Ramallah, Gaza: crisi d’identità

REDAZIONE 15 SETTEMBRE 2013

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di Ramzy Baroud – 14 settembre 2013

La distanza tra Gaza e Ramallah in puri chilometri è a malapena significativa. Ma in pratica entrambe le città rappresentano due realtà politiche diverse, con dimensioni culturali e socioeconomiche imprescindibili. Anche i loro orizzonti geopolitici sono enormemente diversi: Gaza è situata all’interno dei suoi immediati dintorni e tumulti arabi, mentre Ramallah è occidentalizzata in troppi aspetti per poterli elencare. In anni recenti il divario si è ampliato come mai prima.

Naturalmente Gaza e Ramallah sono sempre state, per certi aspetti, dissimili. La demografia, la dimensione, la topografia e la prossimità geografica a paesi arabi con priorità politiche differenti le hanno sempre rese separate e distinte. Ma l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, della West Bank e di Gaza nel 1967 aveva decisamente separato Ramallah dal suo elemento giordano e Gaza dal suo ambiente politico egiziano. Anche se sono entrambe città palestinesi, decenni di gravitazione sullo sfondo degli affari collettivi arabi hanno creato una distanza che a volte è stata avvertita troppo grande per essere ridotta. L’occupazione israeliana ha tuttavia rivitalizzato quell’esperienza palestinese comune di una lotta condivisa contro un nemico comune. Nonostante i suoi molti difetti, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) alla fine ha colmato il vuoto di leadership, così unificando i ranghi dei palestinesi di Ramallah, Gaza e della diaspora palestinese.

Nonostante la sua corruzione endemica e le sue credenziali democratiche discutibili l’OLP ha fatto più che soltanto unificare i palestinesi attorno a un insieme di ideali politici e di ‘costanti’, e nel corso degli anni ha contribuito a tessere un discorso politico palestinese unico, carico di riferimenti rivoluzionari, globale nella sua estensione e tuttavia esclusivamente palestinese nel suo atteggiamento. C’è stato in effetti un tempo in cui un insegnante palestinese in Kuwait aveva ideali simili a quelli di un profugo del Libano, di uno studente in Russia e di un lavoratore di Gaza.

Quei tempi sono finiti da molto e molti fattori hanno contribuito alla fine del discorso palestinese collettivo. Situazioni regionali e internazionali hanno condotto alla frammentazione dell’OLP e all’ascesa dell’era di Oslo sotto il patronato degli Stati Uniti e di altri governi occidentali. Non che l’acquiescenza della dirigenza palestinese nel settembre 1993 fosse del tutto inattesa, ma la velocità e la direzione di quella ritirata sono state così eccessive e punitive da rappresentare una crisi paragonabile a precedenti sconfitte militari arabe. Una sconfitta in battaglia spesso ha come conseguenza predominanti alternanze nel territorio, ma Oslo è stata una sottomissione alla sconfitta e l’accettazione, se non l’abbraccio, di tutte le sue risultanti. Una sconfitta psicologica è peggio di una conquista su un campo di battaglia.

A volte apertamente e altre volte subdolamente i rapporti che unificavano la società palestinese da generazioni hanno cominciato a dissolversi. L’OLP è stata velocemente messa in disparte a favore della sua copia localizzata, l’atrocemente settaria Autorità Palestinese. Le fazioni all’esterno dell’OLP sono cresciute in rilevanza e portata nel tentativo di colmare il vuoto. Gruppi come Hamas, tuttavia, non erano preparati alla loro improvvisa impennata. Anche se includevano la resistenza che si opponeva alla resa dell’Autorità Palestinese, mancavano di un discorso politico e di un linguaggio unificante affinati. Si appellavano a un mondo islamico che non esiste nella realtà come forza politica e alla fine si sono risolti a una dipendenza quasi completa da pochi stati arabi con priorità confuse, ma minacciose ed egoistiche.

Non è più chiaro che cosa Gaza e Ramallah abbiano ancora in comune. E’ evidente che le lingue parlate in entrambe queste città sono diverse, le doglianze variano, e le aspettative politiche non vanno più in tandem. Questo è in realtà molto più pericoloso di un caso di dirigenza fallita, poiché è un esaurimento di un discorso nazionale o anche peggio, una frammentazione di un’identità nazionale.

Naturalmente molti palestinesi in molti luoghi hanno ancora profondamente a cuore la Palestina, ma non nello stesso modo o, più specificamente, in generale non si schierano per la “causa palestinese” attorno a un insieme di obiettivi comuni, derivanti da un insieme di comuni ideali. Questo è forse uno dei motivi per cui il movimento per il Boicottaggio, i Disinvestimenti e le Sanzioni (BDS) negli anni recenti è cresciuto esponenzialmente diventando qualcosa di più di un gruppo di attivisti che sollecitano un boicottaggio delle merci israeliane e simili. C’è una chiara sete di alternative. Oslo ha fatto più che dividere i palestinesi in molti filoni politici. Ha anche confuso e frammentato i loro sostenitori.

Quando lo scomparso leader palestinese Yasser Arafat firmò gli accordi di Oslo vent’anni fa, il dibattito era allora incentrato su idee e temi che sono rilevanti ancora oggi: negoziare la pace in mezzo alla crescita di insediamenti illegali e sotto l’occupazione militare, la mancanza di un mandato morale e politico di Arafat per cancellare diritti storici di un’intera nazione, la sincerità di Israele e la predisposizione statunitense a sostenere Israele in qualsiasi situazione, eccetera. Ma per i palestinesi il dibattito dovrebbe e deve essere ampliato a includere i pericoli che è improbabile permangano dopo la morte dei cospiratori di Oslo.

Domande coraggiose e molto difficili devono essere poste e affrontate senza foga e senza ulteriori divisioni. Quanto a lungo il popolo palestinese può mantenere il proprio senso di nazionalità in un contesto di tribalismo politico, di divisione geografica, di settarismo, di discorsi mediatici incessantemente polarizzanti, di affitto dell’indipendenza politica palestinese ai donatori e ai paesi del Golfo, di emarginazione della Palestina sulla scia dei tumulti e delle guerre civili del mondo arabo, e di molto altro? Ci si può aspettare che i palestinesi conservino il loro senso di identità comune unicamente basandosi sul loro senso condiviso di giustizia sollecitato dall’occupazione, dall’Apartheid e dalle discriminazioni israeliane?

La Palestina è più che una bandiera e un inno nazionale e i palestinesi sono uniti da più che dalla loro affiliazione a una fazione, dalle simpatie politiche o della loro avversione per i soldati e i posti di controllo militari israeliani.  Ma né la dirigenza politica di Ramallah né quella di Gaza è in grado di definire o rappresentare la vera identità palestinese che si estende nello spazio e nel tempo. La frammentazione dell’identità palestinese non cesserà, anzi si intensificherà se non sarà introdotta nella società palestinese e sostenuta con risoluzione incrollabile una terza via nata dalla volontà collettiva dei palestinesi. Questa terza via non può essere elitaria e deve provenire dalle strade di Gaza e Ramallah, non da documenti o conferenze stampa accademiche. Solo allora Gaza e Ramallah potranno ritrovare, ancora una volta, il loro rapporto storico.

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un consulente mediatico, editorialista internazionale e redattore diPalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: ‘My Father was A Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’ [Mio padre era un combattente della libertà: la storia non narrata di Gaza] (Pluto Press).

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/tale-of-two-cities-ramallah-gaza-and-the-identity-crisis-by-ramzy-baroud.html

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/12317

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