Ragazzini palestinesi – da soli e disorientati – nella prigione

Guardian  01 Marzo 2012

Speciale: Il sistema della giustizia militare di Israele è accusato di maltrattamenti ai danni dei ragazzini palestinesi arrestati per aver tirato dei sassi

La stanza è appena più ampia del sottile e sporco materasso che copre il pavimento. Dietro ad un basso muro di cemento c’è un cesso alla turca il cui fetore non ha vie d’uscita nella parete priva di finestre. Le pareti di cemento ruvido impediscono anche il semplice appoggiarsi; mentre le luci sopra, costantemente accese, impediscono di riposare. L’unico modo per misurare lo scorrere del tempo, per distinguere il giorno dalla notte, è dato dall’aprirsi della sottile feritoia attraverso la quale fanno passare il cibo.

Questa è la Cella 36, dentro alla prigione di Al Jalame, nel nord di Israele. È una di una manciata di celle nella quale sono chiusi dei ragazzini palestinesi, tenuti in isolamento per giorni o settimane. Un ragazzino di 16 anni ha dichiarato di essere stato tenuto nella Cella 36 per 65 giorni.

L’unica uscita dalla cella è per andare nella stanza degli interrogatori, dove i ragazzini sono ammanettati mani e piedi ad una sedia mentre vengono interrogati, a volte per ore.

Le accuse sono soprattutto di aver tirato sassi ai soldati od ai coloni, in alcuni casi di aver lanciato una bottiglia molotov, in pochi casi si tratta di accuse più gravi quali quella di essere collegati ad organizzazioni militanti od armate. Sono messi sotto pressione anche per aver informazioni circa le attività e le simpatie dei loro compagni, parenti e vicini di casa.

All’inizio, quasi tutti negano le accuse. La maggior parte dice di essere stata minacciata; alcuni parlano di violenze fisiche. Di abusi verbali: «Sei un cane, figlio di una cagna» è una frase comune. Molti sono sfiniti dalla mancanza di sonno. Giorno dopo giorno vengono ammanettati alla sedia per poi ritornare in isolamento. Alla fine, in molti firmano delle confessioni che poi dichiarano essere state loro estorte.

Queste affermazioni, insieme alle descrizioni, provengono da degli affidavit consegnati dai minori a delle organizzazioni internazionaliper i diritti umani e da interviste del Guardian. Nelle prigioni di Al Jalame e di Petah Tikva ci sono altre celle usate per l’isolamento, ma la Cella 36 è quella citata più spesso in queste testimonianze.

Ogni anno i soldati israeliani arrestano fra i 500 ed i 700 ragazzini palestinesi, nella maggior parte dei casi con l’accusa di aver tirato dei sassi. Dal 2008, la DCI (Defence for Children International), ha raccolto delle testimonianze giurate da 246 minori incarcerati dal sistema giudiziario militare israeliano.

Le loro dichiarazioni mostrano una consuetudine ad effettuare arresti di notte, ad ammanettare con fascette di plastica, a bendare gli occhi, agli abusi verbali e fisici ed alle minacce. Il 9% di quelli che hanno rilasciato degli affidavit dichiarano di essere stati tenuti in isolamento, benché negli ultimi 6 mesi la percentuale sia drammaticamente salita al 22%.

Sono pochi i genitori ai quali venga detto dove si trovino i loro figli. Difficilmente ai ragazzini vengono chieste cose davanti ai loro genitori e raramente si vedono avvocati prima o durante gli interrogatori. La maggior parte sono incarcerati nel territorio di Israele, il che rende molto difficili le visite dei famigliari.

Le organizzazioni dei diritti umani spiegano che questi modelli di comportamento – che sono stati confermati da una ricerca autonoma, No Minor Matter, portata avanti dal  B’Tselem, un gruppo israeliano – violano sia la convenzione internazionale per i diritti del bambino, che è stata ratificata da Israele, che la quarta convenzione di Ginevra.

La maggior parte dei ragazzini, nonostante le confessioni e l’ammissione di colpevolezza, si dichiarano innocenti delle accuse loro mosse, così riferisce Gerard Horton della DCI. Ad ogni modo – prosegue – quello che devono subire non ha nulla a che vedere con innocenza o colpevolezza.

