Rageh Omaar : si aggrappa al vecchio ordine arabo a suo rischio e pericolo

Naturalmente, le vecchie abitudini e i vecchi istinti forgiati da oltre trent’anni di interessi strategici reciproci non si sbricioleranno in una sola notte. Il presidente Obama e il senatore John McCain si sono preoccupati di sottolineare come Mubarak sia stato un amico degli Stati Uniti e un alleato sulle questioni israelo-palestinesi e su quelle relative ai movimenti islamisti.
Da giornalista occidentale che ha vissuto e lavorato nella regione, ritengo che forse la visione del mondo e le convinzioni dietro questo concetto rappresentino l’aspetto più sconvolgente di questa crisi. Il motivo è il modo assolutamente diverso con cui le proteste anti-regime in Egitto, Tunisia e Yemen vengono percepite e analizzate nel mondo arabo e in Occidente. Questi due mondi potrebbero vedere le stesse immagini in diretta da Piazza Tahrir o dal centro di Tunisi, ma leggerle in modo completamente diverso.
Ovunque nel mondo arabo si riconosce apertamente che sta avendo luogo una trasformazione storica. Il consenso arabo dominante degli ultimi 50 anni è in frantumi e non si può tornare indietro – indipendentemente dal tipo di formula, compromesso, o mediazione a cui si è giunti per permettere “una transizione ordinata”, per usare l’inflazionato eufemismo diplomatico del momento.
E, tuttavia, si accenda la televisione o si apra un giornale in Occidente e si comprenderà come vi siano ancora un sacco di perplessità: saranno i Fratelli Musulmani ad assumere il potere? Che ne sarà della stabilità della regione? Come deve relazionarsi ora l’Occidente con dei governanti che sono stati per così tanto tempo suoi alleati? Come deve contribuire l’Occidente alla creazione di organismi di transizione?, ecc … A volte sembra che non siano solo gli autocrati a non comprendere che la partita è finita: anche molti governi e analisti occidentali sembrano non capirlo.
Il senno di poi è una cosa meravigliosa in questi momenti, eppure sarebbe difficile trovare delle persone che negli ultimi trent’anni hanno vissuto e lavorato in Medio Oriente come giornalisti, diplomatici o uomini d’affari, che siano del tutto sorprese per i cambiamenti sociali e demografici che hanno determinato questo sconvolgimento politico. Le rivoluzioni che oggi stanno sconvolgendo il mondo arabo, e quelle che inevitabilmente avranno luogo nei prossimi mesi e anni, sono il risultato di 30 anni di preparazioneIn questo periodo, il mondo arabo ha subito dei cambiamenti sociali irreversibili i quali sono stati semplicemente ignorati dall’Occidente e dai governanti arabi. Una statistica incredibile riassume questa situazione: due terzi dei 350 milioni di persone nel mondo arabo hanno meno di 35 anni.
Si tratta di una nuova generazione che non vede la propria società e il proprio mondo nello stesso modo in cui essi vengono visti dall’Occidente. Sono stato in Tunisia durante la caduta di Ben Ali e alcuni analisti occidentali mi dicevano che quello che stava accadendo in Tunisia era un avvenimento eccezionale ed isolato, e che un paese come l’Egitto sarebbe stata una cosa completamente diversa, con un apparato di sicurezza troppo forte. Ora, gli analisti dicono che l’esempio egiziano semplicemente non può ripetersi in Yemen (perché la società è troppo tribale), che non può riproporsi in Siria perché Bashar al-Assad non è così disprezzato come Mubarak, e così via.
Questa generazione di giovani arabi è cresciuta in un periodo in cui si sono sviluppati mass media arabi indipendenti, coraggiosi e globali. Sono tutti in grado di vedere e di entrare in empatia con le vite degli altri: gli egiziani sanno come vivono i giordani, gli yemeniti sanno come la pensano gli algerini. Non era così 20 anni fa. I giovani arabi vedono repressione, corruzione, aspirazioni deluse, oltre alla cultura giovanile che sta emergendo dall’Iraq al Marocco – e per di più sono in grado di dire la loro su quello che vedono.
Queste richieste, aspirazioni e ambizioni sono universali. Tutti guardano il Pop Idol arabo, tutti seguono i propri artisti hip-hop cantare di povertà e corruzione … e sì, tutti sono su Facebook.
La globalizzazione ha anche fatto sì che milioni di arabi provenienti da paesi come la Siria, l’Egitto e l’Algeria siano emigrati, abbiano lavorato e vissuto all’estero e visto cose che vorrebbero ritrovare nei loro paesi.
Non si tratta solo di paroloni come democrazia, diritti umani e elezioni libere ed imparziali. Si tratta di semplici calcoli di dove i nostri interessi in Medio Oriente si troveranno nei prossimi 30 anni. Non si fraintenda, mentre questa nuova generazione emergente nel mondo arabo aspira all’ideale occidentale di una vita aperta e libera, è cresciuta in società ed economie in cui lentamente ma concretamente paesi come la Russia, l’India, il Sudafrica e soprattutto la Cinastanno iniziando a fare affari e corteggiare i giovani imprenditori, burocrati e diplomatici del mondo arabo.Un interrogativo che da cinque anni si sente sussurrare in Medio Oriente è questo: perché aspettare sempre l’Occidente, quando i cinesi stanno bussando alla nostra porta senza farci tribolare? Basti pensare ai paesi in cui di recente la Cina ha ottenuto dei punti d’appoggio – è un produttore di petrolio in Iraq e in Sudan, ha enormi interessi in Iran ed è fortemente impegnata in Etiopia, dove estrae petrolio. Ho incontrato imprenditori e tecnici cinesi anche nel nord del Pakistan, e su una spiaggia del Mar Rosso, nel nord della Somalia, a sole tre ore di navigazione dallo Yemen.La Cina si sta creando dei punti fermi nella regione, e continuerà a farlo a meno che non ci rendiamo conto che quei leader sui quali abbiamo puntato negli ultimi 30 anni sono oramai completamente fuori dal gioco. Questa nuova generazione non ci perdonerà se continueremo ad andar dietro a questi vecchi autocrati il cui tempo è chiaramente scaduto, invece di seguire questa nuova generazione che governerà la regione. Dal punto di vista arabo, a volte sembra che gli Stati Uniti e i loro alleati europei stiano perdendo la loro egemonia in Medio Oriente in un momento di distrazione.William Hague fa bene ad essere uno dei primi (se non il primo) ministri degli esteri di una grande potenza occidentale ad andare a Tunisi ad incontrare il governo ancora embrionale preso in consegna dal regime di Ben Ali. Ma non serve a molto compiere questi gesti a cose fatte – tutto il mondo arabo deve sapere che anche noi stiamo ora guardando al futuro della regione, invece di cercare di puntellare il suo passato.
Il nostro interesse è ora quello di apparire come degli amici impegnati a sostenere le aspirazioni che stanno emergendo dalle piazze delle capitali arabe. Se tentenniamo o appariamo reticenti, perderemo credibilità e potere di contrattazione con i nuovi leader che senza dubbio emergeranno nei prossimi mesi e anni. Se tergiverseremo, a lungo termine l’effetto a livello strategico sarà di portata enorme – a beneficio di paesi come la Cina
Pubblicato da arial a 08:05
mercoledì 16 febbraio 2011
Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina
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