Rachel Corrie, 16 marzo 2003

Sabato 16 Marzo 2013 18:56  – Palestina/Israele

 
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“As we come marching in the beauty of the day, hearts starve as well as bodies. yes, it is for bread we fight, but we fight for roses too” “Mentre noi arriviamo marciando nella bellezza del giorno, anche i cuori, come i corpi soffrono la fame. si, è per il pane che lottiamo, ma lottiamo anche per le rose”

Nel giorno più amaro scoppio.

Tante volte in queste notti ho cercato di raccattare tutti i pensieri fermati di sfuggita su qualche foglio, sul quaderno perché non rimanessero soltanto appunti sparsi ma anche una testimonianza per chi è lontano dai cingoli dei carri armati che occupano la terra di Palestina.
Oggi è un giorno amaro. E’ il giorno migliore per scoppiare. Ho abbastanza forza per trattenere le lacrime per quello che è successo ieri e per quello che mi arriva dal resto del mondo.
Rachel aveva ventitre anni. Da qualche mese era a Rafah dove cercava di fare quello che ogni persona con un po’ di senno e di coraggio dovrebbe fare, cercare di fermare le ingiustizie.
Rafah è l’estremo sud della Striscia di Gaza, la prigione più grande del mondo, una delle aree più densamente popolate del mondo. Rafah è la fine del mondo, il posto dove muoiono le speranze, in una tormenta di sabbia, la sabbia del deserto. in una tormenta di rabbia, la rabbia della Palestina.
La tormenta, il tormento. La terra trema ai cingoli dei carri armati e non scoppia. Tremo ai cingoli dei carri armati e scoppio. A Rafah, la fine del mondo, il paesaggio cambia giorno dopo giorno e ci si perde a guardare questa decadente scenografia mutare.
Cambiano le forme e i colori. E tutto mi sembra grigio. A rafah i bulldozer dei forti demoliscono le case, per millantate ragioni di sicurezza.
Centinaia di case ora sono macerie, quelle grigie. Centinaia di famiglie sono senza casa, se per assurdo si può chiamare casa quattro mura di mattoni in un campo profughi, uno dei tanti.
C’è qualcuno, qui in Palestina, che resiste alle tormente e ai tormenti, quelli che affliggono i palestinesi fino a farli scoppiare. E loro scoppiano davvero e qualcuno non ne capisce i motivi. Ma questa non è una giustificazione. Nella Striscia di Gaza ci sono delle formiche. delle formiche bianche.
Piccole formiche bianche. Sono persone che lasciano le loro case, laddove non rumoreggiano cannoni, e se stanno sotto il sole di Palestina che già a marzo scotta. E se ne stanno sotto il sole, davanti ai bulldozer, davanti ai carri armati dei forti mentre distruggono una casa o abbattono un aranceto.
“E dove fanno deserto quella chiamano pace” ce ne stavamo così, sotto un sole di marzo, a pochi metri da quei bulldozer, spaventosi alla vista, che incuranti del mondo pattinavano su un aranceto.
Ce ne stavamo lì, piccole formiche bianche. Perché sembravamo delle formiche di fronte a quel mastodonte di metallo verdastro.
Ce ne stavamo lì sotto il sole di marzo e cercare di capire perché. Avremmo voluto chiedere a loro perché e per cosa ma non ci hanno permesso di avvicinarci.
Ci hanno fatto ‘no’ con il cannone del carro armato e hanno sparato in aria. Ce ne siamo rimasti lì, col passaporto in mano e quelle casacchine chiare che ci rendevano formiche bianche.
Non c’è stato verso di fermarli, non c’è stato verso di parlare. Hanno spianato e sparato.
Tornando a casa mi convincevo dell’ennesimo fallimento. Niente sembra fermarli, niente, o forse si. Un’ora dopo essere andati via i mastodonti dei forti si sono ritirati lasciandosi dietro tronchi sradicati e arance morte.
La gente pensa che sia stata la nostra silenziosa presenza a dissuaderli. Ci piace pensare che i mastodonti verdi abbiano avuto paura delle formiche bianche.
Chi ha paura delle formiche bianche?
Ieri una formica bianca è rimasta schiacciata. A Rafah ieri i mastodonti verdi stavano demolendo una casa e le formiche, che sono piccole e camminano piano, si sono messe in mezzo.
Il mastodonte, il bulldozer dell’esercito israeliano, dice di non averla vista ed ha tirato avanti seppellendola coi detriti. I detriti grigi che fanno il paesaggio di Rafah grigio, come in bianco e nero.
L’ho vista una sola volta Rachel, coi capelli biondi che spuntavano dal velo che aveva deciso di mettere, per rispetto alla gente del posto.
Da gennaio Rachel era in Palestina, e faceva quello che una formica bianca può fare, mettersi in mezzo.
Ma il mastodonte l’ha seppellita. Non so dire se in quel momento qualcuno ha avuto paura di quella formica bianca. So soltanto che forte della sua stazza il mastodonte ha tirato avanti uccidendola.
E ripenso a me, formica tra le altre sei formiche bianche, qualche giorno prima davanti agli stessi mastodonti. E gli occhi inciampano su un pensiero: eravamo formiche uguali, bianche.
Dove volano le formiche bianche quando muoiono? E chi ha paura delle formiche bianche? Forse più nessuno ora.
I carri armati cigolano, i bulldozer pattinano su case e campi coltivati. E’ la quotidianità palestinese, dove se esci di casa non sai se ci tornerai.
Non solo perché forse avrai da passare una notte fermo ad un check-point ma perché forse il bulldozer la sta tirando giù. E non c’è preavviso.
Solo “ragioni di sicurezza”. o la ragione del più forte, di chi sa di rimanere impunito. La quotidianità della Striscia di Gaza sono le torrette e gli avamposti militari, sono le strade dei coloni e i muri di cemento, sono i tetti rossi degli insediamenti e i muri mitragliati delle case nei campi profughi.
La quotidianità della Striscia di Gaza sono i bambini scalzi e smoccioloni che scalano collinette di macerie di case demolite, sono i piedi nella sabbia di un campo di calcio troppo vicino ad un insediamento israeliano. Dove si gioca una doppia partita. Col pallone e con la vita.
Ieri a Khan Yunis un’altro ragazzino è stato ammazzato dal fuoco israeliano, mentre giocava a calcio. Ieri a Rafah una formica bianca è stata ammazzata. Forse davvero nessuno ha paura delle formiche bianche.
Abbiamo deciso ugualmente di restare qui, anche se nessuno ha paura delle formiche bianche. Abbiamo occhi e voce.
Ma a volte non abbiamo lacrime e parole. Abbiamo un biglietto di ritorno, per poter raccontare quello che succede qui, in questa terra che agli occhi dei media sembra essere silente. Ed invece non c’è un minuto di silenzio. Non si parla più della Palestina, come se fosse scoppiata la pace.
Ma forse davvero la pace è il deserto. E’ un giorno amaro. e mi sono scoppiati i pensieri.
Chi ha paura delle formiche bianche?

“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”

Fabio

 

http://www.operazionecolomba.it/palestina-israele/1514-gaza-chi-ha-paura-delle-formiche-bianche.html

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