«Non stiamo dicendo che non siano stati commessi dei reati, stiamo dicendo che i ragazzini hanno dei diritti umani. Indipendentemente dalle accuse loro mosse, non dovrebbero essere arrestati nel pieno della notte con incursioni terrorizzanti, non dovrebbero essere legati in modo doloroso e men che meno alla fine bendati per ore. Dovrebbero essere informati del loro diritto di rimanere in silenzio  e dovrebbe essere loro riconosciuto il diritto di avere un genitore presente durante l’interrogatorio».

Mohammad Shabrawi, un ragazzino di 16 anni, è stato arrestato il gennaio scorso nel pieno della notte, alle 2 e 30, nella città di Tulkarm, nella Sponda Ovest. «Quattro soldati sono entrati nella mia camera da letto ed hanno detto che dovevo seguirli. Non hanno detto perché né a me né ai miei genitori», questo ha riferito al Guardian.

Ammanettato con una fascetta di plastica e bendato, ritiene di essere stato portato prima di tutto in un insediamento israeliano, dove è stato fatto inginocchiare – ancora bendato ed ammanettato – per un’ora nel mezzo di una strada asfaltata nel pieno del gelo della notte. Un secondo trasferimento si concluse circa alle 8 del mattino nel carcere di Al Jalame, noto anche come prigione Kishon, nel mezzo dei campi vicini alla strada da Nazareth ad Haifa.

Dopo un controllo medico di routine, Shabrawi fu portato nella Cella 36. Vi passò 17 giorni in totale isolamento, se si eccettua per gli interrogatori, lì e nella Cella 37, così racconta. «Ero solo, spaventato tutto il tempo, col bisogno di parlare con qualcuno, ero stanco di essere solo. Volevo disperatamente qualcuno, chiunque, con cui parlare… ero così esasperato che quando fui fuori dalla cella e vidi la Polizia, e parlavano in ebraico ed io non li capivo, facevo sì con la testa come se avessi capito, perché volevo disperatamente comunicare».

Durante l’interrogatorio era ammanettato. «Mi hanno insultato ed hanno minacciato di arrestare la mia famiglia se non avessi confessato», così ricorda e prosegue: «Ho visto un avvocato solo dopo 20 giorni dall’arresto e mi sono state mosse accuse solo dopo 25 giorni. Mi accusarono di una lista di cose» nessuna delle quali vere, conclude.

Alla fine Shabrawi confessò di far parte di un’organizzazione fuorilegge e fu condannato a 45 giorni. Da quando è stato liberato dice di «essere terrorizzato dai militari e dall’idea di essere nuovamente arrestato». La madre dice che è diventato scontroso.

Ezz ad-Deen Ali Qadi, di Ramallah, aveva 17 anni quando è stato arrestato lo scorso gennaio. Descrive di aver subito un trattamento analogo sia durante l’arresto che nella detenzione. Ricorda di essere stato tenuto in isolamento ad Al Jalame per 17 giorni nelle celle 36, 37 e 38.

Racconta al Guardian: «All’inizio incominci a ripeterti le domande che ti fanno negli interrogatori, poi ti chiedi se è vero quello di cui ti accusano. La cella ti preme addosso. Poi pensi alla tua famiglia e ti senti come se ti stessero rubando il futuro. Il peso dello stress è forte».

Durante gli interrogatori, il trattamento che avrebbe subito sarebbe dipeso dallo stato d’animo di chi l’interrogava: «Se era in buona, poteva permettermi di stare seduto sulla sedia senza le manette. All’opposto, ti obbligava a sederti su una piccola sedia che aveva dietro un anello di ferro, attaccava le mani all’anello ed i tuoi piedi alla sedia. Poteva tenerti così per 4 ore. Era molto doloroso. A volte ti prendono in giro. Ti chiedono se vuoi dell’acqua e se dici sì te la portano e… se la beve quello che ti interroga».

