RAMZY BAROUD // IL CONFLITTO INCOMBE A CAUSA DEL CONTINUO FURTO DI TERRA PERPETRATO DA ISRAELE

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tratto da: Beniamino Benjio Rocchetto con Ramzy Baroud

mercoledì 24 marzo 2021  14:37

Di Ramzy Baroud – 22 marzo 2021

https://arab.news/6z3vk

Il palestinese Atef Yousef Hanaysha è stato ucciso venerdì dalle forze di occupazione israeliane durante una protesta settimanale contro l’espansione illegale di insediamenti israeliani a Beit Dajan, vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania.

Sebbene tragica, questa notizia si legge come un qualsiasi articolo proveniente dai Territori occupati, dove il ferimento e l’uccisione di manifestanti disarmati fa parte della realtà quotidiana. Da quando il primo ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu ha annunciato nel settembre 2019 la sua intenzione di annettere formalmente e illegalmente quasi un terzo della Cisgiordania, le tensioni sono aumentate.

L’uccisione di Hanaysha è, tuttavia, solo la punta dell’iceberg. A Gerusalemme Est e in Cisgiordania è già in corso una imponente battaglia. Da un lato, soldati israeliani, bulldozer dell’esercito e coloni armati svolgono missioni quotidiane di sfratto di famiglie palestinesi, espropri agricoli, incendio di frutteti, demolizione di case e confisca di terra. Dall’altro, i civili palestinesi, spesso disorganizzati, senza protezione e una guida, stanno contrattaccando.

I confini territoriali di questa battaglia si trovano in gran parte a Gerusalemme Est e nella cosiddetta “Area C” della Cisgiordania, quasi il 60% della dimensione totale del territorio, che è sotto il completo e diretto controllo militare israeliano. Non c’è microcosmo migliore di questa guerra impari del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est.

Il 10 marzo, 14 organizzazioni palestinesi e arabe per i diritti umani hanno lanciato un “appello urgente congiunto alle Procedure Speciali delle Nazioni Unite sugli sfratti forzati a Gerusalemme Est” per fermare gli sgomberi israeliani nell’area. Successive decisioni dei tribunali israeliani hanno spianato la strada all’esercito e alla polizia israeliani per sfrattare 15 famiglie palestinesi, 37 famiglie per un totale di circa 195 persone, nell’area di Karm Al-Ja’ouni di Sheikh Jarrah e nel quartiere di Batn Al-Hawa nella città di Silwan.

Questi imminenti sfratti non sono i primi, né saranno gli ultimi. Israele ha occupato Gerusalemme Est nel giugno 1967 e formalmente, anche se illegalmente, l’ha annessa nel 1980. Da allora, il governo israeliano ha respinto con fermezza le critiche internazionali all’occupazione e ha invece ribattezzato Gerusalemme come: “Capitale eterna e indivisa di Israele”.

Per garantire che la sua annessione della città sia irreversibile, il governo israeliano nel 2000 ha approvato un piano generale per riorganizzare i confini della città in modo tale da garantire una maggioranza demografica permanente degli israeliani a spese dei nativi della città. Il piano generale non era altro che un progetto per una campagna di pulizia etnica sponsorizzata dallo stato, che ha visto la distruzione di migliaia di case palestinesi e lo sfratto di numerose famiglie.

Le incolpevoli famiglie che ora stanno affrontando il rischio imminente di sgombero forzato stanno rivivendo l’incubo dei loro antenati della Nakba: La pulizia etnica della Palestina storica nel 1948.

Due anni dopo che gli abitanti nativi della Palestina storica furono espropriati delle loro case e terre e sottoposti a pulizia etnica, Israele ha promulgato la Legge sulla proprietà degli assenti del 1950. La legge, che non ha alcuna validità giuridica o etica internazionale, ha semplicemente concesso le proprietà dei palestinesi che sono stati sfrattati o fuggiti dalla guerra nello Stato agli israeliani. Poiché a quei palestinesi “assenti” non era permesso esercitare il loro diritto al ritorno, come stabilito dal diritto internazionale, la legislazione israeliana era un furto di massa sponsorizzato dallo stato. Aveva lo scopo di raggiungere due obiettivi: Garantire che i rifugiati palestinesi non tornassero o tentassero di rivendicare le loro proprietà rubate in Palestina e dare a Israele una copertura legale per la confisca permanente delle terre e case palestinesi.

L’occupazione militare del resto della Palestina storica nel 1967 ha reso necessaria, dal punto di vista coloniale israeliano, la creazione di nuove leggi che consentissero allo stato e all’impresa degli insediamenti illegali di rivendicare ancora più proprietà palestinesi. Ciò avvenne nel 1970 con la legge sulle questioni legali e amministrative, che garantiva che solo gli israeliani potessero reclamare terra e proprietà perdute nelle aree palestinesi.

Molti degli sgomberi a Gerusalemme Est avvengono nel contesto di questi tre argomenti giuridici interconnessi: La Legge sulla proprietà degli assenti, la Legge in materia legale e amministrativa e il Piano generale del 2000. Presi insieme, si è facilmente in grado di comprendere la natura dello schema coloniale israeliano a Gerusalemme Est, dove gli individui israeliani, in coordinamento con le organizzazioni dei coloni, lavorano insieme per realizzare la visione dello Stato.

Nel loro appello congiunto di questo mese, le organizzazioni palestinesi per i diritti umani descrivono il flusso di come gli ordini di sfratto emessi dai tribunali israeliani culminano con la costruzione di insediamenti colonici illegali. Le proprietà palestinesi confiscate vengono solitamente trasferite a un ramo del Ministero della Giustizia israeliano chiamato il Depositario Generale Israeliano, che conserva le proprietà fino a quando non vengono rivendicate dagli israeliani, in conformità con la legge del 1970. Una volta che i tribunali israeliani onorano le rivendicazioni legali di questi individui sulle terre palestinesi confiscate, spesso trasferiscono i loro diritti di proprietà o di gestione alle organizzazioni di coloni. In pochissimo tempo, i coloni utilizzano le proprietà appena acquisite per espandere gli insediamenti esistenti o per avviarne di nuovi.

Mentre lo Stato israeliano afferma di svolgere un ruolo imparziale in questo schema, in realtà è il facilitatore dell’intero processo. Il risultato finale è una scena prevedibile, in cui una bandiera israeliana viene issata trionfalmente su una casa palestinese e ad una famiglia palestinese vengono assegnate una tenda e alcune coperte fornite dall’ONU.

Sebbene questo quadro possa essere liquidato da alcuni come un evento comune e normale, la situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme Est è diventata estremamente instabile. I palestinesi sentono di non avere più niente da perdere e il governo di Netanyahu è più incoraggiato che mai. L’uccisione di Hanaysha, e di altri come lui, è solo l’inizio di un imminente e ampio conflitto.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Traduzione: Beniamino Rocchetto
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