Racconta al mondo… racconta

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Di Giovanni Rustico, partecipante al Pellegrinaggio di Giustizia 2022

Racconta al mondo… racconta

Visitando il museo dedicato a Yasser Arafat durante il pellegrinaggio di giustizia 2022 mi ha
colpito una poesia di Samih al-Qasim lì presente. Mi ha colpito anche dove era scritta, in mezzo al racconto della storia dolorosa di un popolo e della Nakba palestinese. La cosa più importante che possiamo fare di fronte alle sofferenze di questa nazione, come di qualsiasi altro popolo oppresso, è raccontare le ingiustizie che ormai sono all’ordine del giorno in quella terra divisa e sofferente. Una terra, la Palestina, che sta perdendo la speranza, che si sta arrendendo all’inevitabile dolore della storia.

Di una casa con la lanterna che hanno frantumato
La Palestina attuale non è una terra di speranza, quella lanterna è veramente spenta e distrutta e si fatica a vedere nuove lanterne splendere. Qualche luce prova ad accendersi, come l’esperienza nel villaggio di Battir, che abbiamo visitato. È una storia piena di speranza che merita di essere raccontata. Questo villaggio ha resistito all’occupazione e alla colonizzazione israeliana solo con l’arma della cultura, facendosi dichiarare sito protetto dall’UNESCO. Nonostante tutti gli attacchi israeliani e le fatiche burocratiche alla fine Battir ha vinto la sua causa ed è un’esperienza unica visitare questa comunità. Nello stesso momento, mentre una lanterna si accende, altre si spengono: di recente infatti alcune sedi di famose ONG a Ramallah, città sotto il formale controllo dell’autorità palestinese, sono state assaltate dal governo israeliano con l’accusa di essere organizzazioni terroristiche. Sedi di ONG riconosciute al livello internazionale, operanti in territorio che dovrebbe essere sotto il controllo dell’autorità palestinese, sono state assaltate come le peggiori
organizzazioni criminali. Sentire la voce senza speranza di questa terra e vedere con i propri occhi la voglia di cancellare un popolo deve darci la forza di raccontare tutto questo il più possibile.

Di un’ascia che ha ucciso un tulipano
Il tulipano ucciso lo si vede quando si cammina in mezzo agli ultimi anelli della catena infernale presente in Palestina. Come il mercato di Hebron, con i coloni che gettano immondizia e pietre verso le case palestinesi e li costringono a una vita terribile mentre tentano di de-arabizzare la Palestina e vivono una vita degna di standard occidentali. Come le strade del campo profughi di Beit Jibril a Betlemme, abbandonate da tutto e da tutti. Le strade di Betlemme, con il muro che domina il paesaggio, appaiono un sogno agli occhi di quei profughi, costretti a vivere in condizioni terribili, cercando solo di lottare per vivere sulla loro terra. In quelle strade si respira l’assenza di speranza, come la sofferenza di una madre anziana che, costretta a una vita di sofferenze, ci indica la foto del figlio martire degli israeliani. Come i villaggi dei beduini, che ci hanno accolti calorosamente, cacciati da Israele dopo il 1967 dal deserto del Neghev, dove vivevano.

L’alternativa che Israele metteva loro davanti era molto dura: mandare i propri figli nell’esercito israeliano e collaborare con le forze israeliane o essere cacciati dalla propria terra. Quelli che hanno rifiutato di collaborare con le forze israeliane sono state costretti a emigrare nel deserto di Giudea in Cisgiordania. Ancora oggi ci sono tanti villaggi beduini, ma sono continuamente circondati e assaliti dalle colonie israeliane che impediscono loro di migliorare le condizioni di vita e li costringono a una qualità della vita che è disumana. Ma nonostante tutto queste comunità resistono, mantenendo la loro identità beduina.

E un fuoco che ha incenerito una treccia
La brutalità della situazione è evidente anche nel più imponente simbolo della “questione
palestinese”: il muro. Un muro che divide, ma che rappresenta molto di più, rappresenta la totale chiusura di ogni futura pace. Un muro che percorrendo i confini della Cisgiordania non solo isola

Gerusalemme, la città santa (al-Quds in arabo: letteralmente “la santa”), da tutti i palestinesi che vivono a est del muro, ma si insinua nel cuore della “west bank” e divide palestinesi da palestinesi. L’immagine del muro, onnipresente in questa terra abbandonata da tutti, viene in mente davanti a ogni ingiustizia e persino davanti ai bagliori di speranza: è un ostacolo insuperabile, ingiusto e che
chiude i palestinesi in vere e proprie riserve, come se fossero una specie a rischio di estinzione.

Racconta di una pecora che non è mai stata munta
Di un impasto preparato da una mamma mai sfornato

L’identità arabo-palestinese sta veramente per essere cancellata? Una risposta può essere data vedendo l’irrefrenabile espansione delle colonie israeliane anche nei territori palestinesi e che stanno avanzando villaggio dopo villaggio. È tragico vedere nelle valli delle montagne i villaggi palestinesi, distrutti e poveri, e sopra di loro, maestosi come monumenti della tragedia, colonie in pieno stile occidentale che avanzano cancellando un popolo. Vedere i tralicci della luce che alimentano le colonie passare sopra i villaggi beduini, che non hanno un accesso continuo all’elettricità è doloroso come tante altre immagini ma nessuno potrà cancellare la storia. Nessuno potrà dimenticare che sul suolo delle future metropoli israeliane un tempo c’erano fiorenti villaggi arabi.

Di un tetto di fango di paglia
Racconta al mondo… Racconta

Viene da chiedersi come sia possibile una totale disumanizzazione dell’altro, una totale voglia che sembra naturale dell’uomo di distruggere l’altro. È possibile cambiare questo “istinto naturale”, c’è ancora speranza che nasca un nuovo tulipano? Il destino di questa terra è scritto nella storia, e mi viene in mente la riflessione di Toro seduto: «sette anni fa abbiamo stipulato un trattato con l’uomo bianco. Ci ha promesso che la terra dei bufali sarebbe stata nostra per sempre. Adesso minacciano di prenderci anche quella. Dovremmo cedere, fratelli? O invece dire loro “Dovrai uccidermi
prima di impossessarti del mio paese”. Sappiamo come è andata a finire per i nativi americani: saremo capaci di fare di meglio?

«Racconta al mondo… racconta
Di una casa con la lanterna che hanno frantumato
Di un’ascia che ha ucciso un tulipano
E un fuoco che ha incenerito una treccia
Racconta di una pecora che non è mai stata munta
Di un impasto preparato da una mamma mai sfornato
Di un tetto di fango di paglia
Racconta al mondo… Racconta» 

Samih al-Qasim

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