Durante i 51 giorni che hanno preceduto il processo, Ali Qadi non ha visto i suoi genitori e ricorda di aver potuto vedere il suo avvocato solo dopo 10 giorni. È stato accusato di aver gettato dei sassi e di aver progettato delle operazioni militari, e dopo aver confessato, è stato condannato a 6 mesi di prigione. Il Guardian ha affidavit di altri 5 ragazzi che dichiarano di essere stati incarcerati in isolamento ad Al Jalame ed a Petah Tikva. Tutti confessarono dopo gli interrogatori.

Dice Horton: «L’isolamento spezza il carattere di un ragazzo. I ragazzini ti dicono che dopo una settimana di quel trattamento, confessi per il solo motivo di essere tirato fuori da quella cella».

L’ISA (Israeli security agency), nota anche come Shin Bet, ha dichiarato al Guardian che: «Nessun interrogato, minori inclusi, viene tenuto in isolamento quale misura punitiva od al fine di ottenere una confessione».

Il sistema carcerario israeliano non ha risposto a domande specifiche sull’isolamento ed ha solo dichiarato che: «l’incarcerazione dei prigionieri è… sottoposta a valutazioni legali».

I detenuti minorenni riferiscono anche di metodi violenti di interrogatorio. Il Guardian ha intervistato il padre di un minore che sconta una condanna a 23 mesi per aver tirato sassi a dei veicoli militari.

Ali Odwan, da Azzun, racconta che suo figlio Yahir aveva 14 anni quando fu arrestato e che durante l’interrogatorio gli diedero delle scariche elettriche con un Taser.

«Ho fatto visita a mio figlio in carcere ed ho visto i segni della scarica elettrica su entrambi le sue braccia, si vedevano da dietro i vetri. Gli ho chiesto se erano state scariche elettriche, ha fatto sì con la testa. Era preoccupato che qualcuno potesse sentirlo», racconta Odwan.

La DCI ha affidavit da 3 minori accusati di aver lanciato sassi i quali affermano di aver ricevuto nel 2010 delle scariche elettriche durante gli interrogatori.

Un altro giovane di Azzun, Sameer Saher, aveva 13 anni quando fu arrestato alle 2 di notte. «Un soldato mi tenne a testa in giù e mi portò verso una finestra e mi disse: ‘Ora ti lancio giù dalla finestra’. Mi percuotevano sulle gambe, la pancia e la faccia», così spiega.

Interrogato, fu accusato di lancio di sassi e gli chiesero i nomi di amici che avevano tirato i sassi. Fu rilasciato senza accuse dopo 17 ore dall’arresto. Ora, dice, ha difficoltà  a dormire per paura «che vengano di notte ad arrestarlo».

In relazione alla questione dei trattamenti violenti, tipo scariche elettriche, l’ISA ha dichiarato: «Le affermazioni che giovani palestinesi siano sottoposti a tecniche di interrogatorio che includono percosse, lunghi periodi con le manette, minacce, calci e violenza verbale, umiliazione, isolamento e veglia forzata, sono totalmente prive di fondamento… Gli investigatori agiscono secondo le leggi e seguono delle linee guida che proibiscono tali azioni».

Il Guardian ha potuto visionare dei rari filmati di interrogatori di due ragazzi, di 14 e 15 anni, del villaggio di Nabi Saleh, dove ci furono delle settimane di protesta contro i coloni vicino. Sono entrambi visibilmente spossati dopo essere stati arrestati a notte fonda. I loro interrogatori, iniziati alle 9 e 30 del mattino, sono poi proseguiti per 4 e 5 ore.

A nessuno dei due viene detto del proprio diritto a rimanere in silenzio, ad entrambi vengono poste ripetutamente delle domande rilevanti, fra le quali i nomi di quelli che li hanno spinti a tirare i sassi. Ad un certo punto, siccome uno dei ragazzi appoggia la testa sul tavolo, l’investigatore lo colpisce d’improvviso e gli urla: «Tu, tira su la testa». Durante l’altro interrogatorio, uno degli investigatori ripetutamente fa il gesto di prendere a pugni il suo stesso centro del palmo della mano, con fare minaccioso. Il ragazzino scoppia in lacrime, dicendo che il giorno dopo ha un’interrogazione a scuola. E singhiozza: «Mi bocceranno, dovrò ripetere l’anno».

