare qual’ era l’estensione del territorio assegnato dall’Onu a i paelestinei prima del 1967 e quale è rimasta loro oggi. La dfferenza è stata sottratta dal governo ebraico con la forza delle armi. E guarda come:
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    Cara Laura io disprezzo il governo ebraico, ma non sono antisemita, cioè non disprzzo gli ebrei in quanto tali, ma disprezzo e odio quegli ebrei responsabili d’aver distrutto il popolo legittimo della Palestina, condannandolo a una vita di sofferenze senza fine. Ancora oggi forse 3 milioni e mezzo di questa gente, “senza colpa e senza dolo”, costretta a lasciare la loro casa e ogni loro avere, giace nei capi profughi nella valle del Giordano, come in prigioni a cielo aperto. Se vuoi puoi srivermi, autorizzo i titolari del sito, di darti il mio indirizzo, e,mail. Ti saluto cordialmente.
    Catalano Rocco.

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