In nessuno dei due casi c’era ovviamente un avvocato. Da quando Israele ha occupato i territori della Sponda Ovest, più di 44 anni fa, vi viene applicata la legge militare israeliana. Da allora, più di 700.000 palestinesi, uomini, donne e bambini sono stati incarcerati agli ordini dei militari. In base all’ordine militare numero 1.651, l’età per essere accusati di crimini è 12 anni; bambini sotto i 14 anni rischiano un minimo di 6 mesi di carcere.

Inoltre, bambini di 14 e 15 anni di età, in teoria, possono essere condannati fino a 20 anni di carcere per aver gettato un oggetto contro un veicolo in movimento con l’intento di danneggiarlo. Di fatto, secondo la DCI la maggior parte delle sentenze varia dalle 2 settimane ai 10 mesi.

Nel settembre 2009, è stato costituita uno speciale tribunale per i minori, si riunisce ad Ofer, una prigione militare fuori da Gerusalemme, due volte la settimana. I minori sono portati in aula ammanettati mani e piedi, con indosso divise marroni da carcerati. Le procedure sono in ebraico, interrotte da traduzioni fornite da soldati che parlano arabo.

Il servizio carcerario israeliano ha detto al Guardian che l’uso di mezzi di contenzione in pubblico è consentito nei casi nei quali «c’è ragionevole timore che il prigioniero possa scappare, o danneggiare la proprietà, od il suo corpo, o danneggiare le prove o di appropriarsi di una prova».

Questo mese il Guardian è stato testimone di un caso nel quale due ragazzini, di 15 e 17 anni, hanno ammesso di essere entrati illegalmente in Israele, di aver lanciato una molotov e dei sassi, di aver appiccato un incendio che ha causato gravi danni, e di aver danneggiato delle proprietà. Il pubblico ministero ha chiesto una sentenza che riflettesse le «motivazioni nazionaliste» degli imputati e che fosse di esempio.

Il ragazzino di 17 anni è stato condannato a 33 mesi di carcere, il più giovane a 26. Una pena aggiuntiva di 24 mesi è stata sospesa, mentre è stata loro inflitta una multa di 10.000 Shekels ( poco meno di 2.000 euro ). Il mancato pagamento di tale multa causerà altri 10 mesi di carcere.

Numerose delegazioni di parlamentari britannici hano assistito alle udienze a carico dei ragazzini tenutesi ad Ofer lo scorso anno. Alf Dubs, ne ha riferito lo scorso maggio alla camera dei Lords dicendo: «Abbiamo visto un ragazzino di 14 anni ed uno di 15 entrambi in lacrime, entrambi assolutamente disorientati… non riesco a credere che una simile umiliazione rappresenti la giustizia. Credo che il modo stesso con il quale sono stati trattati questi due giovani, rappresenti in sé un ostacolo al raggiungimento di una relazione pacifica fra Israele ed il popolo palestinese».

Lisa Nandy, che lo scorso mese ad Ofer ha assistito al processo a carico di un 14enne ammanettato, ha trovato l’esperienza disturbante. «In 5 minuti lo hanno dichiarato colpevole di aver tirato dei sassi e lo hanno condannato a 9 mesi di carcere. È stato sconvolgente vedere un ragazzino subire un processo del genere. È difficile immaginare come si possa ottenere una soluzione politica quando dei giovani sono trattati in questo modo e ne vengono fuori con poche speranze per il futuro e molta rabbia per come sono stati trattati».

Horton ha detto che un’ammissione di colpevolezza è «il modo più veloce per tirarsene fuori». Se i ragazzi dicono che la loro confessione è stata estorta «ciò conferisce loro la possibilità di una difesa legale, ma siccome viene negata loro la libertà su cauzione, alla fine rimarrebbero in carcere più a lungo di quanto non rimangano semplicemente dichiarandosi colpevoli».

Una perizia scritta a maggio 2011 da Graciela Carmon, una psichiatra dell’età evolutiva membro della Physicians for Human Rights, spiega che i ragazzini sotto la pressione coercitiva è molto facile che forniscano false confessioni. «Benché alcuni detenuti comprendano che il fornire una confessione di colpevolezza a fronte della loro innocenza, possa avere delle ripercussioni negative nel futuro, nonostante ciò confessano in quanto l’angoscia fisica e/o mentale che vivono nel presente supera (quella del) le future conseguenze, qualunque esse possano essere».

Quasi tutti i casi documentati dalla DCI si sono conclusi con un’ammissione di colpevolezza ed almeno il 75% dei minori incarcerati sono stati trasferiti in carceri all’interno di Israele. Questo contravviene all’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra, stando al quale i minori e gli adulti di territori occupati, siano detenuti all’interno dei loro territori.

L’esercito israeliano (IDF, Isreali Defence Force, ndt), che è responsabile tanto degli arresti quanto delle procedure giudiziali militari sulla Sponda Ovest, ha dichiarato il mese scorso che il sistema giudiziario militare era «forte del proprio impegno nel garantire i diritti degli imputati, della propria imparzialità giudiziaria e dell’attenzione nel mettere in pratica le norme legali internazionali pur in situazioni incredibilmente complesse e pericolose».

L’ISA ha dichiarato che i propri dipendenti agiscono stando alle leggi, che ai detenuti sono riconosciuti i pieni diritti che possono vantare, fra i quali il diritto all’assistenza legale ed alle visite da parte della Croce Rossa. «L’IAS nega categoricamente tutte le dichiarazioni relative agli interrogatori dei minori. Tanto che è vero l’esatto opposto: le linee guida dell’ISA garantiscono ai minori quelle speciali protezioni legate all’età».

Mark Regev, portavoce del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, ha detto al Guardian: «Se i detenuti ritengono di essere stati maltrattati, soprattutto nel caso di minori… è molto importante che queste persone, o quelle che le rappresentano, si facciano avanti e sollevino la questione. La misura di una democrazia si ricava da come tratta le persone incarcerate, i detenuti, in particolare se minori».

Il lancio di sassi – ha poi aggiunto – è un’attività pericolosa che l’anno scorso ha causato la morte di un papà con il suo bambino.

«Il lancio di sassi, come di bottiglie molotov ed altre forme di violenza, è inaccettabile. E le autorità di sicurezza devono metter loro fine quando si verificano».

I gruppi per i diritti umani sono preoccupati per l’impatto a lungo termine delle detenzioni di minori palestinesi. All’inzio alcuni minori mostrano una certa spavalderia quasi fosse un rito di passaggio, ha detto Horton. «Ma quando parli con loro un’ora o giù di lì, sotto quella maschera di spavalderia ci sono dei ragazzini chiaramente traumatizzati». Molti di loro, aggiunge, non riescono nemmeno a guardare un soldato o ad avvicinarsi ad un punto di controllo. «Pensa che questo sistema agisca da deterrente? Sì, penso lo sia».

Stando a Nader Abu Amsha, direttore dell’YMCA a Beit Sahour, vicino a Betlemme – che dirige un programma di riabilitazione per minori – «le famiglie credono che quando il figlio viene liberato, il problema sia finito. Noi spieghiamo loro che invece è l’inizio».

Dopo il carcere, molti minori mostrano i segni di un trauma: incubi, sfiducia negli altri, paura del futuro, sentimenti di impotenza o di non valere nulla, comportamenti ossessivo-compulsivi, bagnano il letto, sono aggressivi, schivi e demotivati.

Le autorità israeliane, ha detto Abu Amsha, dovrebbero prendere in considerazione le conseguenze a lungo termine. «Non danno la minima importanza al fatto che tutto ciò possa alimentare il circolo vizioso della violenza, di come tutto ciò alimenti l’essere odiati. Questi bambini vengono fuori con molta rabbia, Alcuni di loro sentono che vogliono vendetta».

«Vedi dei ragazzini completamente spezzati, ed è doloroso vedere il dolore di questi bambini, vedere come vengano strizzati dal modo di fare di Israele».

Harriet Sherwood dalla Sponda Ovest

http://www.guardian.co.uk/world/2012/jan/22/palestinian-children-detained-jail-israel

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